Il convegno

Il futuro dell’Artico, sempre più centrale a livello geopolitico, economico e militare

Se n’è parlato nella tre giorni organizzata a Roma da SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) e Ambasciata del Regno di Norvegia

di Antonio Talia

4' di lettura

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Visto dall’Artico, il nostro pianeta somiglia al teatro di un triello – il vecchio «duello a tre» reso famoso dagli spaghetti-western di Sergio Leone – con Stati Uniti, Russia e Cina sempre più impegnati a contendersi vie di comunicazione, risorse e territori in continue alleanze e disaccordi a geometria variabile, con l’Unione europea come quarto incomodo che valuta le sue opzioni in attesa di una strategia e il Canada – tradizionale potenza artica – in fase di avvicinamento a Bruxelles.

In un periodo turbolento, tra Donald Trump che rivendica la Groenlandia, Vladimir Putin che spinge sull’acceleratore della supremazia russa sui ghiacci e la Cina di Xi Jinping che vara navi artiche ipertecnologiche al centro di un disegno ancora più vasto, si è discusso di tutto questo e molto di più nel corso di «Arctic Connections», la tre giorni organizzata dal 31 marzo al 2 aprile a Roma da SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) e Ambasciata del Regno di Norvegia, giunta alla sesta edizione, che oltre alla partnership del Ministero degli Affari Esteri e della Marina Militare quest’anno si è avvalsa anche della collaborazione del Sole 24 Ore e di Radio24.

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L’importanza strategica dell’Artico – o meglio, dei vari «Artici» che coesistono affiancati alla sommità del mondo – cresce di anno in anno e si snoda sul piano politico, commerciale, ambientale e militare: la Northern Sea Route (NSR) che collega la parte occidentale dell’Eurasia alla regione dell’Asia Pacifico, resa sempre più navigabile dal progressivo scioglimento dei ghiacci, sta emergendo come alternativa strategica alle tradizionali vie marittime, riducendo i tempi di trasporto tra Asia ed Europa fino al 40%.

Recenti analisi indicano inoltre come la NSR abbia il potenziale di diventare una “autostrada energetica per esportazione di idrocarburi e scambio di altre risorse naturali”. Al contempo la temperatura nella regione Artica continua ad aumentare ogni anno a un ritmo tre volte più alto della media globale, rendendo la cooperazione nella gestione dei futuri scenari regionali sempre più necessaria e urgente. Le stime della U.S. Geological Survey, inoltre, indicano che l’Artico ospita il 13% delle riserve mondiali non sfruttate di petrolio (circa 90 miliardi di barili) e il 30% delle riserve di gas naturale, oltre a depositi di terre rare essenziali per l’industria tecnologica.

Che cosa c’entra l’Italia in tutto questo? Come ha evidenziato nel corso di Arctic Connections l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, Sottocapo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana, le nostre navi svolgono un ruolo di presenza, perché da sette anni un’unità navale con a bordo centri di ricerca delle università italiane effettuano una serie di controlli ed esami per verificare come si sviluppano le nuove rotte di comunicazione marittima. Lo sviluppo delle nuove rotte dovute ai cambiamenti climatici, in particolare, rischia secondo Berutti Bergotto «di marginalizzare il Mediterraneo, perché si tratta della rotta più breve tra il continente asiatico e il continente americano. Basti pensare che si può risparmiare fino a 12-14 giorni su ogni tratta commerciale».

Ma l’Italia è presente in forze anche con le sue imprese, considerando che Fincantieri e la sua controllata norvegese VARD – dotata a sua volta di sei sussidiarie in Norvegia – hanno consolidato la loro posizione con la produzione di unità specializzate per operazioni in acque polari; che nell’industria aerospaziale, Leonardo, attraverso e-GEOS e Telespazio, ha rafforzato il suo impegno nella regione artica grazie al programma satellitare COSMO-SkyMed e al progetto ARCSAR, mirato a migliorare la sicurezza e la sorveglianza ambientale nelle rotte polari, e che il settore energetico rimane uno dei pilastri fondamentali degli investimenti italiani nella regione: ENI, attraverso la controllata Vår Energi, ha sviluppato infrastrutture per l’estrazione di idrocarburi nell’Artico norvegese, adottando tecnologie avanzate per ridurre l’impatto ambientale.

Tutto questo, però, avviene in un contesto che diventa di anno in anno più increspato da tensioni militari: «La principale questione relativa alla difesa e alla sicurezza nell’Artico è ovviamente la relazione tra i paesi della Nato e la Russia», dice Andreas Østaghen, professore associato di relazioni internazionali all’High North Center dell’Università di Bodø, in Norvegia, e Senior Researcher al Fridtjof Nansen Institute, uno dei principali think-tank norvegesi.

«La preoccupazione principale riguarda il controllo sugli impianti nucleari che la Russia ha stabilito nella zona. La Russia non li ha stabiliti lì per questioni economiche, o legate alle rotte marittime o al cambiamento climatico; quegli impianti sono lì perché la proiezione strategica sull’Artico pone la Russia faccia a faccia con il Nordamerica e le fornisce accesso agli oceani, in particolare nel Nord Atlantico. Quindi, quello a cui stiamo assistendo oggi, dopo il 2022 e l’invasione su larga scala dell’Ucraina, è che l’attenzione dei paesi Nato verso la Russia si manifesta anche sull’Artico, perché ad esempio noi, la Norvegia, ma anche gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, la Germania e anche l’Italia vogliono avere la possibilità di controllare eventuali minacce nucleari russe provenienti dall’Artico. In sostanza, il teatro artico europeo sta diventando sempre più strategico per controllare eventuali minacce russe, e questa è una situazione molto simile a quella che abbiamo visto durante la Guerra Fredda, seppur con attori e mezzi tecnologici diversi».

Il nuovo attore principale, ovviamente, è la Cina, che sta investendo nell’Artico Russo in navi, basi e postazioni che potrebbero essere lì a fini economici, ma che nel lungo termine potrebbero servire a stabilire una presenza fissa cinese nella cosiddetta Rotta Nord-Sud, ossia la rotta che va dall’Asia all’ Europa.

Le continue pressioni di Donald Trump sulla Groenlandia – che è formalmente parte della Danimarca, ma è sottoposta pulsioni indipendentiste – aggiungono benzina sul ghiaccio: «Sul fronte artico gli Stati Uniti controllano già l’Alaska – dice il professor Andreas Raspotnik, direttore dell’High North Center – e ogni volta che le navi militari cinesi solcano le acque dell’Alaska questa situazione genera forti preoccupazioni a Washington. Ma cosa succederebbe se Cina e Russia aumentassero questi sforzi anche nell’Artico Atlantico, e quindi vicino alla Groenlandia? È questa l’implicazione decisiva sul piano della sicurezza per gli Stati Uniti, che in ultima analisi riguarda la politica artica degli Stati Uniti e le relazioni tra Stati Uniti e Cina».

Dai tre giorni di Arctic Connections, in definitiva, emerge non solo la centralità dell’Artico negli sviluppi economici, ambientali e militari del futuro, ma anche la necessità urgente di una politica europea.

Per evitare di essere tagliati fuori da una delle rotte fondamentali del prossimo futuro.

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