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Dalla mezza bottiglia agli (inutili) formati giganti, ecco perché nel vino è importante anche il contenitore

Si parla poco dei formati e invece è spesso anche in questo campo che il vino vince o perde la sua partita con chi lo beve: il contenitore del vino (bottiglie ma non solo) non è un dettaglio, ma una dichiarazione d’intenti

di Cristiana Lauro

Il vino e i suoi contenitori: ecco perché il formato è importante

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Il vino non vive di sola etichetta ma anche, e soprattutto, del contenitore che lo ospita. Eppure nel mondo del vino si discute di tutto – territori, vitigni, lieviti, affinamenti, punteggi – quasi mai dei formati. Un errore, perché è proprio lì che spesso il vino vince o perde la sua partita con chi lo beve.

Bottiglie enormi che promettono grandi occasioni e poi finiscono dimenticate in un angolo del salotto, mezze bottiglie che sembrano una rinuncia e invece sono una conquista di civiltà e poi fiaschi, caraffe, lattine e perfino tetrapack: il formato del vino racconta molto più di quanto si pensi, su come lo produciamo, lo vendiamo e, soprattutto, lo consumiamo.

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Non è sempre stato così. L’Europa, nel tempo, ha adottato misure standard che hanno poi influenzato il resto del mondo. Oggi la quasi totalità delle bottiglie prodotte e vendute è nel formato da 0,75 litri, ma nel corso dei secoli sono nati formati di ogni dimensione, per rispondere alle esigenze più diverse. Si va dal minuscolo “Benjamin” da 20 cl fino ai giganti monumentali come il “Goliath”da 27 litri, senza dimenticare il leggendario “Midas” da 30 litri, l’equivalente di quaranta bottiglie. Più che da stappare, da movimentare con un argano.

 

La standardizzazione del formato ha origini commerciali molto concrete. La spiegazione più convincente è legata all’egemonia dei mercanti inglesi che si rifornivano a Bordeaux, dove il vino veniva venduto in barrique da 225 litri, pari a 50 galloni o 300 bottiglie esatte. Un calcolo pratico che ha fatto scuola e che ancora oggi condiziona il nostro modo di bere.

 

Tra tutti i formati, il più amato dagli appassionati resta il magnum. Non solo per una questione scenografica, ma per un motivo tecnico preciso: nei grandi formati il vino evolve più lentamente e spesso meglio, grazie a un rapporto più favorevole tra liquido e ossigeno. La celebre battuta secondo cui “la dimensione ideale per bere è il magnum (quando si è in due e uno dei due sta male)” fa sorridere, ma dice una verità semplice: il magnum funziona, e funziona per tutte le tipologie, dai rossi ai bianchi fino alle bollicine.

 

Diverso il discorso per i formati ancora più grandi, dal Jeroboam a salire, con quei nomi biblici che sembrano usciti da una genealogia più che da una grande cantina. Bottiglie bellissime, ma ci vorrebbe il matrimonio di Maradona per finirle e il rischio è che si trasformino in complementi d’arredo, condannate all’attesa di un’occasione che non arriva mai. Il vino c’è, l’occasione no.

 

All’estremo opposto si collocano le mezze bottiglie e i formati piccoli, a lungo considerati minori e oggi finalmente rivalutati. Perfetti per chi beve poco, per chi vuole assaggiare senza eccessi, per una cena in due o in solitaria, raccontano un’idea di consumo più consapevole e libera dall’ansia di finire tutto solo perché la bottiglia è aperta. Anche il mezzo litro, formato da trattoria e da osteria, resta un grande classico popolare: pratico, conviviale, senza inutili reverenze.

 

Negli ultimi anni il dibattito sui contenitori si è intrecciato sempre di più con quello sulla sostenibilità quindi non solo come si coltiva l’uva, ma anche come il vino viene confezionato e trasportato. Le bottiglie di vetro alleggerito rappresentano oggi una delle soluzioni più interessanti. Quando una bottiglia standard pesa quanto una Jeroboam, il sospetto è legittimo: spesso, se si dà troppa importanza al contenitore, è il contenuto a non reggere il confronto.

 

Si stanno esplorando anche materiali alternativi al vetro, come l’alluminio o il tetrapack. È una strada ancora lunga perché il vino ha i suoi tempi e le sue liturgie, esattamente come è successo con i tappi alternativi che in Italia faticano ancora a essere accettati per motivi culturali. Difficile immaginarli per vini di grande pregio, ma sempre più sensati per quelli quotidiani da bere senza troppe sovrastrutture (per quanto, anche a me non convincono molto).

 

In fondo, il contenitore del vino non è un dettaglio, ma una dichiarazione d’intenti. Dice molto di chi quel vino lo produce, di come immagina che venga bevuto e di chi lo acquista. Magnum, mezzo litro, fiasco: non esiste in verità un formato corretto in assoluto, esiste quello giusto per il momento.

La sora Franca del terzo piano - che di vino non sa niente - versa senza paura dal suo caraffone, lo fa da sempre. Se il formato di una bottiglia è pensato per un evento che non farai mai, quel formato non ha senso. Il vino è fatto per stare nel bicchiere, non per arredare il salotto in attesa di un giorno migliore.

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