Vino

Fontanfredda resiste alla crisi grazie a biologico, legame con il territorio e differenziazione

Fatturato cresciuto del 6,8% a 70 milioni, a cui se ne aggiungono 5 dall’ospitalità. Andrea Farinetti: nella nostra gamma vibi con alta qualità a un prezzo più basso della media

di Emiliano Sgambato

Tenute Fontanafredda

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Ci sono molti modi per valorizzare un vino attraverso il legame con il suo territorio. Il prerequisito è senz’altro quello di rispettarne le peculiarità e l’ambiente che ospita i vigneti. Un’obiettivo che la gestione delle storiche tenute di Fontanafredda da parte della famiglia Farinetti sta portando avanti da tempo, ma ora l’aspetto più identitario diventa sempre più importante in un contesto di calo dei consumi (e di reputazione) del vino.

La strategia della tenacia

«La crisi è potente – dice Oscar Farinetti – con il consumo calato da 250 milioni di ettolitri a 200 milioni dal 2019 a oggi. I motivi? Intanto ci siamo un po’ tutti montati la testa perché il vino buono è diventato troppo costoso soprattutto al ristorante. Il secondo è che se nel 2019 il 30% dei cittadini del mondo considerava il vino dannoso, ora sono diventati il 60%. Ci lamentiamo sempre nella vita ma vogliamo vivere 120 anni. Terzo motivo: Molti giovani considerano i vino una roba da vecchi».

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Come se ne esce? «Dobbiamo reagire con Tenacia». Ecco spiegata la parola – Tenacia – associata quest’anno alla quinta edizione di “Renaissance, Parole illustri per una nuova umanità”, legata all’annata 2022 del Barolo del Comune di Serralunga d’Alba. Oscar Farinetti la declina in una strategia: «Riuscire a fare dei vini da 20, 30, 40 euro, buoni come quelli da cento o da mille»; darsi una mossa «per andare a conquistare i mercati di 200 Paesi nel mondo»; e, soprattutto, «costruire un’identità forte del bere italiano», che deve rispecchiare «la nostra capacità di vivere bene e a lungo in tutto il mondo».

Identità e territorio

La strada per perseguire questi obiettivi per Fontanafredda non può prescindere da un approccio molto attento alla sostenibilità, che passa innanzitutto con la conversione al biologico: «Molti ritenevano impossibile convertire 12o ettari e invece siamo qui a dimostrare il contrario», ribadisce Andrea, figlio di Oscar che si occupa più da vicino delle storiche tenute. E la sostenibilità passa anche da molti altri aspetti che vanno dagli interventi di rimboschimento del territorio alla produzione e utilizzo di energia pulita. O da progetti culturali come “Lost to be found”, che colloca tra i filari le sculture monumentali di Giuseppe Carta come appello per la salvaguardia della biodiversità delle Langhe.

E anche dalla riscoperta delle peculiarità dei singoli vigneti: “Back to the single vineyards”, il ritorno alle singole interpretazioni di Nebbiolo avviato con la rinascita, nell’annata 2019, delle vigne storiche Vigna La Villa (Mga Paiagallo) e Vigna La Delizia (Mga Lazzarito) che si aggiungono alla sempre prodotta Vigna La Rosa, e che da quest’anno si amplia con tre nuovi “cru” dell’annata 2022: Vigna Bianca e Vigna San Pietro nell’Mga Fontanafredda e Proprietà in Gallaretto, «espressioni di diversi terroir all’interno della stessa area geografica; ognuno con caratteristiche uniche di suolo, clima, altitudine ed esposizione».

I risultati sul business

Un approccio che paga anche in termini di risultati economici: «Lo scorso anno siamo cresciuti del 6,8% in termini di fatturato, a quota 70 milioni - dice Andrea Farietti - esclusa l’ospitalità che ne vale 5 (e a cui ne vanno aggiunti 11,5 realizzati dai partner che lavorano nel Villaggio Narrante, ndr) e che è una voce costantemente in crescita, considerando che dieci anni fa eravamo a zero, perché il villaggio era un luogo chiuso che abbiamo riaperto in un dialigo costante con gli abitanti delle Langhe e i turisti».

«Per quel che riguarda le vendite - continua - a cambiare leggermente è stato il mix del prodotto, perché il potere d’acquisto diminuisce non solo in Italia, ma anche in tutto il resto del mondo. Il segmento più in sofferenza è il medio, ma per fortuna lo scorso anno abbiamo lanciato i “vini fini” che hanno la qualità dell’alto ai prezzi del medio. Siamo ottimisti perché c’è una progettualità che parte da lontano. Crediamo che cresceremo ancora. Siamo i primi produttori privati sia di Barolo (quindi escluse le coop e gli imbottigliatori, ndr) con un milione di bottiglie rispetto alle 150mila del 2007 quando abbiamo rilevato la cantina sia di Alta Langa (gli spumanti metodo classico del Piemonte, ndr) e se queste sono in crescita da tempo nel segno di un mercato che premia le bollicine, siamo cresciuti anche negli altri bianchi (abbiamo sei bianchi autoctoni del territorio, ad esempio il Timorasso Derthona, oltre che i tipi come il Riesling e lo Chardonnay) e soprattutto abbiamo retto molto bene sul Barolo, anche questo in leggera crescita, dato che ha maggior peso visto che quella dei rossi è la categoria che sta soffrendo di più: nella media della categoria abbiamo infatti registrato un segno meno».
Fontanafredda esporta circa il 50% della produzione, ma se si esclude l’Asti Spumante la quota sale all’80%, in 105 Paesi nel mondo.

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