Esg, aziende familiari più a rischio nei report di sostenibilità al mercato
Emerge dal paper sull’Esg-washing delle prof Brogi (università Bicocca) e Lagasio (università Sapienza) su 1.622 aziende quotate di tutto il mondo
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Aziende familiari più a rischio di Esg-washing nei report di sostenibilità perché tendono a usare un tono più positivo rispetto ai contenuti reali; c’e una maggiore propensione a comunicazioni Esg più sganciate dalla realtà, viene spiegato nella sintesi del paper presentato ieri a Parigi nel corso dell’Esma Research Conference. Lo studio, dal titolo “Smoke and Mirrors in Esg Reporting: Does Ownership Matter?”, è stato realizzato da Marina Brogi, docente ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’università Bicocca di Milano, e da Valentina Lagasio, docente associato all’università Sapienza di Roma. Sono state analizzate 1.622 aziende quotate statunitensi, europee e asiatiche, operanti in settori diversi.
Le novità dello studio
Tre le novità del paper. La prima è l’introduzione del nuovo concetto di Esg-washing più ampio rispetto al greenwashing perché abbraccia anche gli aspetti sociali e di governance. Secondo elemento di novità è l’Esg Severity index (Esgsi).«L’Esgsi – viene spiegato nella sintesi del paper – rileva le incoerenze tra il tono positivo delle narrazioni Esg e la reale densità dei contenuti Esg sostanziali».
Grazie anche all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, l’indicatore evidenzia la discrepanze tra parola e contenuto Esg. «Queste analisi rivelano che un linguaggio vago ed emotivamente positivo spesso sostituisce impegni Esg misurabili – viene spiegato nel paper –. Ciò solleva preoccupazioni riguardo alle asimmetrie informative nel mercato dei dati Esg e al potenziale rischio di fuorviare gli investitori, specialmente nell’industria dei fondi».
Il fattore famiglia
La terza novità, la più importante, è l’individuazione del tipo di aziende, quelle a controllo familiare, che più spesso incorrono nella narrativa Esg un po’ gonfiata. Non perché tali aziende siano meno sostenibili, ma perché la reputazione per loro pesa molto e ciò può spingerle a raccontare più di quanto facciano.
L’antidoto? La presenza di investitori istituzionali, un azionariato più diffuso e la maggiore dimensione aiutano a rendere la comunicazione aderente ai fatti. «È possibile che la narrativa ottimistica – spiega la professoressa Brogi –, soprattutto nel caso delle aziende familiari, rappresenti una sorta di Esg-wishing dettato dal desiderio di essere conformi alla normativa, piuttosto che di un vero e proprio Esg-washing. Da questo punto di vista è importante che anche in ambito Esg le aziende possano focalizzare i loro sforzi e quindi anche la conseguente disclosure partendo dalle azioni davvero prioritarie nel loro specifico percorso di sostenibilità».


