Da Parmalat fino a Bio-On, i trucchi all’italiana sugli attivi di bilancio e le colpe dei revisori
In Italia l’occultamento delle poste di bilancio hanno spesso raggiunto punte di fraudolenta “creatività finanziaria” difficili da immaginare altrove nel mondo: dalla “botola” per occultare i documenti segreti di Geminafino allo “scanner” per certificare liquidità inesistente di Parmalat
di Alessandro Graziani
4' di lettura
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Attivi di bilancio che in parte, improvvisamente, scompaiono nel nulla. E società di revisione pagate per controllare ma “distratte”: pur avendo accesso alla contabilità interna delle società, non vedono le anomalie nei conti che un fondo d’investimento basato negli Usa invece riesce a cogliere. Il caso Bio-on , in attesa dell’esito dell’inchiesta che paventa bilanci “taroccati” attraverso una serie di operazioni infragruppo, è solo l’ultimo di una lunga serie di casi eclatanti che hanno coinvolto società quotate in Piazza Affari.
Va detto che le maxi-truffe pagate dagli azionisti non sono una prerogativa italiana ma sono diffuse nel mondo, a cominciare dagli Usa dove il crack Enron portò alla prima grande crisi della società di revisione con la scomparsa nel 2002 della Arthur Andersen. In Italia, però, l’occultamento delle poste di bilancio - con conseguenti perdite impreviste per gli azionisti - hanno spesso raggiunto punte di fraudolenta “creatività finanziaria” difficili da immaginare altrove nel mondo: dalla “botola” per occultare i documenti segreti di Geminafino allo “scanner” per certificare liquidità inesistente di Parmalat.
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Il primo crack della storia recente (era il 1993) ad avere grande rilievo nelle cronache finanziarie riguardò la Montedison dell’era Gardini-Ferruzzi Finanziaria (Ferfin). Il “buco” di bilancio fu clamoroso per l’epoca (circa 450 miliardi delle vecchie lire) e fu attribuito a una serie di cosiddetti prestiti “back-to-back” sull’estero, destinati a mascherare perdite su derivati nella soia alla Borsa di Chicago, che portarono successivamente alla maxi-richiesta di risarcimento dei danni da 1.000 miliardi delle vecchie lire che gli amministratori straordinari Guido Rossi ed Enrico Bondi chiesero alla società di revisione Price WaterHouse.
Passano pochi anni e un altro tempio del capitalismo finanziario italiano viene coinvolto in un altro scandalo di attivo di bilancio scomparso. Siamo nel 1996 e il caso riguarda la Gemina, epicentro del cosiddetto salotto buono della finanza italiana. La fantasia di alcuni amministratori e manager aveva portato nientemeno che a inventare una “botola”, in sostanza un’intercapedine nascosta nel pavimento, dove furono tenuti nascosti documenti segreti. La contabilità parallela riguardava le vendite rateali dei libri e in particolare la cessione di crediti che ufficialmente venivano contabilizzati come pro-soluto e invece, dai documenti segreti, erano pro solvendo. Ne derivò un buco di bilancio imprevisto, stimato in circa 200 miliardi delle vecchie lire, con danni agli azionisti e alla credibilità del sistema Paese negli anni della nascita dei fondi comuni di investimento e delle privatizzazioni che dovevano attrarre investitori esteri.



