Scenari dei mercati

Borse e titoli di Stato tornano a fare i conti con lo spettro della stagflazione globale

Negli Usa è più temuta la stagnazione, in Europa pesa di più il rischio prezzi

di Vito Lops

Un operatore di borsa lavora sul parquet della Borsa di New York (NYSE) dopo la campana di apertura a New York, New York, Stati Uniti. Le azioni hanno aperto in ribasso a causa dell'impennata dei prezzi globali del petrolio dovuta all'escalation del conflitto in Medio Oriente.  EPA/SARAH YENESEL

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Il tentativo di rimbalzo di inizio aprile certo non basta a dissipare i timori di fondo degli investitori. Sotto la superficie di mercati che provano recuperare terreno, lo spettro della stagflazione torna ad affacciarsi con crescente insistenza, alimentato da tensioni geopolitiche persistenti e da segnali sempre più chiari provenienti dalle materie prime.

«Il rischio stagflazione sta aumentando – spiega Antonio Cesarano, Chief investment advisor di Sella Sgr– ed è un tema che riguarda soprattutto l’area euro». Il punto di partenza resta il petrolio, stabilmente nell’orbita dei 100 dollari al barile, mentre la guerra in Iran continua a rappresentare un fattore di instabilità per lo stretto di Hormuz e per l’intera catena di approvvigionamento globale.

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In questo contesto, il mercato sta tornando ad osservare con attenzione un indicatore tanto semplice quanto efficace: il rapporto tra petrolio e rame. Due materie prime che raccontano due mondi diversi. Il petrolio è il simbolo delle tensioni sull’offerta e quindi delle pressioni inflattive tipiche della stagflazione. Il rame, al contrario, è legato alla crescita e alla domanda industriale globale, diventando il termometro naturale degli scenari di reflazione.

Nell’ultimo mese il petrolio ha rotto al rialzo proprio contro il rame, replicando una dinamica già vista a fine 2021. Allora quel movimento anticipò la stagflazione che avrebbe caratterizzato il 2022. La domanda oggi è se si tratta di un semplice segnale temporaneo o dell’inizio di una nuova fase. Molto dipenderà dalla capacità del rame di recuperare forza relativa nelle prossime settimane: in assenza di una reazione, il messaggio del mercato sarebbe difficilmente ignorabile.

«La differenza tra Stati Uniti ed Eurozona è cruciale – prosegue Cesarano –. Gli Stati Uniti hanno un problema di costo, ma sono autonomi dal punto di vista energetico. L’Europa invece subisce molto di più il tema delle forniture. Negli Stati Uniti è più temuta la componente della stagnazione, mentre nell’Eurozona pesa di più quella inflattiva».

È una divergenza che emerge anche dalle aspettative di inflazione a medio-lungo termine: negli Stati Uniti il 5y5y si è riportato in area 2,3%, in calo di circa 20 punti base da inizio anno, mostrando segnali di raffreddamento, mentre in Eurozona – pur su livelli leggermente inferiori, intorno al 2,1% – si è assistito a una risalita di oltre 10 punti base nelle ultime settimane. Un movimento che segnala come negli Usa il mercato inizi a prezzare un rallentamento della domanda, mentre in Europa prevale il rischio di uno shock sui prezzi legato all’energia.

«Questa volta la Bce appare più pronta ad agire rispetto al passato, mentre la Fed può permettersi di attendere». aggiunge Cesarano. Una divergenza che potrebbe riflettersi anche sul mercato dei cambi: «Il dollaro potrebbe tornare a essere guidato dal differenziale dei tassi nelle prossime settimane piuttosto che dalla funzione di bene rifugio, se dovesse prevalere il negoziato sull’ipotesi di attacco di terra. Sotto questa condizione, un rimbalzo temporaneo dell’euro/dollaro verso area 1,18/1,20 è possibile».

Se il quadro macro resta incerto, anche il comportamento degli investitori riflette questa fase di transizione. I grandi investitori istituzionali, prima di ridefinire in modo significativo i portafogli, hanno bisogno di conferme. È per questo che le prossime settimane saranno decisive: serviranno segnali chiari per capire se aumentare l’esposizione verso asset più resilienti in uno scenario stagflazionistico oppure continuare a prezzare uno scenario più benigno, fatto di soft landing o reflazione.

«L’impatto del conflitto sul settore energetico è tale da giustificare la possibilità di uno scenario stagflazionistico nei prossimi mesi – osserva Luca De Biasi, ceo di Mercer Italia sim –. Se il conflitto non dovesse risolversi rapidamente, è plausibile aspettarsi prezzi del petrolio ancora più alti». Un elemento che, combinato con il livello già elevato del gas naturale in Europa, rischia di alimentare ulteriormente le pressioni sui prezzi.

Il nodo centrale riguarda la trasmissione di questi shock lungo la catena produttiva. «Prezzi dell’energia elevati e persistenti possono innescare una spirale inflazionistica difficile da invertire. Le imprese tendono a non ridurre i prezzi una volta aumentati, creando effetti duraturi sull’inflazione». Una dinamica che richiama da vicino quanto accaduto negli anni ’70. Uno scenario che resta aperto, ma le cui probabilità aumentano con il permanere di prezzi energetici alti.

Per gli investitori, questo si traduce in un contesto complesso, in cui le tradizionali diversificazioni funzionano meno. «In regime di stagflazione sono poche le asset class in cui rifugiarsi – spiega De Biasi –. I real asset come materie prime, infrastrutture e immobili tendono a difendere meglio il potere d’acquisto nel tempo».

Accanto a questi, l’oro torna a essere un punto di riferimento, mentre sulla componente obbligazionaria diventa utile un approccio flessibile, con una combinazione di scadenze brevi e lunghe in un contesto di curve appiattite o invertite. Sul fronte azionario, invece, la selezione diventa determinante, privilegiando società con elevato potere di determinazione dei prezzi.

Non è un caso che, negli anni ’70, il portafoglio che meglio resistette alla stagflazione fosse composto da oro, utilities, consumi di base e titoli di aziende capaci di trasferire l’aumento dei costi sui consumatori, preservando i margini.

Il tentativo rimbalzo dei mercati, dunque, appare più come una tregua che come una soluzione. La vera partita si giocherà sull’evoluzione delle materie prime e sulla capacità delle economie di assorbire uno shock energetico prolungato. Il comportamento relativo tra petrolio e rame, più di ogni altro indicatore, continuerà a offrire una bussola per orientarsi tra scenari opposti. E, per ora, il rischio che il mercato stia tornando a muoversi verso la stagflazione non può essere sottovalutato.

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