Wine Monitor di Nomisma

Export di vino nel primo semestre salvato dalle scorte fatte prima dei dazi

Nomisma: leggera crescita e segnali positivi da Canada e Germania ma il futuro resta incerto soprattutto per la difficoltà di trovare alternative valide al mercato Usa

di Giorgio dell'Orefice

(Adobe Stock)

3' di lettura

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Nel primo semestre del 2025 l’export di vino italiano è stato “salvato” dai massicci acquisti effettuati dagli importatori Usa prima dell’entrata in vigore dei dazi di Trump. Da sottolineare anche i segnali positivi emersi da Canada e Germania ma il futuro resta denso di incognite soprattutto per la difficoltà, nel breve termine, di trovare alternative valide al mercato Usa.

È quanto emerge dall’analisi sulle esportazioni vinicole italiane effettuate da Wine Monitor di Nomisma.

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La fotografia aggiornata delle importazioni di vino nei principali mercati mondiali nel primo semestre del 2025 mette in luce l’assenza di un andamento univoco: nella prima metà dell’anno, infatti, i singoli Paesi monitorati nel report di Nomisma evidenziano dinamiche differenti, anche se complessivamente i dodici principali mercati internazionali fanno registrare una crescita del +1,5% a valore e del +2,1% a volume.

Gli Stati Uniti – spiegano da Wine Monitor - si confermano il principale mercato di riferimento, ma la fine dell’accumulazione di scorte da parte degli importatori in previsione dell’entrata in vigore dei dazi disposti dall’amministrazione Trump ha visto un secondo trimestre in calo: se infatti fino a marzo la crescita delle importazioni aveva segnato un +22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il cumulato aprile-giugno ha invece registrato una riduzione del -7%.

Si tratta di una tendenza che ha coinvolto anche gli acquisti di vini italiani: la variazione per il primo semestre appare positiva (+2,5%) solo grazie all’ accumulazione avvenuta nei primi tre mesi dell’anno.

«In attesa della pronuncia della Corte d’Appello Usa sulla legittimità dei dazi, promossa tra l’altro da alcune aziende locali tra le quali l’importatore di vini italiani Victor Schwartz - ha commentato il responsabile di Wine Monitor di Nomisma, Denis Pantini - è evidente che le nostre aziende vitivinicole siano obbligate a monitorare le dinamiche in atto a livello globale per individuare altri mercati in grado di assorbire le nostre produzioni».

Per quanto riguarda invece gli altri mercati di riferimento, anche in Canada i vini italiani hanno “scontato” un effetto dazi di Trump ma, stavolta in positivo nel senso che le bottiglie italiane hanno beneficiato di un effetto sostituzione dei vini americani penalizzati invece dai cittadini canadese sulla scorta della guerra commerciale Usa-Canada innescata dallo stesso Presidente Trump. Così le esportazioni italiane nel primo semestre dell’anno in Canada le importazioni dall’Italia sono cresciute di quasi l’11% mentre i vini americani hanno lasciato sul terreno ben il 65%.

Una performance molto positiva per i vini del Bel Paese si registra anche in Germania (+10,3% a valore), in evidente recupero rispetto all’anno scorso.

Al contrario, il Regno Unito fa segnare una flessione nell’import di vini italiani del -7% a valore, così come Svizzera, Corea del Sud, Norvegia e Cina, che hanno registrato una contrazione delle importazioni come risposta al rallentamento della domanda interna. In positivo, invece, Giappone e Brasile.

Rispetto alle singole categorie di vini, da gennaio a giugno 2025 rallenta l’ascesa degli spumanti italiani, con una crescita cumulata nei 12 mercati pari a +1% a valore e +6% a volume: Giappone, Stati Uniti e Cina sono i tre mercati che registrano le crescite più dinamiche.

Una fotografia di segno opposto, invece, è quella del Regno Unito (-6,6% a valore), Francia (-2,4%) e Australia (-4,4%). Sul fronte degli acquisti di vini fermi e frizzanti italiani la Germania, dopo un 2024 in negativo, mette a segno un bel recupero (+14,2% a valore), unitamente a Canada, Australia e Brasile, evidenziando performance positive rispetto ad altri mercati come Regno Unito (-8,1%) e Cina (-10,5%).

«Il rischio di una contrazione del mercato statunitense potrebbe – ha concluso Pantini - avere un impatto significativo per l’export vitivinicolo italiano, anche alla luce di un trend nei consumi interni che già da qualche anno mostra segnali di rallentamento. Una sua flessione non potrebbe essere facilmente compensata, almeno nel breve periodo, dalla crescita di altri mercati, che spesso presentano dinamiche di sviluppo più lente e minori capacità di assorbimento. È proprio per questo che diventa fondamentale per le nostre imprese iniziare a guardare con più attenzione a nuove aree geografiche di espansione, diversificando il più possibile i mercati di sbocco. È però necessario essere consapevoli del fatto che il processo di radicamento commerciale al di fuori dei mercati consolidati, come appunto quello statunitense, richiede tempi medio-lunghi, oltre che investimenti mirati e strategie di lungo respiro».

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