Politiche agricole

Braga (periti agrari): «Pac, una sconfitta se gli agricoltori scelgono di non chiedere aiuti»

Il presidente del Collegio nazionale spiega il calo di 50mila domande (-10%): «Se gli ecoschemi sono un fallimento è inutile protestare a Bruxelles perché quei meccanismi li abbiamo ideati in Italia. Serve più coinvolgimento dei tecnici»

di Giorgio dell'Orefice

Lollobrigida: "Nuova Pac incentivi produzione agricola"

3' di lettura

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«La Pac è decisa per il 30% a Bruxelles e per il 70% nei paesi membri che hanno ampia autonomia nell’applicare gli indirizzi di politica agricola. Quindi, se gli ecoschemi si sono rivelati un fallimento è inutile protestare a Bruxelles perché quei meccanismi li abbiamo ideati noi in Italia. È dentro i confini nazionali che dobbiamo cercare le criticità e – soprattutto - i correttivi».

Ha le idee chiare il presidente del Collegio nazionale dei periti agrari e periti agrari laureati, Mario Braga, sulla difficoltà vissute nell’ultimo anno dagli agricoltori italiani ed europei culminate nelle plateali manifestazioni di piazza dei mesi scorsi che, tra l’altro, secondo molti potrebbero presto ripetersi. Difficoltà che poi, in Italia, hanno portato anche a un altro effetto tangibile, ovvero la vera e propria emorragia di domande di aiuti Pac nell’ultimo anno: 50mila domande in meno, il 10% del totale. Tutti agricoltori che hanno preferito rinunciare ai contributi Ue pur di non sottostare ai vincoli produttivi previsti da Bruxelles.

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«Una delle prime cose da fare – aggiunge Braga – è un maggior coinvolgimento dei tecnici professionisti, sia nell’applicazione che nella gestione della Pac, mentre ci hanno sempre tenuto ai margini.Riteniamo, invece, il nostro apporto tecnico-scientifico essenziale per il miglioramento, la razionalizzazione, la semplificazione, l’economicità e la modernizzazione degli iter burocratici, dei bandi, strumenti alla base dello sviluppo delle nostre imprese agricole. Ordini e Collegi purtroppo non sono considerati corpi intermedi interlocutori del decisore pubblico»

Eppure da Agea, in particolar modo negli ultimi mesi con la nuova dirigenza e il nuovo corso sono venuti segnali di apertura.

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«Agea ha fatto aperture? Ci sono timidi segnali, vedremo se davvero sarà avviato un nuovo corso di modernizzazione e razionalizzazione della Pac. Noi come professionisti siamo disposti a lavorare insieme alle rappresentanze del mondo agricolo per ripensare un modello semplificato e moderno per gestire la burocrazia europea. Il modello attuale è in larga parte inadeguato e finisce per scaricare sugli agricoltori i costi di un’eccesiva burocrazia. Vuole un esempio di mancata semplificazione? Perché Agea e Ismea sono due organismi distinti e non uno solo? Agea attraverso le domande di aiuto detiene i dati aggiornati sulle imprese agricole italiane e Ismea elabora dati. Perché non lavorano insieme?».

Anche il caso Agricat, il fondo che avrebbe dovuto promuovere polizze contro gli eventi catastrofali non è stato un esempio di buona burocrazia. «Siamo ancora agli inizi ma Agricat potrebbe essere un altro fallimento. È nato male – aggiunge il presidente dei periti agrari e periti agrari laureati -. Come si può pensare che un fondo da 300 milioni, risorse per giunta già degli agricoltori e raccolte con una trattenuta sugli aiuti diretti, potesse fronteggiare i danni da catastrofi che ammontano annualmente a miliardi di euro? Occorreva almeno percorrere il coinvolgimento delle assicurazioni private. Cosa che non mi risulta sia è stata fatta”.

E infine il capitolo che forse al presidente Braga sta più a cuore, quello della formazione. «Si parla tanto di ricambio generazionale – spiega – e poi dati alla mano vediamo che le aziende giovani sono circa 36mila su una platea di 800mila. Troppo poche. Per giunta fortemente incentivate con i fondi del Psr. Anche qui serve un cambio di passo e ripartire dalle scuole. In Italia esiste un forte deficit di orientamento. Dobbiamo far incontrare ai bambini e ai ragazzi il territorio e le attività produttive da un lato e portare le imprese nella scuola dall’altro. La scuola non dovrebbe chiudere mai. Nessuno nega i diritti dei professori, ferie comprese, ma le scuole vanno usate anche per altro, attività ludiche, preparazione al lavoro, insegnamento delle lingue, attività di socializzazione magari attraendo gli stranieri in Italia e non incentivando solo i nostri giovani ad andare all’estero. Gli istituti professionali poi devono tornare alla loro missione diventare la base della formazione professionale. In questo periodo di calo demografico alcuni istituti potrebbero essere trasformati in luoghi di alfabetizzazione, scolarizzazione e formazione professionale per gli immigrati. Se non ci si comprende l’integrazione rimane un miraggio. E per fare tutto questo occorrono uomini motivati e preparati, i professionisti, gli esperti. La politica ha bisogno di persone che sappiano leggere e vivere i problemi, a cominciare da quelli dall’agricoltura».

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