Wine pills

Vini francesi, più caro non sempre è più buono. Ecco perché costano più degli italiani

La questione è sia storica che di marketing, ma siamo sicuri sia una brutta notizia?

di Cristiana Lauro

I produttori di vino francesi sono più compatti, ecco perché spuntano prezzi più alti

3' di lettura

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Lo fanno meglio i francesi o gli italiani? Mi riferisco al vino, come sempre. La cosa certa è che loro sono più abili a commercializzarlo a prezzi decisamente più alti dei nostri. Considerando l’importante crescita riconosciuta della qualità dei vini italiani, perché la Francia viaggia a prezzi più alti? La questione è sia storica che di marketing o, perlomeno, possiamo stringerla a questi due campi fondamentali per cercare qualche risposta senza tanti giri di parole.

La Francia ha trecento anni di vantaggio riguardo al bere edonistico e non a caso le principali corone europee, dagli Zar alla casa reale inglese, hanno sempre consumato bottiglie francesi. Ai tempi non c’era il Barolo “inventato” da Cavour (che per inciso si ispirava a Bordeaux e non di certo alla Borgogna contadina). Colmare quel gap per ora non è facile, anche se prevedo sia prossimo al futuro del vino italiano e già sulla fascia media.

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In Francia consorzi e produttori sono uniti e compatti nel cartello dei prezzi. I consorzi regionali, comunali, sub comunali – quindi con le varie denominazioni – stabiliscono un prezzo di uscita già piuttosto elevato viste le speculazioni cui sono sottoposti certi vini e questo si riversa sulle tasche degli importatori i quali devono poi decidere se rendere competitivo quel vino o meno sul mercato local
e. Di fatto però négociant e piccoli produttori offrono listini allineati e questo è già un tema. Ma andiamo oltre. I produttori francesi si propongono all’estero insieme, aggregati, a differenza di quelli italiani che si presentano spesso da soli.

La Borgogna va come Borgogna, la Champagne come Champagne e Bordeaux come Bordeaux; si tratta di un aspetto fondamentale poiché presenta un vantaggio commerciale per tutti.

Un altro elemento da tenere presente è la percezione. Se guardiamo il Piemonte, ad esempio, i vini buoni si sono affacciati negli anni Sessanta, non prima. Penso a grandi etichette e a nomi di produttori che tengono alta la nostra bandiera ma che, ripeto, hanno molti meno anni di storia e di marketing sulle spalle. In Toscana la tradizione e la storia pescano più indietro nel tempo coi vini dei nobili; eppure le zone produttive transalpine blasonate hanno le radici piantate su una storia e una tradizione più solide.

Bordeaux sui mercati inglese, americano e non solo – quindi a livello internazionale – è stato esportato molto prima che ci muovessimo noi italiani e, a questo punto, corre l’obbligo di riconoscere un titolo di merito per il Lambrusco, il Prosecco e il Pinot Grigio che hanno aperto all’Italia mercati esteri di riferimento un po’ per tutti. Questa è storia, non soltanto il mio modesto parere. Pensate anche che, le bottiglie di vino francese di alto prestigio dedicate ai presidenti negli Usa, risalgono addirittura a fine Settecento.

Insomma, noi abbiamo un ritardo produttivo e di marketing rispetto alla Francia che ci lega a prezzi più bassi ma credo, tuttavia, che prima o poi arriveremo lì anche noi (e questa è una buona notizia).

Ci siamo abituati a considerare i vini francesi come il “cuore del filetto” che è quello che tutto il mondo va cercando e costa di più; ha raggiunto prezzi inavvicinabili e infatti è tutta roba che finisce nelle aste internazionali e non conviene più stappare poiché l’asset è di lusso finché la bottiglia resta chiusa, diciamolo!

Tuttavia oltre al cuore del filetto, consentitemi di dire che ci sono anche la trippa e lo spezzatino. Ecco su questo tema vi dico con certezza che l’Italia batte la Francia a mani basse. Poi (fin qui) sull’etichetta leggendaria vincono loro, c’è poco da aggiungere. Ma siamo proprio sicuri che sia una brutta notizia?


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