La Cina non ha certo fretta di approvvigionarsi di materie prime. Le importazioni erano state molto elevate a dicembre (come sempre accade in vista del Capodanno lunare) e centinaia di stabilimenti hanno prolungato la chiusura per festività, fino alla prossima settimana e oltre.
Le attività si sono fermate in una dozzina di province, alcune delle quali molto importanti per la produzione industriale, come l’Hebei, lo Yunnan, lo Shandong. Nelle aree colpite da restrizioni, secondo Bloomberg, sono concentrate il 90% delle fonderie di rame della Cina, il 60% delle acciaierie e il 65% delle raffinerie di petrolio.
Ci sono anche molti rigassificatori, responsabili di due terzi delle importazioni cinesi di Gnl. Molti acquirenti starebbero già pensando di far ricorso alla clausola di forza maggiore: una beffa per gli Stati Uniti che solo ora si sono visti riaprire le porte del mercato cinese, grazie alla tregua sui dazi.
L’intesa, siglata meno di un mese fa, impegna Pechino a importazioni extra dagli Usa per 200 miliardi di dollari nei prossimi due anni. Petrolio, gas e prodotti agricoli dovrebbero fare la parte del leone, ma gli acquisti cinesi invece che aumentare – come il mercato si aspettava – crollano a vista d’occhio.
Il maggiore importatore di greggio della Cina, Sinopec, ha ordinato alle raffinerie di ridurre le lavorazioni del 12% (600mila bg) questo mese, gli impianti indipendenti dello Shandong in una settimana hanno tagliato la produzione di carburanti del 30-50%.