Arm, i nuovi microchip spingono il business. In Borsa il titolo è caro
Il gruppo, leader nel disegno delle architetture dei semiconduttori, punta a crescere sul fronte dell’intelligenza artificiale. Il rischio della Cina
class="dinomecognome_R21"> Vittorio Carlini
6' di lettura
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È una duplice caratteristica che, di recente, contraddistingue molte delle star dei semiconduttori. Soprattutto, se direttamente collegate al mondo dell’Intelligenza artificiale. Di cosa si tratta? Da un lato, è il fatto che, anche grazie ai buoni risultati economici, i titoli di queste realtà in Borsa hanno corso parecchio. Dall’altro è la condizione per cui le medesime azioni, in scia allo stesso rally di mercato, sono diventata care. O, comunque, non sono a sconto. La riprova, in tal senso, la offre Advanced RISC Machine Holding (Arm). Il gruppo britannico, leader globale nel disegno delle architetture per i microprocessori, si è quotato al Nasdaq il 14 settembre 2023 con un prezzo di 51 dollari ad azione. Attualmente il titolo viaggia intorno a 146 dollari (chiusura al 25/9/2024). Cioè un vero e proprio balzo verso l’alto del 168%.
Il bilancio
A ben vedere, la dinamica è stata accompagnata dall’espansione dei conti aziendali. Ad esempio: nell’ultima trimestrale (primo quarter dell’esercizio 2024-2025) i ricavi - battendo le stime - sono aumentati del 39% rispetto allo stesso periodo del 2023-2024. L’utile netto non GAAP per azione (Eps) è, dal canto suo, salito a quota 0,40 dollari (il consensus si attendeva 34 centesimi). Vero! Arm, in Borsa, subito dopo la pubblicazione dei conti è tracollata. E, tuttavia, da una parte non può negarsi che i numeri siano comunque positivi; e che, dall’altra, la reazione del mercato sia proprio la conseguenza dell’elevata quotazione. È accaduto infatti che - tra le altre cose - mentre gli operatori speravano in un miglioramento, la società ha lasciato immutata la guidance sull’intero 2024-2025. La situazione, in un contesto normale, non avrebbe provocato grandi sconquassi. O, perlomeno, non nelle dimensioni che si sono viste (il titolo è arrivato a perdere quasi il 10%). Nel caso specifico, invece, gli elevati multipli dell’azione hanno indotto molti a vendere, portandosi a casa la plusvalenza.
Ciò detto, la domanda è: la condizione persiste tutt’ora? La risposta è positiva. Arm, dopo essere calata per l’intero mese di luglio, da agosto ha ripreso slancio. E, attualmente, vanta dei multipli non bassi. Secondo Seeking Alpha, il rapporto tra prezzo ed utile non GAAP prospettico (sulle stime per il 2024-2025) è circa 94 volte (rilevazione al 26/9/2024). Vale a dire superiore alla mediana di settore e, soprattutto, ai diretti concorrenti. Un esempio? Cadence design. Quest’ultima, a detta del terminale Bloomberg, vanta un P/e sul 2024 di 46,2 volte. Cioè: molto più basso di quello della società britannica. Certo! Il posizionamento strategico di Arm è - secondo gli esperti - indubbiamente molto più forte del competitor. Inoltre, la sua tecnologia è all’avanguardia e al centro della rivoluzione dell’Artificial intelligence (AI). Ciò considerato, però, il fatto che le azioni di Arm siano care rimane. Anche perché altri indicatori confermano la situazione. Così, sempre secondo Seeking Alpha, il PEG non GAAP prospettico (il P/e normalizzato per le attese sulla dinamica dell’utile a 3-5 anni) è di 3,4 volte (1,87 la mediana del settore). Non solo: il prezzo in rapporto alle vendite stimate è di 38,7 volte. In altre parole: di nuovo un valore considerato elevato dagli esperti. A fronte di ciò, il risparmiatore fai-da-te deve porre molta cautela rispetto ad un simile titolo. Può obiettarsi: il consensus degli analisti - riportato dal terminale Bloomberg - sottolinea come la maggioranza (59,5%) sia “buy” (il 33,3% è appannaggio dell’“hold” e il 7,1% del “sell”). Ciononostante, il rischio rimane elevato. Nel momento in cui i multipli di un’azienda sono alti, il titolo può anche proseguire la sua corsa ma aumentano le probabilità che - al minimo scricchiolio nella narrazione sul business aziendale - ci sia la corsa a monetizzare il guadagno da parte di chi già possiede il titolo.
L’attività
Fin qua alcune considerazioni su dati trimestrali e performance in borsa. Al fine, tuttavia, di comprendere quali siano le prospettive di Arm è utile approfondirne l’oggetto sociale. Il gruppo, per l’appunto, non realizza microprocessori, bensì ne disegna l’architettura. Cioè produce lo schema logico del loro funzionamento: dal meccanismo attraverso cui il chip interagisce con la memoria del prodotto in cui è inserito alle istruzioni su come elaborare i dati fino alla modalità della formattazione dell’input/output. Tra le più importanti soluzioni aziendali – divenuta anche standard per l’industria – c’è l’Arm Cpu Architecture. Vale a dire: un’unità centrale di elaborazione del calcolatore, caratterizzata da minore potenza ma con una più alta semplicità ed efficienza energetica. Si basa sulla cosiddetta architettura RISC. Un approccio il quale da una parte, comportando più bassi costi operativi in capo a chi costruisce materialmente il chip, è apprezzato dai clienti/produttori; e che dall’altro, richiedendo minore consumo di energia, è molto adatto ad esempio al mondo degli smartphone.
I settori
Già, gli smartphone. Nell’ultimo trimestre i cellulari avanzati hanno contribuito con forza all’incremento (+17% rispetto a dodici mesi prima) dei ricavi da royalty, grazie soprattutto alla soluzione di ultima generazione Arm V9. Ulteriore spinta - sempre alle royalty - è arrivata, poi, dal mondo automotive (ad esempio per l’assistenza avanzata alla guida) e dal cloud computing (dove le intelligenze artificiali si sviluppano e vengono allenate). Deboli, invece, i mercati finale dell’Internet delle Cose e delle apparecchiature di rete (a causa della riduzione delle eccessive scorte da parte dei clienti).Si tratta di contesti i quali, al di là delle dinamiche dei singoli settori, riportano il tutto al mondo delle royalty. Il quale è fondamentale per il modello di business di Arm. La società, infatti, offre in licenza il design dei chip ai clienti/produttori (da Nvidia ad Apple), che pagano una commissione fissa per l’uso del brevetto. Non solo. Il gruppo incassa le royalty per ogni microprocessore venduto, basate sul prezzo del chip stesso (anche se l’azienda ha indicato di volere modificare il calcolo, basandosi sul valore del dispositivo finale in cui il semiconduttore è inserito). In un simile contesto, è chiaro, le royalty costituiscono la cartina tornasole della reale penetrazione delle soluzioni di Arm nel mercato. Ebbene: nell’ultimo quarter queste si sono assestate a 467 milioni (+17%), al di sotto del consensus. Un andamento che ha indotto delusione, contribuendo a fare cadere il titolo nell’immediato. Arm, lo si evince dalle indicazioni nella conference call, non ha condiviso il disappunto. In primis, perché le royalty sono sostenute dall’adozione della tecnologia di avanguarda Arm V9 che consente degli incassi maggiori rispetto alle altre soluzioni tecnologiche. Inoltre perché - indica la stessa Arm - bisogna guardare al valore annualizzato dei contratti di licenza stipulati. Un indicatore il quale, a differenza delle royalty, da una parte non è strutturalmente discontinuo e permette di comprendere sul lungo periodo l’andamento del business; e che dall’altra - sempre nel primo quarter del 2024-2025 - è cresciuto (+14%) in linea con i trimestri precedenti. Infine perché, la definizione di nuove licenze, normalmente implica - nel giro di 2-4 anni - l’incasso delle royalty. Insomma: il gruppo non pare vedere particolari problematiche su questo fronte.



