Lettera al Risparmiatore

Conti solidi per Eli Lilly, ma su medicine e cure pesa la politica di Trump

Il colosso Usa affronta l’incertezza che ha coinvolto l’intero comparto e punta all’espansione produttiva in America. Sfida nei farmaci contro l’obesità

di Vittorio Carlini

Eli Lilly  Bloomberg

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Le azioni in Borsa sono influenzate da diverse variabili: dai fondamentali ai flussi di notizie fino ai robot trader ultraveloci (Hft). Si tratta di driver che hanno impattato anche il titolo di Eli Lilly & Company. La più grande azienda farmaceutica al mondo per capitalizzazione, proprio di recente ha pubblicato i dati del primo trimestre del 2025. I numeri sono risultati positivi. Il giro d’affari si è assestato a 12,73 miliardi di dollari. Un valore il quale, da un lato, implica l’incremento del 45% rispetto allo stesso periodo del 2024; e che, dall’altro, è in linea con il consensus di mercato. L’utile per azione (Eps) non GAAP - dal canto suo - è salito a 3,34 dollari. Cioè: un dato maggiore delle previsioni degli analisti. Infine: la marginalità. Il rapporto tra Operating income e fatturato - in scia alla maggiore velocità di crescita dell’utile operativo rispetto alle vendite - è arrivato al 29,02% (28,6% un anno prima).

TRIMESTRI A CONFRONTO

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Il calo in Borsa

Ebbene: nonostante il mix di numeri in espansione, il titolo di Eli Lilly - all’interno di un movimento laterale in essere da tempo - a Wall Street è crollato (-11,66%) nella seduta successiva alla trimestrale. I motivi? Un insieme di cause - per l’appunto - tra fondamentali, flussi di notizie e Hft. Dapprima, ha inciso la riduzione delle stime aziendali sull’intero esercizio. Vero! La previsione riguardo ai ricavi è rimasta invariata tra 58 e 61 miliardi di dollari. E, però, l’outlook sull’Eps non GAAP è stato fissato nella forchetta tra 20,78 e 22,28 dollari (la precedente stima indicava l’intervallo tra 22,5 e 24 dollari). Il gruppo ha motivato la modifica, ricordando in particolare l’acquisizione nel gennaio scorso del programma oncologico da Scorpion Therapeutics. Uno shopping che -in quanto contabilizzato quale processo di R&D - è stato spesato immediatamente nel trimestre. Il fatto - inevitabilmente -ha impattato la redditività netta al 31/3/2025 e, prospetticamente, anche quella sul 2025. Sennonché, l’Eps non GAAP del primo quarter è risultato maggiore del consensus. Come mai, allora, il mercato è rimasto sorpreso dalla modifica della guidance? Perché - è l’indicazione di diversi esperti - oltre all’onda lunga dell’M&A c’è stato l’inaspettato aumento delle perdite attese su investimenti azionari (ad esempio joint venture o partecipazioni in biotech). In precedenza la voce in oggetto era stimata con un rosso tra 600 e 700 milioni. Adesso il range è tra 750 e 850 milioni.

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RICAVI E AREE GEOGRAFICHE

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La sfida sull’obesità

Ma non è solo questione di fondamentali. Altra causa al base del crollo in Borsa dopo la trimestrale è stata la notizia che la compagnia assicurativa Cvs Health, tra le maggiori nel settore sanitario Usa, ha realizzato un accordo con Novo Nordisk per rendere la pillola anti-obesità di quest’ultima (Wegony) “preferita” nei formulari dei rimborsi della stessa compagnia assicuratrice. L’evento - bollato da Eli Lilly non rilevante- è stato interpretato come un possibile fattore negativo per il farmaco sul dimagrimento di Eli Lilly medesima. Vale a dire: lo Zepbound. A fronte di ciò gli investitori - agevolati (ecco l’altra variabile) dagli Hft- hanno spinto all’ingiù il titolo.

Ciò detto, però, la corsa all’oro delle medicine anti obesità è serrata e piena di colpi di scena. In tal senso, solo due giorni fa il ceo della stessa Novo Nordisk ha annunciato le dimissioni. Una mossa - è l’indicazione dell’azienda - legata soprattutto alla continua caduta delle azioni del gruppo europeo. La reazione di Eli Lilly in Borsa? Manco a dirlo, il rimbalzo nelle sue quotazioni. Insomma: si tratta di un sali e scendi che, peraltro, si inserisce in un contesto molto complesso. Esiste, infatti, un’ulteriore variabile che influenza l’intero settore farmaceutico. Di cosa si parla? Ovviamente, dell’ennesimo tackle in scivolata di Trump.

VENDITE E FARMACI

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Alla riforma!

Il Presidente Usa ha preannunciato una riforma sul comparto (facendo arretrare un po’ tutti i titoli) per, poi, renderla operativa - attraverso il solito Ordine esecutivo - il 12 maggio scorso. L’atto presidenziale - in linea di massima - è un duro colpo non tanto (o solamente) per i big pharma quanto, piuttosto, per le compagnie assicurative del settore e di quelli che vengono definiti i “Pharmachy-benefit managers” (Bpm).

Come mai? Per comprenderlo, è necessario ricordare alcuni meccanismi che caratterizzano il business dei medicinali in America. Dapprima -va rimarcato - negli Usa, tendenzialmente, le medicine costano ben di più che in altri Stati avanzati. A fronte ciò, la Casa Bianca ha (nuovamente) puntato sul cosiddetto “prezzo della nazione più favorita. Detto diversamente: i prezzi dei farmaci in America dovrebbero allinearsi a quelli più bassi di altri Paesi sviluppati. In un simile contesto, le realtà - da anni al centro di polemiche-che finiscono nel mirino della Casa Bianca sono soprattutto - e per l’appunto - i Pbm. Questi sono aziende che operano quali intermediari tra produttori di farmaci, assicurazioni e farmacie. Ad esempio: creano formulari di medicine coperte dalle polizze oppure negoziano sconti con le case farmaceutiche. Ebbene: proprio gli sconti in oggetto - che finendo nelle tasche dei Pbm (e non in quelle del malato) costituiscono una sorta di commissione - di fatto inducono il rialzo del prezzo finale del farmaco. Così, da una parte, Trump sembra volere colpire gli intermediari; e, dall’altro, favorire le vendite dirette ai pazienti ad opera delle aziende farmaceutiche. A ben vedere, si tratterrebbe di un contesto - favorito dalla stessa lobby del pharma Usa - in cui i produttori quali Eli Lilly - a detta diversi analisti -non dovrebbero affrontare grandi difficoltà. Sennonché, i titoli del gruppo (come quelle di altre aziende) hanno comunque sofferto in Borsa. Il motivo? Perché, in primis, una simile riforma dovrà superare molti ostacoli - anche processuali -per essere realmente applicata. E, poi, perché - unitamente al tema delle dazi sulle importazioni - apre scenari inesplorati che possono impattare il business del comparto. A fronte di ciò, non stupisce che Eli Lilly non sia sfuggita alla pressione ribassista. Vero! Il gruppo - il quale ha detto di volere rafforzare la produzione negli Usa costruendo quattro nuovi siti - secondo Ubs è il big pharma il cui Eps subirà il minore impatto a causa dei dazi. Ciò detto, però, si sa: quando c’è generale incertezza le storie aziendali finiscono sullo sfondo e le vendite travolgono un po’ tutto e tutti.

Ma non è solo questione di fondamentali o flussi di notizie. Altro aspetto rilevante è il portafoglio delle medicine e le loro vendite. Il gruppo, riguardo al primo trimestre del 2025, rimarca la positiva dinamica del franchising basato sulla molecola Tirzepatide la quale è efficace sia contro il diabete che contro l’eccesso di peso. Nel primo caso si parla della medicina chiamata Mounjaro il cui giro d’affari globale è salito del 113%, raggiungendo 3,84 miliardi di dollari. Nel secondo, invece, siamo dalla parti di Zepbound. Questo, negli Usa, ha raggiunto vendite per 2,31 miliardi, rispetto a 517,4 milioni di dodici mesi prima. L’incremento è stato trainato da un aumento della domanda, parzialmente compensato da prezzi medi di vendita più bassi. Bene poi -nel settore oncologico- l’andamento di Verzenio che -sempre nel primo trimestre -è stato contraddistinto dal rialzo dei ricavi del 10%. Si tratta di trend che possono in generale proseguire? Rispondere a simili domande è sempre - al di là delle dichiarazioni dell’azienda -complesso. Zepbound, ad esempio, è all’interno della dura battaglia nel campo della perdita del peso. Un settore dove non solo c’è la concorrenza di Novo Nordisk ma è atteso anche l’arrivo del farmaco di Amgen. Importante, poi, nel pharma, è la progressione del portafoglio prodotti e l’andamento dei vari studi clinici. In tal senso -tra le altre cose - può rilevarsi che - in scia alla strategia dello sfruttamento delle incretine - Eli Lilly ha annunciato ad aprile risultati preliminari positivi in Fase 3 per Orforglipron contro il diabete di tipo 2.

ALLOCAZIONE DEL CAPITALE

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La Borsa

Fin qui alcune suggestioni su prospettive, opportunità, sviluppo dei farmaci e rischi del business targato Eli Lilly. Quale, tuttavia, la situazione del titolo in Borsa? «Dal punto di vista dell’analisi tecnica -spiega Silvio Bona, esperto indipendente - il titolo, nel periodo che va all’incirca dal 2015 al 2018, è stato contraddistinto da una fase di importante accumulo». Successivamente, rotta la resistenza in area 90 dollari, le azioni hanno dato vita ad un’impostazione rialzista di lungo periodo tutt’ora in vigore». Ciò detto, «dal luglio del 2024 - afferma sempre Bona - la società ha iniziato a muoversi in un canale laterale compreso tra il tetto intorno ai 970 dollari e il pavimento “costruito” a circa 700 dollari». Allo stato attuale, «nonostante il posizionamento di medio rimanga positivo, bisogna fare attenzione al supporto statico - sempre di medio periodo- in area 690 dollari». Un livello che coincide con la trend line passante per il minimo realizzato del 2020. «Nell’ipotesi in cui le azioni rompessero tale supporto - conclude Bona - il focus deve essere, prima verso il livello di 630, e poi a quello intorno a 540 dollari».

L’andamento del titolo

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