Lettera al risparmiatore

Amgen cerca una nuova medicina contro l’obesità. Sfida sulle malattie rare

Le cure dimagranti sono un business interessante ma con una forte concorrenza. Il settore biotech affronta il nodo della scadenza dei brevetti

di Vittorio Carlini

6' di lettura

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Da una parte – unitamente agli sforzi su oncologia, medicina generale e patologie infiammatorie – la nuova sfida sulle malattie rare. Dall’altra il focus sui farmaci biosimilari. Il tutto con la scommessa riguardante le cure anti-obesità. Sono tra le priorità di Amgen a sostegno del business.

Numeri e mercato

Già, il business. Nel 2023 il colosso biotech ha realizzato un giro d’affari di 28,2 miliardi di dollari (+7% rispetto al 2022). L’utile per azione GAAP, dal canto suo, è salito del 3%. L’Operating margin no GAAP – rapporto tra operating income e ricavi – ha invece battuto in testa: dal 50,5% del 2022 è arrivato al 49,8% dello scorso esercizio. A fronte di simili dati, la Borsa ha penalizzato il titolo. Perché? Le motivazioni sono molteplici. In primis alcuni sottolineano il calo (-53%) dell’eps GAAP nell’ultimo trimestre del 2023 a causa, tra le altre cose, dell’acquisizione di Horizon Therapeutics. Altri, invece, rimarcano la riduzione (-3%) del prezzo medio di vendita nel 2023. Vero! I volumi hanno più che compensato la dinamica, ma il trend è stato considerato un possibile campanello di allarme. Infine c’è chi – sottolineando come il titolo di Amgen fosse molto salito prima dell’ultima trimestrale – imputa la recente dinamica alle prese di beneficio.

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ESERCIZI A CONFRONTO

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Le medicine orfane

Sia come sia, la volatilità del titolo non stupisce. In particolare perché diversi sono i fronti su cui Amgen ha scommesso. Si tratta di aree da cui azienda e mercato attendono, già da adesso o più in là nel tempo, una bella spinta al conto economico. Così è, ad esempio, per la nuova divisione delle malattie rare. Questa è stata creata in scia allo shopping (consolidamento dal 6 ottobre 2023) di Horizon per circa 27,8 miliardi di dollari. L’operazione ha permesso di aggiungere ai farmaci “orfani” già in casa (164 milioni le vendite nel 2023) ulteriori medicine. In tal senso, tra le altre, può ricordarsi Tepezza. Cioè: la cura contro l’orbitopatia tiroidea, la quale – dal 6 ottobre a fine dicembre 2023 – ha generato un fatturato di 448 milioni. C’è, poi, Krystexxa che costituisce una medicina per curare gravi forme di gotta cronica (272 milioni). O ancora: Tavneos, il farmaco contro infiammazioni rare dei vasi sanguinei (fatturato da 134 milioni). Insomma: i presupposti, unitamente agli sforzi sulla ricerca e sviluppo, sono rilevanti tanto che Amgen prevede che il focus sulle malattie rare possa accelerare la crescita dei ricavi e contribuire all’incremento degli utili non GAAP a partire dal 2024. Tutto facile come bere un bicchiere d’acqua, quindi? La realtà è più complicata. Qualsiasi acquisizione ha in sé un “execution risk”. A fronte di ciò, da una parte, l’azienda indica che l’integrazione prosegue positivamente; ma, dall’altra, il gruppo biotech dice che la medesima ha un impatto sull’operating margin. In altre parole: l’indicatore non GAAP, nel primo trimestre, dovrebbe assestarsi a circa il 43%. Poi, via via che anche le sinergie inizieranno a concretizzarsi (attesa al 2026 la riduzione di 500 milioni dei costi pre-tasse), l’indicatore dovrebbe migliorare per arrivare sull’intero 2024 a circa il 48%.

FARMACI BLOCKBUSTER DI AMGEN

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Cure dimagranti

Dal mondo delle malattie orfane a quello dei farmaci contro l’obesità. Quest’ultimo è un settore in espansione e con forti potenzialità. Nel 2023, secondo Goldman Sachs, il comparto è valso circa 6 miliardi di dollari ed entro il 2030 potrebbe arrivare intorno a 100 miliardi. Non stupisce, quindi, che da tempo sia iniziata la corsa alla produzione di farmaci per il dimagrimento. È una gara dove alcuni concorrenti già si sono fatti notare. In primis, c’è Eli Lilly. Il gruppo farmaceutico statunitense nel novembre scorso ha ricevuto l’ok – sia dalla Fda statunitense che dalla Mrha britannica – per il Zepbound (nome commerciale del trattamento anti-obesità). Ebbene: proprio le prospettive sulla medicina in questione hanno contribuito al balzo di Eli Lilly negli ultimi 12 mesi in Borsa. Simile il discorso per l’europea Novo Nordisk. La società danese, che nel 2023 ha conquistato il primato per capitalizzazione nel Vecchio continente, è stata spinta dal “suo” Wegovy. Cioè: il farmaco per il dimagrimento (approvato a marzo anche per gli Usa). Il rally dei titoli – sebbene di recente le azioni abbiano ritracciato – ha fatto salire il rapporto tra prezzo ed utile. A fine del 2023 il p/e di Eli Lilly, secondo il terminale Bloomberg, era di 63,7. Quello di Novo Nordisk, invece, si è assestato a quota 37,4. Al 16/4/2024 l’indicatore vale, rispettivamente, 77,8 e 46,3 volte. Quello prospettico, sul 2024, infine, è posizionato al livello di 58,7 (Eli Lilly) e 36,9 volte (Novo Nordisk). In breve: il mercato ha prezzato anche le opportunità delle due aziende nel settore dell’obesità. Certo! La dinamica dell’indicatore è chiaramente l’effetto di un’ulteriore molteplicità di cause, legata alle singole storie aziendali e al settore di appartenenza. Inoltre il p/e, da solo, racconta una piccola parte delle realtà finanziarie in oggetto. Ciò detto, però, la suggestione di fondo rimane. Gli operatori scommettono sulle prospettive dei farmaci anti-obesità. E, adesso, paiono farlo con la stessa Amgen. Quest’ultima non ha ancora la medicina approvata. Il gruppo sta sviluppando due molecole. In particolare, il focus è sul trattamento iniettabile chiamato MariTide e riguardo al quale, nel 2024, sono attesi aggiornamenti sulla sperimentazione clinica in fase II. Al di là dello specifico iter, il timore del risparmiatore è che Amgen arriva in un mercato già presidiato dalla concorrenza. Il timore non è condiviso dalla società. L’azienda, nei colloqui con gli investitori, risponde di avere un approccio diverso da cui scaturirà una molecola differenziata: un farmaco – è l’indicazione – il quale, da un lato, potrebbe richiedere solo un dosaggio mensile; e che, dall’altro, consentirebbe una perdita di peso più efficace, rapida e fin’anche duratura. Non solo. Il gruppo afferma che, potenzialmente, potrebbero esserci benefici anche rispetto ad altre malattie causate da un eccesso di grasso.

FLUSSI DI CASSA

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Gli altri capisaldi

Fin qui alcune suggestioni riguardo obesità e farmaci rari. Amgen, però, ha altri tre capisaldi – dove peraltro sono sempre fondamentali la ricerca e le prospettive sulle nuove molecole – riguardo al business: la medicina generale, l’oncologia e le patologie infiammatorie. Nella prima area il gruppo vanta importanti blockbuster: da Rephata (1,6 miliardi di dollari le vendite nel 2023) a Prolia (4,01 miliardi) fino a Evenity (1,16 miliardi). In particolare il gruppo , rispetto alle due ultime medicine (finalizzati alla cura delle ossa), vede ottime prospettive, in scia anche alla diffusione dell’osteoporosi. Sul fronte, invece, della lotta contro il cancro – dove ci sono Krypolis (1,4 miliardi) e Xgeva (2,11 miliardi) – il 12 giugno dovrebbe esserci l’esito finale dell’iter presso la Fda riguardo al Tarlatamab. Vale a dire: la potenziale soluzione contro il cancro al polmone delle piccole cellule. Infine: le patologie infiammatorie. Su questo tema, oltre ad Enbrel (3,7 miliardi), c’è Otezia, una terapia contro la psoriasi su cui Amgen dice di volere continuare ad investire con forza, anche attraverso l’esplorazione di nuovi brevetti.

IL CRUSCOTTO DEL TITOLO

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Sennonché, proprio riguardo ai brevetti, un problema – per l’intero settore – è dato dalla scadenza dei “patent” con la connessa concorrenza dei generici. BioSpace stima che, tra il 2022 e il 2030, nel biotech siano in pericolo circa 236 miliardi di dollari in vendite. Il gruppo, anche per fare fronte al problema in oggetto, punta molto sui biosimilari. Cioè: medicine sviluppate per essere molto simili a un farmaco biologico già approvato. «La presenza in quest’attività – spiega Giacomo Calef, country manager di NS Partners – è positiva. Al di là del contrasto ai generici, permette di aggredire un mercato più ampio grazie al loro minore costo e, quindi, alla maggiore disponibilità dell’ente pubblico rispetto alla completa rimborsabilità». A fronte di un simile contesto quali le prospettive di conto economico e in Borsa di Amgen? Il gruppo, sul 2024, stima ricavi tra 32,4 e 33,8 miliardi di dollari mentre l’Eps non GAAP dovrebbe essere di 18,9-20,3 dollari. Riguardo invece al titolo, secondo Seeking Alpha, il p/e non GAAP sui prossimi 12 mesi è di 13,56 rispetto alla mediana di settore di 19,2. Il Peg non GAAP (sempre prospettico), dal canto suo, risulta di 2,49 (1,86 il settore). Infine, l’enterprise value sulle vendite si assesta a 5,97 (3,33). «La società – conclude Calef – non pare sopravvalutata». Tuttavia l’azienda ha sempre sfruttato l’M&A. «Il recente shopping di Horizon ha fatto salire l’indebitamento netto e il gruppo, seppure il “Net to Ebitda” sia sotto controllo, deve mostrare di riuscire a sostenere i margini».

Per approfondire

L’andamento del titolo

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