Investimenti

Casanova: «I titoli auriferi correranno ancora spinti dalla rotazione dei portafogli»

La portfolio manager di VanEck: «Il comparto è tuttora relativamente sottovalutato, sia rispetto all’oro che rispetto al resto del mercato azionario»

di Sissi Bellomo

Imaru Casanova, portfolio manager di VanEck

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Dalle Magnifiche Sette alle minerarie aurifere. Non è un percorso lineare, ma «la rotazione dei capitali potrebbe essere il prossimo catalizzatore per gli investimenti legati all’oro», capace di accelerare ulteriormente la corsa dei titoli del settore. Così la pensa Imaru Casanova, portfolio manager di VanEck, l’emittente di quello che è di gran lunga il maggiore Etf specializzato proprio su questo comparto di nicchia, che quest’anno – dopo un lunghissimo periodo di stagnazione in Borsa – si è finalmente risvegliato. Il Van Eck Gold Miners (GDX) – con asset netti per 25,5 miliardi di dollari all’11 dicembre – vanta una performance eccezionale nel 2025: +125% da inizio anno, un rialzo che è all’incirca il doppio di quello dell’oro (rispetto a cui stanno recuperando terreno).

Le quotazioni del lingotto, dopo una fase di correzione, si stanno di nuovo avvicinando al record storico di metà ottobre, con una punta ieri sopra 4.350 dollari l’oncia. E i titoli auriferi stanno seguendo a ruota: l’Etf di VanEck è tornato ai massimi. Ma questo potrebbe essere solo l’inizio.

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Il ruolo delle Magnifiche Sette

«Le minerarie aurifere sono tuttora relativamente sottovalutate, sia rispetto all’oro che rispetto al resto del mercato azionario», afferma Casanova, intervistata dal Sole 24 Ore, convinta che il comparto possa ricevere una spinta ulteriore dalla rimodulazione dei portafogli avviata da molti investitori. «Basterebbe che un po’ di denaro se ne andasse dalle Magnifiche Sette», ipotizza la venezuelana, che grazie alla formazione da ingegnere minerario abbinata a solide competenze finanziarie ha conquistato la stima e la fiducia di Joe Foster, leggendario gestore-geologo di VanEck, ormai anziano, al punto da diventarne la “delfina”.

«Non dico che per gli investimenti distolti dall’hi tech la prima destinazione saranno i titoli auriferi, anche perché questo settore fatica ancora oggi a trovare visibilità: in tutto ha una capitalizzazione di mercato di appena 1.000 miliardi di dollari, una quota minima dei mercati azionari globali, e nell’S&P 500 c’è una sola aurifera, Newmont. Al limite i gestori parlano di Risorse naturali, comparto in cui però rientrano anche titoli energetici e minerarie che non estraggono oro». L’interesse comunque è tornato, sia pure a scoppio ritardato rispetto al rally dell’oro, iniziato oltre tre anni fa. Casanova non si stupisce della scarsa sincronia. «L’oro protegge dall’instabilità finanziaria e dalla volatilità, è un bene rifugio e una copertura contro l’inflazione, dunque secondo noi è logico che debba trovare spazio in ogni portafoglio d’investimento, anche se suggeriamo una quota del 5% e non del 10-15% come dicono altri. La verità però è che fino a quest’anno erano state soprattutto le banche centrali, e non gli investitori privati, a rendersene conto. E le banche centrali comprano metallo, non azioni».

Il ritorno dell’interesse

Una volta riacceso l’interesse, il resto è una logica conseguenza. «Quando gli investitori decidono di guadagnare esposizione all’oro la prima scelta cade sempre sui lingotti. Solo in seguito, quando il mercato si è abituato a prezzi dell’oro stabilmente più elevati, cominciano a chiedersi: “Cos’altro posso fare?”. Ed a quel punto che l’attenzione inizia a spostarsi anche verso le società aurifere: è un passaggio naturale, che in questo ciclo si è fatto attendere più a lungo che in passato ma che adesso è finalmente arrivato».

Il settore

Il motivo di tanto ritardo forse risiede anche nelle delusioni che il settore aurifero ha riservato in passato. «Ci sono stati anni brutti – concede Casanova – e la gente se li ricorda bene, anche i più giovani ne hanno sentito parlare e sanno bene che in altri periodi di rally dell’oro le società aurifere hanno distrutto valore, lanciandosi in acquisti sfrenati e caricandosi di debiti. Ma oggi il settore è cambiato molto: vedo un grande controllo dei costi, bilanci impeccabili, aziende che pur disponendo di grande liquidità rinunciano ripetutamente ad acquisizioni perché non soddisfano i loro obiettivi di rendimento, diluiscono il portafoglio o non offrono sinergie». Alla cautela si aggiunge una redditività senza precedenti. «Con l’oro che scambia ben oltre 4mila dollari l’oncia, anche gli scarti minerari hanno un valore economico – scherza Casanova – Le società aurifere grazie al cielo hanno tuttora stime piuttosto conservative, non pianificano investimenti sulla base di un prezzo dell’oro di 4mila dollari, ma di 2.400-2500 dollari nella maggior parte dei casi e le grandi minerarie addirittura sono ferme a 1.600-1.800 dollari».

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