Fisher: ecco cosa insegna agli investitori il caos dazi di Trump
L’eccessiva paura rispetto alla realtà dovrebbe continuare a spingere al rialzo i rendimenti azionari - L’agenzia Usa di riscossione dazi non è in grado di riscuoterli completamente
di Ken Fisher *
3' di lettura
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La tempesta dei dazi annunciati dal Presidente americano Donald Trump ha scosso i mercati azionari mondiali. Cosa accadrà? Nessuno lo sa, forse nemmeno lui.
Ad ogni modo la lezione è chiara: provare a prevedere la tempistica dei mercati in base a fattori ben noti non ha alcun senso. E lo stesso vale quando si vende in momenti di panico. I dazi di Trump rappresentano un elemento negativo, specialmente per gli Stati Uniti: motivo per il quale le azioni non statunitensi stanno andando nettamente meglio di quelle Usa da inizio anno. Tuttavia i timori sui dazi appaiono eccessivi, alimentando così il fattore rialzista.
Le azioni scontano le notizie e le opinioni ampiamente note, e la fissazione di Trump sui dazi era nota da tempo. Allora perché il Ftse MIB è crollato del 14,9%, insieme al resto dei titoli mondiali, dopo il grande annuncio del 2 aprile? Semplicemente all’inizio tutti i dazi, reali o minacciati, avevano una portata troppo limitata per creare scompiglio.
Ma i dazi universali del 10% annunciati il 2 aprile e gli elevati dazi “reciproci” si sono rivelati molto più ingenti e stravaganti di quanto chiunque potesse immaginare. I mercati sono crollati, scontando rapidamente nei prezzi questa follia.
La tassa media applicata dall’Ue è del 2,7%
Considerate che i dazi “reciproci” (al momento sospesi) non hanno assolutamente niente a che vedere con quelli applicati dagli altri Paesi agli Usa. Non esiste alcuna relazione. La tassa media applicata dall’Ue è del 2,7%. Trump ha proposto il 20%! Quella del Vietnam è in media del 5,1%. Quella di Trump è del 46%! Tutto ha origine dal deficit commerciale con i singoli Paesi, che viene percepito come un “imbroglio”. Il che è bizzarro considerando che la tassa universale colpisce proprio i Paesi con cui gli Stati Uniti hanno un surplus commerciale.


