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Tra euro forte e dollaro debole, nel 2021 scatta l’ora delle valute dei Paesi emergenti

La vittoria dei democratici Usa al Senato può ridare vigore al biglietto verde. Nel radar degli investitori, però, ci sono le monete degli Stati produttori di materie prime che si avvantaggiano della rimonta delle commodity

(Olivier Le Moal - stock.adobe.com)

4' di lettura

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Da un lato il dollaro debole. Seppure alcuni prevedono che, essendo infine arrivata l’ “onda blu” sulla tormentata elezione Usa, il biglietto verde potrebbe riprendersi. Dall’altro l’euro forte. Poi: l’ombra lunga del renminbi (yuan) cinese e, soprattutto, il ritrovato appeal di monete di alcuni Paesi emergenti. In particolare delle cosiddette “commodity currencies”. Sono i temi, tanti, sul tavolo degli scambi valutari.

Lo scettro del Re dollaro

«Sarà l’anno del Dragone e della sua moneta!». Molte volte il leit motiv è rimbalzato nelle sale operative. Eppure il renminbi (yuan) non sale la graduatoria nei pagamenti globali. Secondo Swift la divisa cinese, nel novembre scorso, era al 5° posto (con una quota del 2%). La stessa posizione di due anni prima. Non solo. La distanza dai primi della classe, dollaro e euro, è notevole: la loro quota nei “global payment” è rispettivamente del 37,6 e 37,4%. Insomma, il gap è ampio. Certo: «l’immagine dell’America -spiega Stefano Gianti, analista di Swissquote - esce offuscata dai fatti di Capitol Hill. Questo potrebbe ridurre l’appetito sul dollaro».

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Ma ad avvantaggiarsene, nel medio periodo, «sarà l’euro e non il renminbi». «In realtà -sottolinea Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte Sim - una leva a favore dell’espansione della moneta di Pechino arriva dalla sua versione digitale». Cioè? «La spinta sulla digital currency, voluta dalla People bank of China, indurrà i consumatori domestici ad usare sempre di più il renminbi (yuan) digitale». Anche in quei casi, ad esempio su beni d’importazione, in cui finora «l’acquisto era spesso contabilizzato in dollari». Il che contribuirà ad accrescere la sua quota tra i pagamenti globali.

L’America...

Ciò detto, però, è difficile ipotizzare che nel 2021 dollaro ed euro vengano insediati nelle loro posizioni. Sarà ancora il cambio tra le due valute occidentali al centro del radar degli investitori. Già, il radar degli investitori. Ma quale la dinamica possibile di questo cross? Il dollaro è entrato nel 2021 con un andamento al ribasso. Si tratta di un deprezzamento «basato principalmente - spiega Cesarano - su di un duplice aspetto. In primis il forte indebitamento dell’America che deve, e dovrà, essere finanziato anche attraverso il supporto della Fed». Poi il fatto che l’ingente spesa pubblica Usa «amplificherà il livello già record dei cosiddetti deficit gemelli. Cioè quello del debito pubblico e della bilancia commerciale» che oggi valgono circa il 18% del Pil statunitense. Si tratta di un contesto che, inevitabilmente, contribuisce ad indebolire il dollaro.

...ed Eurolandia

Peraltro, sull’altra sponda dell’Atlantico, ci sono forze che contribuiscono a rafforzare l’euro. In tal senso può ricordarsi la diversificazione delle riserve valutarie delle banche centrali. Il meccanismo è il seguente: gli istituti, al fine di frenare l’eccessivo apprezzamento della loro moneta, acquistano dollari e vendono la valuta locale. Una parte dei dollari incamerati, però, viene successivamente convertita in euro. In Europa la pandemia ha indotto, infatti, la nascita di asset molto appetiti: le obbligazioni sociali emesse per finanziarie il progetto Sure e (a breve) il Recovery Fund. Nelle emissioni, per 39,5 miliardi, legate al programma contro la disoccupazione le banche centrali hanno raggiunto fin’anche circa il 40% delle sottoscrizioni.

Questo significa, quindi, che la divisa unica è destinata continuamente ad apprezzarsi? La risposta non è così lineare. In generale, nella prima parte dell’anno, il consensus è per il prosieguo della forza dell’euro. Diversi esperti individuano il livello obiettivo di 1,25 sul biglietto verde. Al di là di ciò, tuttavia, c’è chi sottolinea che, a seguito della conquista della maggioranza in Parlamento da parte dei Democratici, i piani di politica fiscale negli Usa potranno essere più ampi e varati con maggiore linearità. «Questo implica - dice Cesarano - che si concretizzeranno opportunità d’investimento in America. Il che, attraendo flussi di capitali esteri, sosterrà le quotazioni del biglietto verde». Già nel secondo trimestre del 2021, «potremmo assistere al trend in oggetto».

Materie prime e valute

Fin qui alcune suggestioni su dollaro, euro e renminbi. Tuttavia un altro tema attira l’interesse: le valute di alcuni Paesi esportatori di materie prime. Goldman Sachs, in generale, dopo un iniziale momento di transizione vede nell’anno in corso la rimonta di diverse commodity. Una salita, sulla scia dell’arrivo dei vaccini e degli stimoli fiscali, contestuale alla ripresa economica. «In tal senso -spiega Gianti- può ricordarsi il dollaro australiano. Dai minino di 0,55 sul dollaro Usa, nel marzo 2020, oggi viaggia intorno a quota 0,77». Il movimento è legato anche, e soprattutto, al rally del rame di cui l’Australia esporta importanti quantità verso la Cina. Non solo. «Va ricordato - aggiunge Carlo De Luca, responsabile gestioni di Gamma Capital Markets -che proprio la discesa del dollaro è tra le cause della rivalutazione delle commodity. Un andamento che, ad esempio riducendo il pressing sui debiti degli Stati emergenti, aiuta la rimonta del Pil di questi ultimi». Senza scordare, poi, che «in Asia, la stessa domanda interna e la ripresa della produzione manifatturiera spingono le economie. Il che, nuovamente, dà sostegno alle valute degli emerging». Tra le altre «quelle di Corea del Sud e Malaysia»

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