Lettera al risparmiatore

Coinbase diversifica, ma in Borsa troppo forte il legame con il bitcoin

Nel 2021 conti in rialzo per la piattaforma di scambi centralizzati . Focus su nuovi prodotti e servizi. Azioni sotto al prezzo di collocamento

di Vittorio Carlini

(NurPhoto via AFP)

6' di lettura

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La criptoeconomia, piaccia o non piaccia, cresce. Certo: la capitalizzazione delle cryptocurrencies è crollata. Il 9 novembre scorso, secondo Coinmarketcap, valeva oltre 2.900 miliardi di dollari e attualmente è intorno ai 1.896 miliardi.

Ciò detto però, da un lato, la criptosfera pervade sempre di più l’economia (il mercato globale della blockchain, nel 2025, è stimato -a detta di Statista- a circa 40 miliardi di dollari dagli attuali 7 miliardi); e dall’altro i criptoasset, al netto di eventi contrari da non escludersi viste le polemiche sul settore, paiono assumere di giorno in giorno una maggiore valenza istituzionale. Prova ne sia, rispetto a quest’ultimo fronte, il recente ordine esecutivo della Casa Bianca che punta a mettere mano al comparto. Una strategia (seppure ad oggi necessariamente programmatica) la quale, come ha mostrato il rimbalzo del bitcoin in scia alla notizia, è stata considerata non “ostile” dalla stessa criptosfera.

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Ebbene: proprio all’interno di questa criptofrontiera più istituzionalizzata troviamo Coinbase. Si tratta di una delle più importanti piattaforme centralizzate di scambi di criptoasset. La società, poco meno di un anno fa, è sbarcata al Nasdaq con il modello del “direct listing”. Il prezzo di riferimento per l’operazione era di 250 dollari ad azione. Alla chiusura del 18/3/2022 il titolo, rispetto al quale il risparmiatore fai-da-te deve usare cautela e prudenza, viaggia intorno ai 186 dollari. Cioè: le quotazioni sono calate. Il che, guardando ai fondamentali, stupisce. Nel 2021 la società, secondo il report aziendale, ha riportato ricavi per 7,355 miliardi di dollari rispetto al giro d’affari di 1,141 miliardi dell’esercizio precedente. L’Ebitda adjusted, dal canto suo, è salito a 4,090 miliardi (il Mol rettificato, nel 2020, era di 527 milioni). Infine l’utile netto: questo è stato di 3,624 miliardi di dollari a fronte dei 322 milioni di un anno prima. Non solo. Analizzando la composizione dei ricavi si nota che il peso delle commissioni che il cliente paga per l’operatività sui criptoasset è scesa dal 96,05% del 2020 al 92,9% del 31/12/2021. Cioè: le cosiddette ”transaction revenue” sono aumentate in termini assoluti ma la velocità di incremento delle “subscrition and services revenue” è stata maggiore, passando da 45 a 517,5 milioni. Un segnale concreto della diversificazione del business che, tra le altre cose, passa attraverso prodotti innovativi: dalla custodia di asset per sfruttare ad esempio la finanza decentralizzata (DeFi) a meccanismi che consentono di ricevere parte dello stipendio in cripto fino a sistemi di consulenza fiscale. Tanto che il 32% dei cosiddetti “Monthly transacting Users” (chi, almeno una volta al mese, ha operato) sono “coinvolti” con i “non investing product”. La maggiore articolazione, peraltro, si nota anche all’interno della composizione stessa delle “transacion revenue”. Queste, nel 2020, rispetto ai criptoasset erano così divise: il bitcoin pesa per il 44%, ethereum per il 12% mentre l’incidenza degli altri token è del 44%. Un anno dopo la fotografia è la seguente: appannaggio della cryptocurrency regina è il 25%; ethereum e gli altri criptoasset generano rispettivamente il 21 e 54% dei ricavi da transazione. Insomma: la diversificazione del business model via via prende piede. Una strategia che, lanciando lo sguardo più in là nel futuro, dovrebbe portare Coinbase ad essere - come dice la società - il principale “account” per accedere alla criptoeconomia e al Web3.

BILANCI A CONFRONTO

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Il legame con il bitcoin

Sennonché tutto questo, sull’andamento del titolo in Borsa, lo si nota poco. Vero! Dopo la pubblicazione dei dati, il 24 febbraio, il titolo da 159 dollari è salito fino a 200 dollari. Poi, però, di lì, seppure ultimamente si è ripreso, è ridiscesco. Può affermarsi: si tratta anche dell’effetto delle indicazioni del gruppo il quale, in scia al calo della market cap delle cripto e della volatilità, nella conference call su dati annuali ha affermato che il primo trimestre del 2022 sta andando più debolmente rispetto all’ultimo quarter del 2021. Ciò detto, tuttavia, allargando l’arco di tempo considerato, salta fuori che il movimento ribassista è partito intorno al 9 novembre 2021. Un trend il quale, da una parte, è dovuto anche alle vendite generalizzate sui titoli “high growth” a fronte della stretta monetaria dalla Fed; ma che, dall’altra, coincide con l’inizio del capitombolo del bitcoin. E questo è un fattore da sottolineare: nonostante la diversificazione del business, il titolo di Coinbase replica non di rado quello della criptoregina. «Dal giorno della quotazione - sottolinea Ilaria Bianchini, Head of Research tech di FinScience - la correlazione tra i due asset è positiva e alta. In media vale lo 0,8». «Anche graficamente -conferma l’analista tecnico indipendente Silvio Bona,- non può negarsi che finora Coinbase replichi piuttosto fedelmente il bitcoin». Nel futuro, come indica la stessa azienda potrà esserci il decoupling (e la stessa criptoregina potrà eventualmente riprendersi). Ma, per ora, la correlazione esiste. A fronte di ciò, e più in generale, viene da chiedersi: qual è allora l’attuale natura della cryptocurrency in oggetto?

LA COMPOSIZIONE DEI RICAVI

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RICAVI E CRIPTO ASSET

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Il token mutante di guerra

Per rispondere è utile partire dagli ultimi tragici eventi in Ucraina. Nella notte tra mercoledì 23 e giovedì 24 febbraio, quando sono arrivate le prime notizie dell’attacco da parte di Mosca, il bitcoin ha iniziato a rotolare giù. La criptovaluta regina in poco tempo è passata, pure riprendendosi un po’ nell’intraday, da oltre 37.000 dollari a poco più di 34.000 dollari. Un trend correlato a quello delle tradizionali Borse. Il 28 febbraio, però, la musica è cambiata. Il bitcoin, mentre l’indice Vix aumentava, è anch’esso balzato all’insù. Un andamento, quindi, sganciato dai listini. Questi infatti, con la volatilità al rialzo, normalmente imboccano la strada del ribasso. Cosa è successo? È accaduto che la banca centrale russa ha vietato ai residenti il trasferimento dei denari all’estero. Una mossa, dettata anche dalla forte svalutazione del rublo in scia alle sanzioni economiche contro Mosca, che ha indotto molti cittadini ad entrare nella criptosfera. Da un lato per difendere i propri risparmi dalla svalutazione monetaria; dall’altro per cercare di bypassare le stesse sanzioni. In un simile contesto tanti hanno intonato il leit motive: il bitcoin, nelle crisi, è un bene rifugio! Sennonché nei giorni successivi, nonostante la duplice notizia di Lugano pronta ad usare la blockchain (tra le altre cose) per fare pagare le tasse e della Casa Bianca che mette mano al settore, le cryptocurrencies sono tornate a seguire l’umore dei mercati azionari. Insomma: l’idea del bitcoin quale “safe haven” è andata a farsi benedire. Si dirà: qual è la stranezza? Già nei mesi scorsi, ad esempio quando il presidente della Fed Jerome Powell ha mostrato più fermezza sul rialzo dei tassi, la cryptocurrency era scivolata. Per non parlare, poi, del capitombolo (similmente a tutte le altre Borse mondiali) nel marzo del 2020 in scia allo scoppio della pandemia. Insomma: il film da tempo è in programmazione. Vero! E, tuttavia, non può nascondersi che l’andamento stride con l’impostazione di fondo del bitcoin. La criptovaluta, va ricordato, nasce quale sistema di pagamento alternativo alle monete tradizionali. Certo: nel corso degli anni ha perso questa valenza per trasformarsi essenzialmente in asset d’investimento. In particolare è diventata, a detta di molti, riserva di valore. Ciò detto, però, la sua struttura socio-tecnologica (dalla decentralizzazione fino al Proof of Work e all’halving) dovrebbe indurre il bitcoin a muoversi in maniera diversa. Anzi, proprio in qualità di “oro digitale”, la sua reazione nelle fasi di “risk off” (fuori dal rischio) dovrebbe essere contraddistinta da rialzi. Il che, per l’appunto, non avviene. Come mai? Perché, paradossalmente, è vittima del suo successo. Negli ultimi anni, da un lato, ha acquisito popolarità; e dall’altro, si sono moltiplicati gli strumenti finanziari tradizionali per operare con esso. A fronte di questo contesto, entrando nei portafogli degli investitori tradizionali (sia istituzionali che retail), la criptovaluta regina è diventata sensibile alle consuete strategie di quest’ultimi. I quali non conoscono, o non seguono, i meccanismi peculiari del sistema socio-tecnologico, bensì quelli della finanza istituzionale. Quindi, nel momento in cui si entra in una fase di “risk off” il bitcoin viene venduto come tutti gli altri asset considerati più rischiosi. «In realtà - precisa Ferdinando Ametrano, cofondatore di CheckSig – nei momenti di tensione, quando scende l'azionario, la componente speculativa del mercato che lo percepisce come investimento rischioso dismette le sue posizioni». Contemporaneamente, però, «subentrano soggetti altrettanto rilevanti che vedono nella criptovaluta un bene rifugio». Insomma: saremmo di fronte a due diverse anime degli operatori che spingono in direzioni opposte. La prima ribassista di breve periodo, la seconda rialzista su un arco temporale maggiore.

I VOLUMI

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Per approfondire:
L'andamento del titolo

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