Politica agricola comune

Corte conti Ue: Green deal fermo nonostante i 378 miliardi di Pac

Bocciatura generale per i 27 Paesi nel rapporto pubblicato questa settimana che valuta il raggiungimento degli obiettivi ambientali a fronte dei finanziamenti ricevuti nel periodo 2021-27

di Alessio Romeo

3' di lettura

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Un altro spread si aggira per l’Europa e non è il differenziale tra i titoli di Stato italiani e tedeschi, ma la distanza tra le ambizioni ambientali del nuovo Green Deal e i piani nazionali di applicazione della vecchia Politica agricola comune dopo l’ennesima riforma. «Un abisso» lo definisce addirittura l’ultima relazione della Corte dei conti europea pubblicata questa settimana per valutare il raggiungimento degli obiettivi di tutela ambientale che la Pac 2021-27 ha affidato in larga parte agli Stati membri.

Per mantenere l’unità della prima politica economica europea nel contesto estremamente differenziato rappresentato dai sistemi agricoli dei 27, e scongiurare il pericolo di una progressiva rinazionalizzazione della Pac, l’ultima riforma ha delegato ampiamente ai singoli partner la scelta delle misure su cui puntare nell’ambito di un vasto menu fissato a livello Ue per spendere i 378,5 miliardi di euro (all’Italia circa 5 miliardi l’anno) garantiti da Bruxelles nell’intero periodo, che ancora rappresentano il 31% dell’intero bilancio comunitario.

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Una critica, quella della Corte europea, che può essere letta in chiave positiva viste le difficoltà che i nuovi vincoli ambientali (ai quali è subordinato un terzo dei premi) hanno causato alle aziende agricole anche in termini di aggravi burocratici. Non a caso, come ricorda la stessa relazione, questi obblighi sono stati in parte allentati o rimossi di fronte alla crisi degli approvvigionamenti scatenata dal conflitto russo-ucraino: tutti gli Stati membri si sono avvalsi delle esenzioni, mentre alcuni hanno ridotto o ritardato l’applicazione delle “misure verdi” necessarie per ottenere i fondi Ue.

Come ad esempio è successo per la messa a riposo obbligatoria del 5% dei terreni aziendali da destinare a opere paesaggistiche o ambientali, quando il deficit di cereali, aggravato anche dalle difficoltà logistiche, ha raggiunto percentuali record, soprattutto in Italia. Tanto per dare un ordine di grandezza, oltre il 50% per il mais, il 65% per il grano tenero e l’80% per la soia. Così si è deciso prima di sospendere e poi di rimuovere una misura i cui benefici ambientali restano peraltro ancora da dimostrare.

I miliardi erogati dalla Pac agli agricoltori europei attraverso i due fondi destinati ad aiuti diretti e sviluppo rurale mirano, ricorda la Corte, oltre che ad assicurare un reddito adeguato ai produttori, la sicurezza alimentare e i mezzi di sostentamento nelle zone rurali, anche a difendere l’ambiente dai danni della crisi climatica, che ha ripercussioni dirette sulla produzione agricola, come gli eventi meteo estremi dimostrano sempre più frequentemente.

«L’impostazione della politica agricola comune è migliorata sotto il profilo ecologico, ma rispetto al passato non abbiamo riscontrato differenze sostanziali nei piani degli Stati membri – ha spiegato il responsabile della relazione Nikolaos Milionis –. La nostra conclusione è che le ambizioni ambientali dell’Ue non trovano sponda a livello nazionale e che mancano, inoltre, elementi chiave per valutare la performance ecologica». Il rapporto spiega come il Green Deal agricolo sia rimasto, per fortuna dei produttori, sul tavolo di Bruxelles: da un lato la nuova Pac ha introdotto condizioni sempre più stringenti per ottenere i fondi Ue, dall’altro ha offerto agli Stati membri maggiore flessibilità nell’applicazione delle norme. Ha istituito i cosiddetti ecoschemi, che premiano le pratiche benefiche per l’ambiente e il benessere degli animali, e ha riconfermato le misure di sviluppo rurale, ma non si è riscontrato nessun miglioramento sostanziale dal punto di vista ambientale.

Anzi, dopo l’allentamento dei vincoli in risposta alle proteste degli agricoltori della scorsa primavera, «l’impatto verde dei piani potrebbe essere ancora inferiore», anche se gli Stati membri non hanno nessun obbligo di stimare il contributo degli aiuti Pac agli obiettivi del Green Deal.

L’aumento dei terreni coltivati con metodi biologici – denuncia la relazione – è l’unico parametro misurabile, ma sarà molto difficile raggiungere l’obiettivo fissato del 25% delle superfici bio al 2030. D’altra parte il successo del Green Deal «dipende in larga misura da azioni che esulano dalla Pac». Per questa invece servirebbero «obiettivi chiari e indicatori di risultato». Un messaggio per la nuova Commissione europea.

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