Conti solidi per Eli Lilly, ma su medicine e cure pesa la politica di Trump
Il colosso Usa affronta l’incertezza che ha coinvolto l’intero comparto e punta all’espansione produttiva in America. Sfida nei farmaci contro l’obesità
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Le azioni in Borsa sono influenzate da diverse variabili: dai fondamentali ai flussi di notizie fino ai robot trader ultraveloci (Hft). Si tratta di driver che hanno impattato anche il titolo di Eli Lilly & Company. La più grande azienda farmaceutica al mondo per capitalizzazione, proprio di recente ha pubblicato i dati del primo trimestre del 2025. I numeri sono risultati positivi. Il giro d’affari si è assestato a 12,73 miliardi di dollari. Un valore il quale, da un lato, implica l’incremento del 45% rispetto allo stesso periodo del 2024; e che, dall’altro, è in linea con il consensus di mercato. L’utile per azione (Eps) non GAAP - dal canto suo - è salito a 3,34 dollari. Cioè: un dato maggiore delle previsioni degli analisti. Infine: la marginalità. Il rapporto tra Operating income e fatturato - in scia alla maggiore velocità di crescita dell’utile operativo rispetto alle vendite - è arrivato al 29,02% (28,6% un anno prima).
Il calo in Borsa
Ebbene: nonostante il mix di numeri in espansione, il titolo di Eli Lilly - all’interno di un movimento laterale in essere da tempo - a Wall Street è crollato (-11,66%) nella seduta successiva alla trimestrale. I motivi? Un insieme di cause - per l’appunto - tra fondamentali, flussi di notizie e Hft. Dapprima, ha inciso la riduzione delle stime aziendali sull’intero esercizio. Vero! La previsione riguardo ai ricavi è rimasta invariata tra 58 e 61 miliardi di dollari. E, però, l’outlook sull’Eps non GAAP è stato fissato nella forchetta tra 20,78 e 22,28 dollari (la precedente stima indicava l’intervallo tra 22,5 e 24 dollari). Il gruppo ha motivato la modifica, ricordando in particolare l’acquisizione nel gennaio scorso del programma oncologico da Scorpion Therapeutics. Uno shopping che -in quanto contabilizzato quale processo di R&D - è stato spesato immediatamente nel trimestre. Il fatto - inevitabilmente -ha impattato la redditività netta al 31/3/2025 e, prospetticamente, anche quella sul 2025. Sennonché, l’Eps non GAAP del primo quarter è risultato maggiore del consensus. Come mai, allora, il mercato è rimasto sorpreso dalla modifica della guidance? Perché - è l’indicazione di diversi esperti - oltre all’onda lunga dell’M&A c’è stato l’inaspettato aumento delle perdite attese su investimenti azionari (ad esempio joint venture o partecipazioni in biotech). In precedenza la voce in oggetto era stimata con un rosso tra 600 e 700 milioni. Adesso il range è tra 750 e 850 milioni.
La sfida sull’obesità
Ma non è solo questione di fondamentali. Altra causa al base del crollo in Borsa dopo la trimestrale è stata la notizia che la compagnia assicurativa Cvs Health, tra le maggiori nel settore sanitario Usa, ha realizzato un accordo con Novo Nordisk per rendere la pillola anti-obesità di quest’ultima (Wegony) “preferita” nei formulari dei rimborsi della stessa compagnia assicuratrice. L’evento - bollato da Eli Lilly non rilevante- è stato interpretato come un possibile fattore negativo per il farmaco sul dimagrimento di Eli Lilly medesima. Vale a dire: lo Zepbound. A fronte di ciò gli investitori - agevolati (ecco l’altra variabile) dagli Hft- hanno spinto all’ingiù il titolo.
Ciò detto, però, la corsa all’oro delle medicine anti obesità è serrata e piena di colpi di scena. In tal senso, solo due giorni fa il ceo della stessa Novo Nordisk ha annunciato le dimissioni. Una mossa - è l’indicazione dell’azienda - legata soprattutto alla continua caduta delle azioni del gruppo europeo. La reazione di Eli Lilly in Borsa? Manco a dirlo, il rimbalzo nelle sue quotazioni. Insomma: si tratta di un sali e scendi che, peraltro, si inserisce in un contesto molto complesso. Esiste, infatti, un’ulteriore variabile che influenza l’intero settore farmaceutico. Di cosa si parla? Ovviamente, dell’ennesimo tackle in scivolata di Trump.
Alla riforma!
Il Presidente Usa ha preannunciato una riforma sul comparto (facendo arretrare un po’ tutti i titoli) per, poi, renderla operativa - attraverso il solito Ordine esecutivo - il 12 maggio scorso. L’atto presidenziale - in linea di massima - è un duro colpo non tanto (o solamente) per i big pharma quanto, piuttosto, per le compagnie assicurative del settore e di quelli che vengono definiti i “Pharmachy-benefit managers” (Bpm).



