Banche centrali, guerra ai Bitcoin
di Alessandro Plateroti
9' di lettura
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Uno spettro si aggira sulle banche centrali, ma non è il Cigno Nero dell'economia mondiale: è la bolla speculativa dei Bitcoin, il Brutto Anatroccolo del mercato valutario. In Italia se ne parla poco, il concetto di moneta digitale è ancora fermo alle carte di credito, ma nella comunità finanziaria internazionale e tra le autorità di vigilanza, la crescita stratosferica, rapida e sostanzialmente incontrollata della «cripto-valuta» sintetica che si spende sul web, non è passata inosservata.
Anche perché erano più di vent’anni, dai tempi della bolla di internet, che il mercato non si lanciava così a capofitto su un asset finanziario senza storia, dal futuro ancora indimostrabile e da un passato più opaco del presente.
Bitcoin non è Google, Apple o Facebook, ma chi giudica speculative le quotazioni dei primi protagonisti dell’era digitale, dovrebbe dare un’occhiata ai grafici di Bitcoin: chi altro ha mai guadagnato il 274mila per cento in appena 96 mesi di scambi? Quali prospettive di reddito e sviluppo sono mai nascoste nel futuro di una valuta elettronica senza volto e senza storia, di cui mezzo mondo conosce a malapena solo il nome? E non solo quello della moneta: il mondo che gira intorno ai Bitcoin è talmente opaco, che dopo nove anni di caccia all’uomo tra il Giappone, gli Stati Uniti, l’Europa e l’Australia, non è ancora chiaro chi abbia inventato i Bitcoin. Satoshi Nakamoto, il presunto ingegnere di Tokyo che nel 2008 ne rivendicò la paternità, si è scoperto ora che non esiste affatto, né in Giappone né sul web. Vero è che uscire allo scoperto non conviene più nemmeno a lui: le autorità di vigilanza finanziaria e i servizi di sicurezza asiatici e australiani vorrebbero infatti sapere dal signor Sakamoto - chiunque esso sia - dove abbia nascosto il «Tulip Trust», un fondo fiduciario offshore in cui si dice da 10 anni che l’ideatore di Bitcoin abbia versato un milione di Bitcoin, che nel 2009 costava appena 40 centesimi. Se quel denaro elettronico fosse convertito oggi in valuta reale, frutterebbe al fortunato inventore oltre un miliardo e 100 milioni di dollari americani: il valore di partenza era di poco superiore ai 400mila dollari.
Una sfida ad alto rischio
Ma fosse tutto qui, il mistero di Bitcoin sarebbe anche divertente. Ma nella realtà dei fatti, si tratta di una sfida ad alto rischio non solo per gli specialisti della speculazione finanziaria, ma soprattutto per chi sta sul fronte opposto: banche centrali e autorità di vigilanza. Dopo aver speso 12.300 miliardi di dollari per proteggere dollaro, euro e yen dalla crisi bancaria globale e del debito europeo, dal caso Grexit e dallo shock di Brexit, dall’incognita Trump e dalla volatilità crescente dei cambi valutari globali, la «Santa Alleanza» delle potenze monetarie sembra ora prepararsi allo scontro con la «Jihad valutaria» del nuovo populismo finanziario: scudi e bazooka sono già puntati contro l’avanzata dei Bitcoin. E almeno sulla carta, la sfida tra moneta reale e valuta digitale sembra avere un esito scontato: Bitcoin ha munizioni per circa 18 miliardi di dollari, a tanto ammonta la capitalizzazione mondiale della cripto-valuta, mentre la potenza di fuoco a disposizione delle banche centrali si è dimostrata finora illimitata.
Un’ascesa senza freni
Ma come in natura, anche sui mercati finanziari non sono le dimensioni ma la forza a garantire la sopravvivenza. E la forza dei Bitcoin, malgrado la giovane età, è quella di un lottatore di Sumo. Sembra un paradosso, ma il fatto che le grandi potenze mondiali continuino a scontrarsi ad ogni occasione sulle «manipolazioni» dei tassi di cambio tra dollaro, euro e yuan, senza poi accorgersi che il vero nemico dell’ordine valutario non ha passaporto o confini, rappresenta la peggiore fragilità del fronte «lealista»: solo nell’ultimo anno, Bitcoin ha guadagnato oltre l’80% nel cambio sul dollaro, il 70% sull’euro e addirittura il 140% sullo yuan cinese. Se il ritmo con cambia, qualcuno rischia davvero di farsi male: il solo fatto che le quotazioni di Bitcoin salgano oggi in parallelo con quelle dell’oro, non è certamente un buon segno per Fed e Bce. Nella mentalità “distorta” dei mercati finanziari, del resto, ogni esitazione di governi e banche centrali nella battaglia contro il nuovo disordine mondiale è spazio aperto per nuova speculazione: a Wall Street, per esempio, non importa assolutamente nulla che la Cina abbia quasi commissariato le piattaforme di scambi in Bitcoin a Shanghai e Hong Kong, o che gli Emirati Arabi Uniti abbiano appena trasformato in reato penale il possesso e l’uso di qualsiasi valuta digitale perché il boom dei Bitcoin faceva da copertura alla fuga dei capitali dal Golfo. A Wall Street, l’unica cosa che interessa è aggiudicarsi una fetta del business miliardario di Bitcoin prima che qualcuno reagisca e faccia ordine: oggi l’obiettivo prioritario è ottenere il via libera della Sec alla quotazione del primo Etf in Bitcoin a livello mondiale: in pratica, sarà il primo derivato valutario sintetico che avrà come asset sottostante una valuta che nella realtà neppure esiste. Se la nuova era della finanza digitale comincia così, il resto è quasi meglio non saperlo.

