Bitcoin e il fascino discreto di investire nelle bolle
di Marco lo Conte
3' di lettura
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La notizia è del fine settimana: in Svizzera è stato annunciato un certificato composto in parte da bitcoin e in parte da dollari, con la quota in valuta reale che può arrivare fino al 40% e la composizione che viene definita di volta in volta da un algoritmo che utilizza “segnali tecnici” e dati raccolti anche sui social per provare a prevedere gli andamenti del mercato. L’obiettivo è quello di gestire all’interno di questo strumento la volatilità del bitcoin, in un momento in cui sempre più operatori provano a salire sul carrozzone delle criptovalute, che però rimane ancora un territorio ampiamente inesplorato proprio a causa della sua volatilità.
Tra boom e crolli
Da inizio 2017 il Bitcoin ha moltiplicato per otto volte il suo valore, arrivando a superare i 9mila dollari. Un trend che sta facendo ingolosire molti investitori - e non tutti adeguatamente preparati in materia. Da inizio anno il bitcoin ha anche registrato tre crolli differenti in cui ha perso ciascuna volta più del 25% del proprio valore. Il che fa drizzare le antenne di chi si occupa e preoccupa di come possono essere utilizzati questi strumenti in modo coerente con le proprie esigenze.
Le criptovalute sono infatti al centro delle riflessioni degli investitori ma anche delle banche centrali e delle autorità di vigilanza, preoccupate dell’impatto di questi strumenti sulla stabilità finanziaria ed economica. In un discorso pubblico il presidente di Consob, Giuseppe Vegas, ha recentemente sostenuto che «i bitcoin hanno un trend di quotazione così elevato che rappresentano una “bolla” che prima o poi è destinata a scoppiare. Noi seguiamo il fenomeno perché potrebbero esserci dei risparmiatori che hanno investito in bitcoin, oppure che li hanno utilizzati per comperare dei prodotti, che potrebbero essere seriamente danneggiati»
«Quando anche il liftman parla di investire in borsa - ricordava negli anni Venti Rockfeller - allora significa che è arrivato il momento di vendere». Ciononostante molti subiscono il fascino della tentazione di entrare ad acquistare ciò che si ritiene in “bolla”, per approfittare dell’ultimo giro di giostra. Ma molti chi? Perchè non tutti gli investitori sono uguali di fronte al bitcoin o agli altri strumenti finanziari.
Le critiche alle «criptocose»
Si prenda il caso del numero uno di JP Morgan, Jamie Dimon, e della sua tombale sentenza sul bitcoin del settembre scorso: «Se avessimo trader che fanno trading di bitcoin li licenzierei per stupidità». Quelle “criptocose”, quella “frode”, una bolla “peggiore di quella dei tulipani”, dopo poche settimane sono entrate nel mirino della banca Usa, che ora considera la possibilità di offrire servizi di trading sul bitcoin ai propri clienti. Dimon ha cambiato idea o lui e la sua banca hanno ritenuto di poter riuscire a cavalcare quella che (forse anche oggi) pare a loro una bolla speculativa, entrando ora e uscendo in tempo? Il caso JP Morgan è solo un pretesto.


