Cucinelli investe nella base produttiva. La spinta della Cina
Il lusso esclusivo della maison del cachemire barriera contro l’incognita geopolitica. Nuove boutique a Miami, Toronto e Macao. Il rischio supply chain
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Ampliare la base produttiva. È uno dei focus di Brunello Cucinelli. La maison del cachemire, di cui la Lettera al risparmiatore ha sentito i vertici, nel 2025 avrà portato a compimento l’allargamento della fabbrica a Solomeo e la costruzione della nuova struttura per la sartoria maschile a Penne (Pescara). Si tratta di un impegno che, evidentemente, implica degli esborsi. Nel 2023 gli investimenti capitalizzati complessivi di Cucinelli si assestano a circa 78 milioni. Di questi la grande parte (intorno al 40%) è appannaggio della rete distributiva retail. Il rimanente 60% invece è, da un lato, indirizzato verso l’It e il digitale (10%); e, dall’altro, riguarda la produzione e logistica (50%). All’interno di quest’ultima percentuale è ricompreso, per l’appunto, parte dello sforzo sul fronte dell’ampliamento produttivo. Ovviamente i Capex legati agli interventi strutturali sono contabilizzati in più esercizi. Nel 2024 lo sforzo sarà importante e, anche per questo motivo (oltre allo slittamento di alcune spese), gli investimenti capitalizzati dovrebbero assestarsi intorno al 9% del giro d’affari. Poi, nel 2025, il rapporto tra Capex e ricavi è previsto tornare a circa l’8%. Al di là delle percentuali, la finalità del progetto è spingere l’espansione industriale. Tra le altre cose: nell’ambito del capo spalla maschile. Tanto che - va rimarcato - la fabbrica di Penne sosterrà fino al 35% della produzione dell’intera società di questo tipo prodotto per i prossimi 4-5 anni. A ben vedere, non è un caso che Cucinelli abbia voluto creare la nuova struttura in quell’area. Nella zona la tradizione, e cultura, della sartoria artigianale per uomo è radicata e di alto livello. Una caratteristica essenziale per realizzare prodotti esclusivi di elevata qualità i quali -troppe volte è dimenticato nel lusso contemporaneo “drogato” da marketing ed eventi - costituiscono il vero elemento di successo del modello di business.
Tutto facile come bere un bicchiere d’acqua, quindi? La realtà è più complicata. Il risparmiatore sottolinea un aspetto: in America diverse aziende del lusso hanno indicato di dovere affrontare la debolezza della domanda dei loro clienti. Il che potrebbe essere un problema per la stessa Cucinelli. L’azienda rigetta il timore. La società indica che, anche in Gennaio, non ha notato alcuna dinamica simile. Evidentemente, sottolinea la maison del cachemire, il posizionamento nel lusso esclusivo e assoluto, che da sempre la contraddistingue, consente di essere indenne dall’andamento in oggetto. Ciò detto, però, può porsi un’ulteriore obiezione. Le guerre in Palestina ed Ucraina, unitamente all’instabilità geopolitica e macroeconomica creano insicurezza. Un contesto, agevolato da ciò che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito «la politica economica dell’incertezza», in cui la stessa propensione alla spesa per beni voluttuari - quali quelli del lusso - può essere intaccata. Cucinelli, pure conscio della situazione, invita ad un’analisi più articolata. La società, augurandosi la pacifica composizione dei conflitti bellici che insanguinano il nostro tempo, rileva il seguente aspetto: si assiste purtroppo, è l’indicazione, alla generale assuefazione sia alle guerre in atto che all’alea di fondo - non solo economica- che contraddistinguono il nostro tempo. Di conseguenza, conclude Cucinelli, non è percepito un particolare rischio riguardo alla propensione alla spesa.
Geografie e Cina
Fin qui alcune suggestioni su investimenti per la base produttiva e variabili della domanda. Altro aspetto da analizzare, però, è quello della divisione geografica dei ricavi. Alla fine del 2023 la ripartizione del giro d’affari è la seguente: l’Europa incide per il 37,6% sul totale; le Americhe e l’Asia pesano rispettivamente il 35,5 e 26,9%. A fronte di un simile contesto, e al netto della volontà di crescere in tutte le aree, come può cambiare il breakdown nel medio periodo? La risposta è che le tre differenti zone potrebbero arrivare a generare ciascuna un terzo del fatturato. Si tratta di un andamento che, tra le altre cose, segnala l’accelerazione del business nel Far East. Essenzialmente: in Cina. Attualmente i ricavi generati nell’ex Regno di Mezzo valgono il 12-13% del giro d’affari complessivo. La prospettiva è che possa arrivarsi al 16-18%. La traiettoria non è il risultato di una strategia ad hoc per quel Paese. Cucinelli, sia sotto il profilo dei prodotti che della proposta commerciale, ha un approccio simile in tutti i mercati in cui è presente. In tal senso la maggiore espansione stimata in Cina è anche, e soprattutto, l’effetto della minore presenza dell’azienda in quel Paese. Sennonché il risparmiatore esprime un dubbio. I contrasti tra Pechino e Washington, aggravati dalla questione di Taiwan, possono penalizzare le imprese Occidentali, compresa Cucinelli. La maison del cachemire rigetta il timore. La società, viene spiegato, in tutti gli Stati dove è presente, compreso l’Ex Regno di Mezzo, studia e si confronta con le culture che incontra. Una conoscenza che consente l’integrazione, e il reciproco rispetto, con la realtà locale. Non solo. I cinesi, dice sempre Cucinelli, apprezzano i prodotti di alta qualità ed artigianalità del gruppo. Oltre che, come indicato nella motivazione del premio GQ Designer ricevuto sempre in Cina, la capacità di distinguersi nel lifestyle. Quindi, per la società non ci sono specifiche problematiche su questo fronte.
Negozi diretti e wholesale
Ma non è solo questione di geografie. Sono importanti anche i canali di vendita. Nel 2023 la divisione del fatturato è così composta: il retail vale il 65,5% del totale mentre il rimanente 34,5% è appannaggio del wholesale. La società, in passato, ha indicato alla Lettera al risparmiatore che una ripartizione equilibrata sarebbe: il 60% da ricondursi al retail e il 40% al wholesale.
Al di là di ciò deve, poi, ricordarsi il digitale. Attualmente le vendite dirette online (attraverso la boutique Internet) sono circa il 7% del fatturato. A questo valore, peraltro, va sommato il multibrand online che vale il 5% dei ricavi. Insomma: Internet ha la sua rilevanza. Non solo per gli acquisti in sé. Ma anche perché, viene ricordato, oltre il 50% dei clienti che arriva nel negozio fisico ha già visto il prodotto sul sito. Il che, da una parte, rimarca l’intreccio tra canale fisico e quello digitale; e dall’altra, sottolinea Cucinelli, ribadisce l’importanza di avere una presentazione dei capi sull’online di assoluto livello.



