Borse e titoli di Stato tornano a fare i conti con lo spettro della stagflazione globale
Negli Usa è più temuta la stagnazione, in Europa pesa di più il rischio prezzi
di Vito Lops
4' di lettura
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Il tentativo di rimbalzo di inizio aprile certo non basta a dissipare i timori di fondo degli investitori. Sotto la superficie di mercati che provano recuperare terreno, lo spettro della stagflazione torna ad affacciarsi con crescente insistenza, alimentato da tensioni geopolitiche persistenti e da segnali sempre più chiari provenienti dalle materie prime.
«Il rischio stagflazione sta aumentando – spiega Antonio Cesarano, Chief investment advisor di Sella Sgr– ed è un tema che riguarda soprattutto l’area euro». Il punto di partenza resta il petrolio, stabilmente nell’orbita dei 100 dollari al barile, mentre la guerra in Iran continua a rappresentare un fattore di instabilità per lo stretto di Hormuz e per l’intera catena di approvvigionamento globale.
In questo contesto, il mercato sta tornando ad osservare con attenzione un indicatore tanto semplice quanto efficace: il rapporto tra petrolio e rame. Due materie prime che raccontano due mondi diversi. Il petrolio è il simbolo delle tensioni sull’offerta e quindi delle pressioni inflattive tipiche della stagflazione. Il rame, al contrario, è legato alla crescita e alla domanda industriale globale, diventando il termometro naturale degli scenari di reflazione.
Nell’ultimo mese il petrolio ha rotto al rialzo proprio contro il rame, replicando una dinamica già vista a fine 2021. Allora quel movimento anticipò la stagflazione che avrebbe caratterizzato il 2022. La domanda oggi è se si tratta di un semplice segnale temporaneo o dell’inizio di una nuova fase. Molto dipenderà dalla capacità del rame di recuperare forza relativa nelle prossime settimane: in assenza di una reazione, il messaggio del mercato sarebbe difficilmente ignorabile.
«La differenza tra Stati Uniti ed Eurozona è cruciale – prosegue Cesarano –. Gli Stati Uniti hanno un problema di costo, ma sono autonomi dal punto di vista energetico. L’Europa invece subisce molto di più il tema delle forniture. Negli Stati Uniti è più temuta la componente della stagnazione, mentre nell’Eurozona pesa di più quella inflattiva».



