Beni strumentali

Cade l’Italia dei macchinari: domanda interna giù del 17%

Bettelli (Federmacchine): «Pesano i ritardi e le complessità di Transizione 5.0. Le aziende attendono l’ufficialità delle modifiche ma il tempo per spendere tutte le risorse non c’è»

di Luca Orlando

3' di lettura

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«Una misura arrivata tardi e male, con troppa distanza temporale tra l’annuncio e le regole operative: così, nell’attesa, il mercato si è fermato». Per Bruno Bettelli, Presidente di Federmacchine, l’impasse su Transizione 5.0 è tra i motivi chiave per spiegare la caduta del mercato interno, che nelle stime della Federazione cede oltre cinque miliardi, il 17,4%. Consumo nazionale di impianti che scende così a 25,2 miliardi, tornando al di sotto dei livelli del 2019. Previsioni riviste al ribasso, come accaduto per quasi ogni indicatore dell’economia nazionale, perché se lo scorso giugno nelle stime di Federmacchine si puntava infatti a sfiorare i 55 miliardi di ricavi (un calo di poco più di tre punti rispetto all’anno precedente), ora si scende a 52,2, con una riduzione più che doppia: -7,8%.

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Caduta della domanda nazionale ampiamente a doppia cifra

Decisiva, per l’area vasta dell’impiantistica nazionale, (12 associazioni d’impresa, oltre 200mila addetti) è la stasi degli investimenti in Italia. Perché se l’export non è brillante, arretrando di poco meno di quattro punti, è però il mercato interno a sottrarre più lavoro alle imprese, come già evidenziato nei numeri delle macchine utensili: la caduta della domanda nazionale è ampiamente a doppia cifra, frenata che colpisce in misura maggiore gli importatori (-20,3%) ma in modo non troppo dissimile anche le consegne interne (-15,5%).

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«Certamente - aggiunge Bettelli - in questa fase anche il contesto esterno non aiuta, tra tassi che restano elevati e un’incertezza globale che frena gli investimenti. E devo dire che nelle stime che abbiamo fatto siamo anche stati prudenti, nel senso che la contrazione, a consuntivo, potrebbe anche essere superiore». A pesare sulla domanda nazionale è però anche l’effetto-attesa di Transizione 5,0, misura che pur disponendo di una dote da oltre sei miliardi di euro in crediti di imposta è stata concretizzata solo ad agosto, con un utilizzo per ora limitato e continue richieste di modifiche e semplificazioni da parte delle imprese, cambiamenti che almeno in parte saranno recepiti nelle Legge di Bilancio. «Cambiamenti positivi - spiega Bettelli - ma a questo punto l’annuncio di effetti retroattivi sul mercato non incide più di tanto, e lo vedo anche tra i miei clienti. Le promesse sono state tante e ora le aziende chiedono certezze: le bozze non bastano, servono testi definitivi e pubblicazione in Gazzetta Ufficiale».

Il nodo della tempistica

L’altro nodo, irrisolto, riguarda però l’aspetto temporale tenendo conto di un settore, quello dell’impiantistica, che ha tempi di attraversamento dei singoli progetti anche di 7-8 mesi, a fronte di una misura che al momento è prevista terminare tra poco più di un anno. «Credo che a questo punto i tempi per utilizzare tutte le risorse disponibili non ci siano più, vedendo inoltre che anche l’idea della mini-proroga fino ad aprile pare al momento tramontata. Ecco perché, e non da oggi, le nostre imprese chiedono di poter contare su misure stabili e definite, che consentano di dare continuità all’azione di ammodernamento e di progettare per tempo gli investimenti. Così, invece, abbiamo momenti di boom e di corsa agli ordini, che poi nemmeno si riescono ad evadere completamente, seguiti da periodi di crisi e difficoltà».

Difficoltà che per l’industria nazionale ed europea paiono però a Bettelli più strutturali che non contingenti, richiedendo quindi un cambiamento di approccio complessivo, sia da parte delle imprese che delle istituzioni.

«Se pensare di competere sui volumi con la Cina è impensabile - spiega - anche in termini tecnologici ormai il gap a nostro favore si sta riducendo, non è più un divario ampio come in passato. La nostra forza è nei prodotti customizzati, unici, in un certo senso sartoriali ed è in quella direzione che dobbiamo insistere. Un cambiamento vero deve però avvenire a Bruxelles, serve un riorientamento delle politiche seguendo il rapporto Draghi. I tempi del Green Deal vanno rivisti, perché lo shock che stiamo subendo, in Italia come in Francia e Germania, è troppo forte per essere assorbito senza traumi: si deve capire che la forza industriale del continente porta benefici a tutti».

Per il prossimo anno le previsioni di Federmacchine, pur positive, non ipotizzano un rimbalzo secco dei volumi. I ricavi dovrebbero lievitare del 2%, risultato di un export quasi fermo (+0,7%) e di un mercato interno che torna a crescere di qualche punto (+5% per le consegne). «Speriamo che il perfezionamento di Transizione 5.0 possa effettivamente restituire un po’ di brio alla domanda domestica. In generale, se i tassi scendono, se le politiche di Trump non sono così dannose per il commercio e se il clima geopolitico non peggiora, sarà possibile vedere una ripresa a partire dal secondo semestre. Ma come detto, di mezzo ci sono tanti “se”».

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