Bitcoin, ecco perché non è una moneta. Il vero valore? La blockchain
di Vittorio Carlini
6' di lettura
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Il Bitcoin è considerato una “criptovaluta”. Cioè, come recita Wikipedia, una moneta paritaria digitale e decentralizzata la cui implementazione si basa sulla crittografia. Sia per convalidarne le transazioni che per la sua generazione.
Al di là della definizione, tuttavia, una domanda spesso accompagna il Bitcoin: si tratta realmente di una moneta? La risposta non è semplice. E, però, un metodo per tentare di risolvere il “dilemma” può essere il seguente: in primis si guarda alle caratteristiche che storicamente, e in linea di massima, sono state attribuite a ciò che è comunemente considerata moneta; poi si analizza se tali caratteristiche sono riscontrabili anche nel Bitcoin. Infine si traggono le eventuali conclusioni.
Unità di conto
Orbene: una prima funzione tradizionalmente attribuita alla moneta è quella di essere unità di conto. Vale a dire: l’oggetto-moneta è un metro comune per misurare il valore, ad esempio, delle transazioni commerciali. Si tratta, a ben vedere, della funzione che gli storici considerano più antica. La rendicontazione finanziaria, come ricorda William N. Goetzman, è una tra le prime funzioni economiche sviluppate nell'antichità. Intorno al 3.100 a.C. gli abitanti di Uruk, in Mesopotamia, hanno iniziato ad utilizzare tavolette di argilla pittografiche per registrare, e contabilizzare, le transazioni commerciali.
Mezzo di scambio
La seconda funzione della moneta è l’essere mezzo di scambio. «Consiste nella possibilità - spiega Luca Fantacci, docente di storia economica all'Università Bocconi - di accettare un oggetto in cambio di un altro, con l'aspettativa/fiducia di potere utilizzare l'oggetto stesso in altri scambi». L'aspettativa/fiducia è ovviamente una condizione essenziale affinché la moneta possa utilizzarsi quale mezzo di scambio. Con il che, però, sorge la domanda: questa condizione a sua volta su cosa si fonda? «Può basarsi su diversi elementi –risponde Fantacci –. Un esempio? Le caratteristiche intrinseche dell'oggetto stesso. Così nell'oro, spesso usato quale moneta di scambio, è rilevante la sua scarsità. Oltre, poi, alla sua fungibilità, omogeneità e incorruttibilità». In tal senso può ricordarsi che, nel momento in cui una moneta nel passato era “accettata” in funzione del metallo prezioso in essa incorporata, gli storici parlano di moneta-merce.
Già, la moneta-merce. Ma quale la base dell'aspettativa/fiducia se, come nel caso della valuta cartacea, non ci sono caratteristiche intrinseche su cui basarsi? In questi casi, sottolineano gli esperti, è rilevante l’attività di un'autorità pubblica che consente all’oggetto di mantenere (più o meno) inalterato il potere di scambio. Quando l'autorità viene meno a questo compito l'aspettativa/fiducia si riduce o scompare. È il caso, per intenderci, di una banca centrale che sbaglia la politica monetaria e induce una fortissima svalutazione della moneta. L'aspettativa/fiducia sulla moneta, in un simile scenario, può calare.
Mezzo di pagamento e riserva di valore
Arrivati a questo punto i manuali di economia, normalmente, passano a descrivere la terza funzione della moneta: la riserva di valore. Cioè: la capacità dell'oggetto (la valuta) da una parte di conservare il suo valore nel tempo; e dall'altra, proprio in forza di questo motivo, di essere tenuta per un uso futuro senza il pericolo di “deteriorarsi”. Prima della riserva di valore, tuttavia, deve sottolinearsi un'altra caratteristica: la moneta come mezzo di pagamento. Quest'ultima funzione si sovrappone a quella di mezzo di scambio. In realtà sono due caratteristiche diverse. Il mezzo di scambio, infatti, non ha una dimensione temporale. È l'utilizzo della valuta, per l’appunto, in uno scambio che si conclude qui e adesso. È uno strumento che rende interscambiabili gli oggetti. Al contrario la funzione di mezzo di pagamento consente alla moneta di estinguere il debito che è stato contratto. È il potere liberatorio del mezzo di pagamento che permette al debitore di sgravarsi dell'onere che pesa su di lui. Si tratta, a ben vedere, di una funzione che da una parte introduce la dimensione temporale; e, dall'altra, richiede la presenza di una struttura socio-economica-giuridica la quale riconosca il potere liberatorio alla moneta stessa. Non è necessario, si badi bene, l’esistenza di una sanzione. Bensì della struttura che riconosca alla valuta, per l’appunto, il potere liberatorio.
Il confronto con il Bitcoin
A questo punto, ricordate in linea di massima le quattro funzioni della moneta, può passarsi al Bitcoin. Orbene: la criptovaluta ha la funzione di unità di conto? «A mio parere no - risponde Ferdinando Ametrano, docente Bitcoin e Blockchain Tecnologies all'Università Bicocca di Milano -. L’offerta finale del numero di Bitcoin è definita. Una condizione che, nei fatti, lo rende volatile. Variabile nel suo valore con il mutare della domanda». In un simile contesto «la criptovaluta non può considerarsi unità di conto perché è come un metro che, con il passare del tempo, si allunga o si accorcia». Di conseguenza non è un buono strumento da usarsi nella contabilizzazione.


