C’è ancora «succo» sul mercato dei bond: ecco come spremerlo
Settori colpiti da Covid, Paesi emergenti, area asiatica, e subordinati bancari: Le occasioni non mancano, ma l’investitore deve cambiare approccio.
di Maximilian Cellino
3' di lettura
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Cercasi rendimenti (e protezione) disperatamente. Con il progressivo schiacciamento dei tassi di interesse si è fatta ormai largo sul mercato l’idea che investire sulle obbligazioni nel 2021 appena iniziato non solo sia poco redditizio, ma equivalga in molti casi a farsi una passeggiata lungo un campo minato. E che questa classe di investimento abbia ormai perso il suo naturale ruolo di copertura del rischio che si corre sull’azionario.
Sommersi da 18mila miliardi di bond a tasso negativo
Il fenomeno, provocato ormai da oltre un decennio di politiche monetarie sempre più espansive (e che a un certo punto dovranno raggiungere anche il limite) è innegabile, e l’ammontare dei titoli a tassi negativi sparsi per il mondo che ha raggiunto la cifra stratosferica di 18mila miliardi di dollari sta lì a dimostrarlo, trarre conclusioni frettolose potrebbe tuttavia rivelarsi un errore.
I titoli di Stato? Nelle crisi profonde coprono ancora
L’affermazione che i bond non siano più uno strumento adatto a mitigare il rischio
all’interno di un portafoglio bilanciato merita anzitutto qualche precisazione. Un ruolo del genere è infatti riservato non all’intero mondo del reddito fisso, ma a una parte di esso: quella dei titoli di Stato, che adesso siedono infatti al banco degli imputati. «È vero che la correlazione positiva fra questi ultimi e il mercato azionario è aumentata – osserva però Flavio Carpenzano, senior investment strategist fixed income di AllianceBernstein - ma ancor più importante è osservare come nei momenti di avversione al rischio torni a essere velocemente negativa, assicurando protezione agli investitori anche con rendimenti prossimi allo zero o negativi».
Il Bund tedesco e il «caso» Giappone
Il caso più recente è la correzione avvenuta la scorsa primavera, durante la fase più acuta della crisi pandemica: mentre tutto attorno crollava, il Bund ha messo a segno un ritorno complessivo del 2% proprio quando presentava un rendimento decennale intorno ai -50 punti base. L’esperienza del Giappone sui bassi rendimenti protratti a lungo nel tempo fa poi scuola: «In 11 degli ultimi 12 anni – ricorda Carpenzano - il tasso del decennale nipponico è stato inferiore all’1%, ma ciò non toglie che il ritorno per gli investitori sia stato quasi il doppio».



