Elezioni legislative

Canada, vince Mark Carney in un voto anti-Trump

Il premier Carney e i liberali eletti per tener testa al Presidente Usa. Sconftti il conservatore Pierre Poilievre, danneggiato dalla parentela con il populismo Maga

dal nostro corrispondente Marco Valsania

Il Canada al voto, partecipazione record per l'"effetto Trump"

5' di lettura

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NEW YORK - Mark Carney e il suo partito liberale hanno vinto le elezioni in Canada, in un voto che ha rappresentato più di tutto una risposta e un ripudio della politica aggressiva del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Fino all’ultimo Trump ha chiesto ai canadesi di dimostrarsi a favore di un’annessione da parte degli Usa. Con l’assalto alla sovranità canadese, ha mantenuto anche la sua guerra economica al grande paese alleato e confinante, quanto e più che contro molti altri partner, un’offensiva condotta a base di drastici dazi commerciali.

Già pochi istanti dopo la chiusura delle urne, la rete Tv e radiofonica pubblica Cbc/Radio Canada ha aggiudicato la contesa sulla base delle proiezioni. Sconfitto il partito conservatore di Pierre Poilievre, danneggiato dal parallelo con il populismo di destra del Presidente statunitense. Carney si è presentato come il candidato migliore e il leader più esperto per affrontare la sfida posta da Trump. Il risultato ha costituito una drammatica riscossa per i liberali, solo pochi mesi fa parsi destinati a perdere nettamente il voto davanti ad una domanda di svolta dopo tre mandati consecutivi al governo.

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Trump è stato senza dubbio l’ingombrante convitato di pietra all’appuntamento del Canada con le urne, suscitando reazioni di orgoglio nazionale e rigetto dell’espansionismo della Casa Bianca: ancora nel giorno delle elezioni, ha rilanciato la sua proposta di farne parte degli Usa. «Eleggete l’uomo che ha forza e la saggezza» di trasformare il Canada nell’amato 51esimo Stato degli Stati Uniti d’America, ha scritto sul suo media Truth Social. Di più: «Basta con le linee tracciate artificialmente tanti anni fa. Guarda quanto sarebbe bella questa massa di terra».

Favorito nel voto odierno, seppur di stretta misura, era apparso fin dai sondaggi ora confermati dalla urne il partito Liberale dell’ex banchiere centrale Carney, il primo ministro che a marzo ha preso le redini del governo da un Justin Trudeau in affanno e che nei sondaggi è rimasto in vantaggio sul principale sfidante, appunto il conservatore Poilievre, leader della destra populista canadese. Un vantaggio dovuto proprio alla reazione ad un altro, aggressivo e scomodo populismo conservatore subito a sud del confine, quello di cui è portatore il Presidente degli Stati Uniti.

Il partito di Carney era parso avanti di circa cinque punti percentuali, che se confermati nei conteggi definitivi delle schede possono consegnargli una maggioranza dei 343 seggi in parlamento.

L’effetto Trump

L’effetto Trump è stato drammatico, misurato da un ribaltamento nelle inchieste d’opinione raro nel Paese.

Solo pochi mesi or sono i Liberali apparivano destinati a una cocente sconfitta e faticavano ad arrivare al 20% contro il 44% dei conservatori. Alla vigilia del voto sono stati loro ad avere in media il 43% dei consensi, anche se in declino da massimi del 47% nello sprint finale, contro il 38% degli avversari.

Il resto dei consensi è parso suddiviso tra il francofono Blocco del Quebec, il New Democratic Party di sinistra, i verdi e alcune formazioni ultra conservatrici.

La sfida Carney-Poilievre

Lo scontro è stato duro: da un lato l’impegno e l’esperienza del 60enne Carney, nuovo alla politica ma con alle spalle una lunga carriera nella finanza e incarichi di governatore della Banca centrale canadese prima e britannica poi, durante la critica fase di Brexit.

Dall’altra l’appello al cambiamento, con toni da Trump canadese del 45enne Poilievre. In pochi giorni di voto anticipato, non a caso sono già stati stabiliti nuovi record: 7,3 milioni di schede, un quarto dei quasi 29 milioni di aventi diritti e un incremento del 25% rispetto alle precedenti elezioni. Anche il voto postale è cresciuto.

«Poilievre non ha alcun piano per resistere a Trump», ha accusato Carney in uno degli ultimi comizi dando espressione alla militanza anti-Maga generata tra gli elettori delle provocazioni della Casa Bianca.

Poi ha però rafforzato anche le proprie credenziali centriste, conscio di fare i conti comunque con il malessere economiche: ha eliminato una impopolare tassa verde sulle emissioni, finora qualificante per i liberali, impegnandosi piuttosto ad una politica energetica di promozione del fossile quanto delle fonti rinnovabili.

Per rivendicare il ruolo di anti-Trump ha inoltre compiuto rapidi viaggi tra alleati esteri, a cominciare dagli europei, volti a consolidare rapporti economici “affidabili” che compensino il gelo in arrivo dalla frontiera meridionale. «È ora di scegliere il cambiamento, il futuro», ha ribattuto Poilievre.

I suoi cavalli di battaglia sono la lotta agli sprechi di spesa pubblica e la denuncia del costo della vita e della casa sotto i liberali e la promessa, citando le proprie origini popolari di figlio di insegnanti, di prestare inedita attenzione ai lavoratori e elettori comuni trascurati. Con retorica accesa sposa slogan di legge e ordine e lotta al “woke”, ai valori progressisti quali diversità e equità.

È un politico di carriera ma si caratterizza per le critiche alle “elite di Ottawa” (la capitale) e invoca una politica di Canada First. Può contare sull’influenza di social media e gruppi online di destra, quali Canada Proud, accusati di disinformazione, che hanno trovato spazio dopo il divieto alle news di Facebook e Instagram (il servizio Feed) per mancati pagamenti di Meta agli editori canadesi sul contenuto ripubblicato. Le similitudini con Trump e la sua America First hanno tuttavia complicato le promesse di non essere troppo vicino al movimento di Trump.

I canadesi e Trump

Il giudizio dei canadesi d’altronde su Trump appare netto. Hanno cancellato in massa viaggi negli Stati Uniti. Sondaggi YouGov rilevano che il 64% contro il 25% considera oggi gli Usa un nemico o almeno un Paese non amico. L’84% contro l’11% rifiuta l’idea avanzata da presidente statunitense di trasformare il Canada nel 51esimo stato dell’Unione. Per buona misura, se i canadesi avessero votato alle elezioni degli Stati Uniti lo scorso novembre avrebbero premiato Kamala Harris contro Trump con 57% contro il 18 per cento.

Trump, di sicuro, ha inflitto danni economici al vicino alleato. L’interscambio bilaterale vale quasi mille miliardi l’anno, 2,5 miliardi al giorno, e gli Usa sono di gran lunga il maggior partner commerciale del Canada, con catene di produzione e fornitura integrate, dall’auto all’energia. Un flusso oggi sotto shock per i dazi di Washington: il 25% su tutto l’import, ad eccezione di beni coperti dal trattato di libero scambio nordamericano, e dedicate tariffe anche contro automotive, acciaio e alluminio e forse presto il legname.

Sospensioni dal lavoro sono già scattate per migliaia di dipendenti. Abbastanza per assicurare che il voto non diventasse solo una scelta tra Carney e Poilievre ma anche e soprattutto un referendum sull’ingombrante vicino, Trump.

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