Il futuro dell’Artico, sempre più centrale a livello geopolitico, economico e militare
Se n’è parlato nella tre giorni organizzata a Roma da SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) e Ambasciata del Regno di Norvegia
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Visto dall’Artico, il nostro pianeta somiglia al teatro di un triello – il vecchio «duello a tre» reso famoso dagli spaghetti-western di Sergio Leone – con Stati Uniti, Russia e Cina sempre più impegnati a contendersi vie di comunicazione, risorse e territori in continue alleanze e disaccordi a geometria variabile, con l’Unione europea come quarto incomodo che valuta le sue opzioni in attesa di una strategia e il Canada – tradizionale potenza artica – in fase di avvicinamento a Bruxelles.
In un periodo turbolento, tra Donald Trump che rivendica la Groenlandia, Vladimir Putin che spinge sull’acceleratore della supremazia russa sui ghiacci e la Cina di Xi Jinping che vara navi artiche ipertecnologiche al centro di un disegno ancora più vasto, si è discusso di tutto questo e molto di più nel corso di «Arctic Connections», la tre giorni organizzata dal 31 marzo al 2 aprile a Roma da SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) e Ambasciata del Regno di Norvegia, giunta alla sesta edizione, che oltre alla partnership del Ministero degli Affari Esteri e della Marina Militare quest’anno si è avvalsa anche della collaborazione del Sole 24 Ore e di Radio24.
L’importanza strategica dell’Artico – o meglio, dei vari «Artici» che coesistono affiancati alla sommità del mondo – cresce di anno in anno e si snoda sul piano politico, commerciale, ambientale e militare: la Northern Sea Route (NSR) che collega la parte occidentale dell’Eurasia alla regione dell’Asia Pacifico, resa sempre più navigabile dal progressivo scioglimento dei ghiacci, sta emergendo come alternativa strategica alle tradizionali vie marittime, riducendo i tempi di trasporto tra Asia ed Europa fino al 40%.
Recenti analisi indicano inoltre come la NSR abbia il potenziale di diventare una “autostrada energetica per esportazione di idrocarburi e scambio di altre risorse naturali”. Al contempo la temperatura nella regione Artica continua ad aumentare ogni anno a un ritmo tre volte più alto della media globale, rendendo la cooperazione nella gestione dei futuri scenari regionali sempre più necessaria e urgente. Le stime della U.S. Geological Survey, inoltre, indicano che l’Artico ospita il 13% delle riserve mondiali non sfruttate di petrolio (circa 90 miliardi di barili) e il 30% delle riserve di gas naturale, oltre a depositi di terre rare essenziali per l’industria tecnologica.
Che cosa c’entra l’Italia in tutto questo? Come ha evidenziato nel corso di Arctic Connections l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, Sottocapo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana, le nostre navi svolgono un ruolo di presenza, perché da sette anni un’unità navale con a bordo centri di ricerca delle università italiane effettuano una serie di controlli ed esami per verificare come si sviluppano le nuove rotte di comunicazione marittima. Lo sviluppo delle nuove rotte dovute ai cambiamenti climatici, in particolare, rischia secondo Berutti Bergotto «di marginalizzare il Mediterraneo, perché si tratta della rotta più breve tra il continente asiatico e il continente americano. Basti pensare che si può risparmiare fino a 12-14 giorni su ogni tratta commerciale».








