Da fondi pensione e Casse una spinta al venture capital
Andamento a due facce del settore nel primo semestre: crescono operazioni e ammontare ma rallenta la raccolta. La sfida è attrarre più capitali privati per accompagnare le startup innovative
4' di lettura
I punti chiave
- La distanza con Francia e Germania
- Tre ingredienti per dare slancio al settore
- Le iniziative di Cdp Venture Capital
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Nel primo semestre 2025 il mercato del venture capital italiano ha presentato un andamento contrastante. Da un lato, l’attività di investimento è stata molto dinamica, grazie a numero di operazioni (370) e ammontare complessivo investito (5,2 miliardi), cresciuti rispettivamente del 24% e del 17% rispetto al 2024; dall’altro lato, però, la raccolta di nuovi fondi ha segnato un forte rallentamento. Sono alcune delle evidenze dell’Osservatorio Venture capital monitor attivo presso Liuc – Università Cattaneo, promosso con Aifi con il contributo di Intesa Sanpaolo Innovation center, Kpmg, Cdp Venture capital Sgr e Iban che dal 2008 monitora il settore.
«I dati mettono in luce un mercato vivace, capace di mobilitare capitali e di sostenere un numero crescente di imprese - sottolinea Anna Gervasoni, rettore della Liuc e direttore generale Aifi -. Pur con un numero più elevato di operatori attivi (29 rispetto ai 18 dell’anno precedente), il totale raccolto si è fermato a 1,7 miliardi di euro, in calo del 40%. Ciò significa che più soggetti hanno cercato capitali, ma con risultati mediamente più contenuti. La fotografia complessiva restituisce quindi un quadro in cui l’industria continua a investire grazie a risorse già disponibili e soprattutto al contributo degli operatori internazionali, che da soli hanno rappresentato oltre tre quarti dell’ammontare investito. Ma la debolezza della raccolta domestica pone un interrogativo sulla sostenibilità di questi volumi nel medio periodo: senza nuova raccolta sarà più difficile mantenere la stessa capacità di supporto all’economia reale».
La distanza con Francia e Germania
Il fatto che il venture capital (Vc) italiano sia ancora sottodimensionato, rispetto ai principali peer come Francia e Germania, è emerso anche dall’ultimo paper di Banca d’Italia sul Vc (aprile 2025), secondo il quale nel triennio 2021-2023 gli investimenti in Vc nel nostro Paese sono stati pari a circa un quinto di quelli fatti in Francia e Germania. Mentre questi Paesi registrano investimenti in Vc pari allo 0,09% del Pil, l’Italia si ferma allo 0,03%, evidenziando un ecosistema ancora fragile e fortemente dipendente dal sostegno pubblico. Cercare risorse per elevare questo mercato è una priorità. Va in questa direzione l’obiettivo che si è posto il Governo già dal 20124 con la legge Concorrenza e poi con il decreto Economia, con cui è stato introdotto già dal 2025 - in virtù di un’esenzione fiscale per Casse e fondi pensioni - l’obbligo a rispettare soglie di investimenti qualificati da destinare al venture capital, pari ad almeno il 3% nel 2025, il 5% nel 2026 e almeno il 10% dal 2027. È probabile però che si parta direttamente dal 2026.
«Il divario tra l’Italia e il resto dei paesi europei è attribuibile a due fattori principali: un settore dei fondi di Vc ancora poco sviluppato, e difficoltà elevate nella fase di exit degli investimenti - sottolinea Anna Lambiase, presidente di Cdp Venture capital -. L’avvio dell’operatività e la presenza di CdP Venture capital ha segnato una discontinuità positiva, contribuendo a rafforzare l’infrastruttura del settore e a stimolare una maggiore attrattività per capitali privati e internazionali. Per colmare il gap con i peer europei, è fondamentale agire su tutti gli stadi del ciclo di vita delle startup, promuovendo l’innovazione, facilitando l’accesso al capitale e migliorando le condizioni per le exit».
Tre ingredienti per dare slancio al settore
Il problema principale, le fa eco Gervasoni, «è che i nostri round hanno dimensioni troppo piccole rispetto agli standard internazionali. Facciamo tanti investimenti, ma con ticket medi ridotti, e questo limita la capacità delle startup di crescere e competere su scala globale. Per dare davvero slancio servono tre ingredienti: più capitali dedicati, più investitori istituzionali pronti a credere nel venture capital e un maggiore coinvolgimento delle grandi imprese, che in altri Paesi alimentano lo sviluppo attraverso il corporate venture capital. E poi è cruciale avere un mercato dei capitali che consenta alle startup di arrivare a exit e Ipo con più facilità, perché senza prospettive di ritorno sarà sempre difficile attrarre risorse significative».



