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Dal Cile all’Australia: ecco come gustarsi il giro del mondo in un bicchiere

Vale la pena concedersi qualche deviazione ben calibrata: nel resto del mondo si trovano alternative interessanti, talvolta sorprendenti, alla nostra produzione

di Cristiana Lauro

Ecco come fare il giro del mondo in un bicchiere di vino

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Fuori dall’Europa (di cui abbiamo scritto qui) e oltre la consueta Francia, le realtà capaci di produrre grandi vini sono ormai numerose e tutt’altro che marginali. Al netto della mia fin troppo dichiarata preferenza per l’Italia, vale la pena concedersi qualche deviazione ben calibrata: nel resto del mondo si trovano alternative interessanti — talvolta sorprendenti — alla nostra produzione.

Dall’Argentina all’Australia, passando per le antiche tradizioni di Libano e Sudafrica, fino alle traiettorie più contemporanee di Nuova Zelanda, Stati Uniti e Cile, oggi la geografia del vino assomiglia più a un organismo in movimento che a una placida mappa da salotto. E, ogni tanto, un viaggio transoceanico — anche solo nel bicchiere — è più che consigliato.

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La Cordigliera delle Ande fa da quinta scenica a due fuoriclasse: il Malbec argentino e il Carmenere cileno, vitigni dalla storia curiosa e vagamente beffarda. Entrambi nati a Bordeaux e poi, per vicissitudini diverse, quasi dimenticati proprio lì dove erano di casa. Fatta eccezione per l’enclave di Cahors, dove il Malbec resiste in purezza con una certa ostinazione, è in Argentina, tra Mendoza e Luján de Cuyo, che ha trovato la sua consacrazione. Qui esprime vini profondi, concentrati e persistenti, con una vocazione alla longevità che non ha bisogno di essere proclamata: si intuisce al primo sorso.

Spostandosi in Cile, tra le valli di Colchagua e Maipo, si incontrano i Carmenere più celebri. Con un dettaglio non trascurabile: la fillossera — quell’animaletto poco simpatico che ha devastato la viticoltura europea — qui non è mai arrivata, complice una geografia quasi protettiva, con le Ande da un lato e l’Oceano Pacifico dall’altro. Il risultato? Vigne per lo più a piede franco (viti non innestate) un caso raro su scala mondiale.

Ho un debole per i Carmenere cileni, soprattutto nelle versioni meno urlate: eleganti, speziati, con un carattere che evita accuratamente la banalità. Un buon Carmenere difficilmente passa inosservato.

Tra le mete che meritano il viaggio (anche reale, non solo enologico) c’è Stellenbosch, in Sudafrica: un paesaggio che sembra unire le Dolomiti a due oceani. Cultura europea, natura africana. Qui la bandiera è il Pinotage, felice incrocio tra l’eleganza del Pinot nero e la morbidezza del Cinsaut, originario della Valle del Rodano.

Agli antipodi, ma con una tradizione solida, il Libano produce vini di grande fascino: Château Musar, per citare un nome che molti appassionati conoscono già, è più una conferma che una scoperta.

Tornando nell’emisfero sud, Australia e Nuova Zelanda rappresentano bene il paradigma della “nuova enologia”, anche nelle scelte più pragmatiche, come le tappature alternative al sughero, adottate senza esitazioni anche per etichette di alto livello.

In Australia lo Shiraz resta l’eccellenza produttiva; scritto così in etichetta, quasi a marcare la distanza, anche linguistica, dal suo genitore francese, Syrah. Il vitigno è lo stesso, la filosofia no. Non è chiaro chi vinca questo derby, ma lo stile australiano, più concentrato e opulento, ha influenzato per anni anche l’Europa. Le aree di riferimento restano le valli di Barossa e McLaren.

In Nuova Zelanda, invece, Marlborough e i suoi Sauvignon hanno segnato una vera rivoluzione aromatica: frutto della passione, litchi, pesca e altra frutta a pasta gialla. Un cambio di pelle netto per uno dei vitigni più diffusi al mondo e, per molti, una nuova dipendenza.

Chiudendo questo breve giro del mondo, l’America del Nord. Accanto ai celebri Cabernet Sauvignon e Chardonnay di Napa e Sonoma, vale la pena citare anche Oregon e Washington State, dove il Pinot nero gioca — purtroppo anche sul piano dei prezzi — una partita sempre più ravvicinata con la Borgogna più ambiziosa.

La qualità, in tutti questi Paesi, è ormai elevata, spesso anche nei prezzi. Fanno eccezione, almeno in parte, Sudafrica, Cile e Nuova Zelanda, dove è ancora possibile bere molto bene senza dover rivedere il proprio piano finanziario. Che, di questi tempi, non è un dettaglio.

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