agricoltura

Troppo vino resta fermo in cantina: «Meno rese e stop agli impianti»

Per Uiv necessario introdurre misure che limitino le quantità prodotte: con la vendemmia alle porte ci saranno 90 milioni di ettolitri sul mercato. Arrivate le prime richieste di distillazione di crisi

di Giorgio dell'Orefice

4' di lettura

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Tra le tante minacce legate ai dazi di Trump c’è un aspetto molto pericoloso che ancora non è stato ben messo a fuoco: fanno passare qualsiasi altra problematica in secondo piano. Difficoltà che poi non scompaiono d’incanto, ma restano li.

E il vino italiano, pesantemente esposto sul tema dazi visto che gli Usa sono il primo mercato estero in valore, di difficoltà ne ha e ne aveva anche prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca. Difficoltà legate a uno squilibrio che, anno dopo anno, si sta allargando sempre più tra una produzione eccessiva e un mercato, sia nazionale che internazionale, che non consuma più come in passato.

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Già da qualche anno sono in atto profondi cambiamenti negli stili di consumo. Perdono terreno i vini rossi, secondo qualcuno penalizzati anche al cambiamento climatico che con temperature più alte non li favorisce, mentre tengono le posizioni i prodotti, come vini bianchi e spumanti, più “facili” e quindi che, serviti freddi, meglio si prestano al consumo fuori pasto, all’aperitivo o al cocktail. Ma attenzione, anche i vini più apprezzati tengono le posizioni, ma non registrano grandi progressi.

Una crisi, beninteso, che non riguarda solo l’Italia ma anche gli altri competitor. Tuttavia, mentre in Francia si rottamano i vigneti (15mila ettari di vigne espiantate solo a Bordeaux dove un litro di vino base nei giorni scorsi era quotato a 0,77 euro al litro, prezzo al di sotto di qualsiasi sostenibilità economica), in Italia da un punto di vista produttivo non è cambiato granché. Anzi, si continua a piantare. Un 1% l’anno delle superfici vitate, circa 6-7mila ettari di nuovi vigneti ogni anno per produrre vini che in tanti non vogliono più.

“Per un viticoltore è dura da ammettere ma la realtà è che siamo preoccupati per la vendemmia alle porte – commenta il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi -. E’ più di un anno che parliamo di rischio sovraproduzione, nel 2023 siamo stati “salvati” dal fungo della peronospora che ha tagliato la produzione e nel 2024 a contenere l’offerta ci ha pensato il clima bizzarro. Ma se la vendemmia 2025 sarà nella media avremo circa 50 milioni di ettolitri che uniti ai 43,6 attualmente in giacenza perché invenduti da passate vendemmie avremo 90 milioni di ettolitri da collocare sui mercati. Abbiamo un Osservatorio che fornisce dati puntuali e questo è uno scenario da far tremare i polsi”.

Un termometro della sovraproduzione sono le richieste di distillazione di crisi per trasformare in alcol (con aiuti pubblici) quantitativi di vino da sottrarre al mercato garantendo ai produttori se non un reddito un minimo rientro dai costi. Le richieste non sono mancate neanche quest’anno e sono giunte dai bacini produttivi piemontesi del Brachetto, dell’Asti e della Barbera. C’è un tavolo di crisi aperto in Toscana e richieste analoghe potrebbero arrivare anche dal Lambrusco. A questi vanno aggiunti gli stoccaggi effettuati o prorogati da Doc come il Verdicchio e il Pinot Grigio delle Venezie.

All’Unione italiana vini hanno le idee chiare sulle leve da azionare per ottenere un maggiore controllo della produzione. “Innanzitutto, ridurre per due anni le rese di uva a ettaro che è possibile produrre – spiega Frescobaldi – a cominciare dai vini generici e da tavola. Per questi era stato previsto un tetto di 300 quintali a ettaro, un’enormità considerato che in media nei vini Doc se ne producono 60. Ma non basta ridurre il tetto, occorre anche cancellare le deroghe perché l’attimo dopo che è stato fissato quel limite sono state introdotte flessibilità che hanno consentito di produrre fino a 400 quintali a ettaro. Non ce lo possiamo più permettere. Ma bisogna lavorare anche nelle Doc riducendo anche qui le rese ed eliminando quelle flessibilità come i meccanismi di riclassificazione (per cui un vino Doc viene declassato a Igt e l’Igt a vino da tavola) per vendere a un prezzo più basso. Si tratta di meccanismi che ingolfano il mercato, abbattono i prezzi, distruggono il valore e l’immagine del vino italiano e il valore patrimoniale dei nostri vigneti che sono invece un asset imprescindibile per le nostre aziende. Altro tema che ci è caro è quello dei nuovi vigneti: proponiamo di sospendere per un anno il rilascio delle nuove autorizzazioni all’impianto”.

Tutti questi tasselli, secondo Uiv, potrebbero trovare spazio in una revisione del Testo Unico del vino, provvedimento varato nel 2016 ma che ormai in tanti aspetti non rispecchia più la realtà.

E poi c’è il mercato. “Non voglio aggiungere altro sui dazi – prosegue Frescobaldi – se non riportare la grande preoccupazione che intercetto tra gli importatori Usa. In uno scenario del genere non possiamo più permetterci di tenere in stand by un accordo come quello col Mercosur. Il Brasile è un paese nel quale i redditi stanno crescendo, ci sono città come San Paolo che non hanno nulla da invidiare alle città occidentali e c’è una forte presenza di cittadini di origine italiana. Ci sono tutti i presupposti per far crescere il nostro vino su quei mercati. Non perdiamo altro tempo”.

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