Prezzo a 48 euro/MWh

Gas in rialzo sulle parole di Putin: tempo scaduto per i transiti in Ucraina

Il presidente russo ha affermato che è ormai impossibile rinnovare l’attuale contratto di Gazprom: un’ovvietà. Ma questo non significa che abbia gettato la spugna. Probabile che dietro le quinte soluzioni alternative siano ancora allo studio

di Sissi Bellomo

Aggiornato il 27 dicembre 2024 alle ore 20.10

(Adobe Stock)

4' di lettura

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«Non c’è più tempo». Il mercato del gas è tornato in fibrillazione dopo le affermazioni di Vladimir Putin, che ha constatato come ormai non si possa più sperare in una proroga del contratto di transito in Ucraina delle forniture di Gazprom. L’accordo scade il 31 dicembre e un rinnovo «è impossibile da concludere in 3-4 giorni, non c’è modo», ha detto il presidente russo.

Il prezzo del gas - già in tensione da giorni - è salito ancora, toccando quota 48 euro per Megawattora al Ttf venerdì 27 in apertura di contrattazioni. Nelle ore successive è subentrato un andamento volatile, specchio delle forti incertezze che tuttora influenzano gli operatori, ma la seduta si è comunque conclusa in rialzo del 4,3% a 47,7 euro.

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Putin ha detto un’ovvietà: a questo punto nessuno considera più praticabile un rinnovo del vecchio contratto con Kiev, siglato a fine 2019 con la mediazione della Commissione europea. Ma altre dichiarazioni, rese dal presidente russo nello stesso intervento televisivo, sono meno scontate. E non chiudono del tutto la porta a soluzioni alternative, anche se le difficoltà non mancano, a maggior ragione ora che il tempo stringe.

Alcuni suggerimenti sono una chiara provocazione. Ad esempio quello di ripristinare i flussi (interrotti dal 2022) nel gasdotto Yamal-Europe, che attraversa la Polonia, Paese tra i più ostili a Mosca: «Basterebbe premere un bottone per far passare il gas, è stata la Polonia a bloccare questa via», ha detto Putin, che in altre occasioni aveva fatto affermazioni simili anche sul Nord Stream. Il gasdotto che unisce Russia e Germania passando per il Mar Baltico è stato solo parzialmente messo fuori uso dal sabotaggio di settembre 2022.

Provocazioni a parte, lo stesso Putin ha comunque evidenziato anche come - per quanto problematica - non sia ancora uscita di scena l’ipotesi di accordi con terze parti, che potrebbero prendere in consegna il gas russo per trasportarlo via Ucraina per conto di Gazprom. Per questo ruolo di intermediazione l’agenzia russa Tass cita «società turche, ungheresi, slovacche, azere».

«Il problema - riconosce il presidente - è che Gazprom ha contratti di lungo termine fino al 2035, fino al 2049, e per cambiare la situazione questi contratti devono essere modificati: una procedura complessa, difficile da risolvere». E’ verosimile che il riferimento sia alle clausole contrattuali che specificano quale debba essere il punto di consegna del gas: per cambiarlo ci vuole il consenso di entrambe le parti, ma non è detto che sia impossibile trovarlo.

Anche Eni - benché abbia aperto un arbitrato internazionale contro Gazprom - è tuttora legata alla società russa da un contratto di fornitura di lungo termine, che scadrà solo nel 2035. L’Italia comunque non rischia carenze di gas in caso di interruzione dei transiti in Ucraina, ma solo i probabili rincari che ne deriveranno: il nostro Paese da tempo ottiene dalla Russia non più del 5-10% delle importazioni di questo combustibile, volumi che potrebbe essere costoso ma non difficile sostituire, grazie ai rigassificatori e alle altre rotte di approvvigionamento di cui disponiamo.

Non tutti i clienti residui di Gazprom si trovano nelle stesse condizioni. La Slovacchia in particolare - che sopporterebbe il maggior danno dalla perdita della “rotta ucraina” - sarebbe ben felice di rinegoziare qualunque clausola contrattuale pur di mantenere lo status quo o qualcosa di molto simile. Ed è probabile che anche di questo abbia discusso il premier slovacco Robert Fico, durante la visita a sorpresa al Cremlino pochi giorni prima di Natale: un incontro su cui sono emersi scarsi dettagli.

Nella serata di venerdì 27 Fico ha alzato i toni, fino a minacciare l’Ucraina di ritorsioni in caso di stop ai transiti di gas russo: «Valuteremo la situazione e la possibilità di misure reciproche – ha detto – Se inevitabile, fermeremo le forniture di elettricità di cui l’Ucraina ha bisogno quando ci sono interruzioni della rete».

L’Ucraina stessa - pur avendo rifiutato con decisione il rinnovo o la rinegoziazione di un contratto di transito con Gazprom - non è un ostacolo insormontabile per nuovi accordi, al di là delle apparenze. Perdendo il gas russo Kiev rischia di dover smantellare gran parte della propria rete, che diventerebbe sovradimensionata (oltre che potenziale bersaglio di bombardamenti), e ha più volte suggerito che non si opporrebbe in modo rigoroso al passaggio di forniture prese in carico da soggetti non russi.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy nei giorni scorsi è sembrato aprire alla possibilità di proseguire i transiti anche se il titolare rimanesse Gazprom, a patto che il corrispettivo del gas sia trattenuto (si suppone in un conto vincolato) fino alla fine della guerra.

Come ricorda una recente analisi dell’Oies, qualunque soluzione richiederebbe almeno un accordo tecnico tra Gazprom e GTSOU, il gestore della rete ucraina, relativo ai punti di interconnessione da cui il gas russo continuerebbe eventualmente a entrare nella rete di Kiev. Questo però potrebbe essere fattibile, osserva l’Oies, poiché sarebbe «soltanto un documento tecnico, non un accordo politico o commerciale». Peraltro Kiev ha già accettato condizioni simili per evitare di interrompere il transito del petrolio russo in Ucraina.

Seguendo questa strada si riuscirebbe a tagliare fuori Naftogaz, l’attuale controparte di Gazprom, con cui in effetti è difficile immaginare nuovi accordi. Ci sono diverse dispute giudiziarie che oppongono le due società. E Putin non ha dimenticato di richiamarle: «Nonostante la guerra abbiamo pagato e continuiamo a pagare per il transito. Ritirino le accuse contro di noi in tribunale»


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