Bitcoin a briglia sciolta, «no» delle grandi banche al future
di Vito Lops
3' di lettura
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Mancano 48 ore al debutto dei primi future sul Bitcoin (partenza il 10 dicembre sul mercato Cbo, la più importante Borsa di scambio delle opzioni). Ma le grandi banche fanno muro e si dicono preoccupate che il sistema finanziario non sia ancora abbastanza preparato al lancio di contratti legati a un asset così volatile (ieri è passato da oltre 19mila dollari a 16mila in mezz’ora).
In una lettera inviata alla Commodity futures trading commission - che ha autorizzato il lancio dei contratti derivati sulla criptovaluta anche il 18 dicembre sulla piattaforma Cme - la Fia (Futures industry association) prende le distanze da quello che molti considerano un momento storico: l’approdo del Bitcoin nell’universo mainstream. Per una valuta che finora ha fatto dei suoi punti di forza la segretezza (crypto in greco vuol dire “nascosto”) e la deregolamentazione (alle spalle non c’è una banca centrale ma la tecnologia blockchain che ne governa il processo di estrazione cibernetico attraverso server dislocati in tutto il mondo) sbarcare sui mercati di Chicago sembra una promozione. Che comunque non convince i grandi attori della finanza.
Il fatto che la protesta arrivi dalla più forte lobby dei contratti future, di cui fanno parte i più importanti broker (fra cui Goldman Sachs, Morgan Stanley, Jp Morgan e Citigroup) suona come uno scontro tra Titani. Le grandi banche restano scettiche sulle criptovalute, di cui il Bitcoin è l’esemplare più significativo dato che ha abbondantemente oltrepassato la soglia dei 200 miliardi di capitalizzazione (più di Coca-Cola o Citigroup), oltre la metà del mercato delle “valute segrete”. Jamie Dimon, ad di Jp Morgan, ha definito le criptovalute «una frode». Per Mark Mobius di Franklin Templeton sono «una bolla».
Nella lettera la Fia critica il sistema di autocertificazione utilizzato dalla Cftc per avallare i future sul Bitcoin: «La rapida introduzione di future su Bitcoin non consente di avere adeguata trasparenza. Usare uno schema di autocertificazione per questi prodotti nuovi non è in linea con i rischi potenziali, che dovrebbero essere esaminati. Siamo anche a conoscenza -si legge ancora nella lettera - del fatto che non tutti i comitati di rischio delle Borse interessate sono stati consultati prima della certificazione per il lancio di questi prodotti».
Il timore è che l’eccessivà volatilità a cui potrebbe essere esposto il Bitcoin possa tradursi in forti perdite sul mercato a leva dei future per i broker che fanno da garanti nella stanza di compensazione in caso di inadempienza dei trader. Secondo la Fia ci sarebbe dovuto essere un dibattito per valutare l’adozione di un fondo di garanzia separato per limitare l’impatto dei default. «Rimaniamo in apprensione per la mancanza di trasparenza e regolamentazione dei prodotti di riferimento sottostanti su cui questi contratti future sono basati - spiega la Fia - e se gli scambi hanno la corretta supervisione per garantire che i prodotti di riferimento non siano suscettibili di manipolazione, frode e rischio operativo».


