Pesca d’allevamento

Acquacoltura in mare aperto, Italia fanalino di coda in Europa

Lungo le coste italiane ci sono appena 19 impianti contro i 300 della Grecia e i 540 della Turchia: gli operatori puntano ad aumentare la produzione, ma chiedono competenze più chiare e iter più snelli

di Alessio Romeo

Aggiornato il 17 aprile alle ore 9:00

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Sulle tavole degli italiani c’è sempre più pesce, allevato e soprattutto straniero. Appena 19 concessioni per gli allevamenti in mare su oltre 8mila chilometri di costa fanno dell’Italia la cenerentola d’Europa nel settore. Nonostante un consumo superiore alla media europea, 31 kg pro capite l’anno contro 24, concentrato al 60% fuori casa e cresciuto del 3% nel 2024, il deficit complessivo ha raggiunto l’86% (quello Ue si ferma al 73%, con un rosso nella bilancia commerciale di 20 miliardi, di cui sette a carico dell’Italia). Eppure l’acquacoltura è un settore in salute con ampi margini di crescita vista anche la crisi della pesca tradizionale, ai danni della quale ha operato a livello globale un sorpasso storico lo scorso anno destinato a consolidarsi nel 2050 quando, secondo la Fao, coprirà il 70% dei consumi mondiali.

Obiettivo: raddoppio della produzione

Come emerso in un recente incontro promosso dall’Associazione piscicoltori italiani, gli allevamenti puntano a raddoppiare la produzione, alleandosi con la pesca tradizionale per intercettare un consumo crescente sempre più coperto dalle importazioni. Un obiettivo possibile a patto di superare i nodi strutturali che frenano la crescita del settore, a partire da quello delle concessioni per gli allevamenti in mare aperto: i 19 italiani si confrontano con i 540 della Turchia e gli oltre 300 della Grecia, principali competitor dell’area mediterranea.

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Senza contare la Norvegia, il cui salmone con migliaia di allevamenti rappresenta la prima industria nazionale (davanti anche al petrolio) come dimostra l’invasione del mercato mondiale, ben accompagnata e finanziata dal ricco ente di promozione statale. Il Paese scandinavo è arrivato a produrre 1,5 milioni di tonnellate di pesce in mare, mentre l’Italia è ferma a 15mila.

In Italia la pesca tradizionale prevale ancora sull’acquacoltura, con una produzione di circa 65 milioni di tonnellate e 600 milioni di fatturato contro 51 milioni e 400 di fatturato, realizzato in oltre 800 siti produttivi.

Le eccellenze nell’acquacoltura interna

Nell’acquacoltura “interna” brillano però alcune nicchie: l’Italia è il primo produttore di caviale da storione in Europa e il secondo al mondo dopo la Cina, che ha avuto una crescita molto veloce in breve tempo e ora occupa il 54% del mercato mondiale. Anche il comparto dell’avannotteria di spigole e orate è triplicato negli ultimi cinque anni, ma l’Italia assorbe solo il 10% della produzione e la logistica difficile rischia di frenare l’export. Se ci fossero più allevamenti sarebbero già pronti i rifornimenti per una filiera 100% Made in Italy.

Per lo sviluppo degli allevamenti in mare aperto esiste già una mappatura dei siti più adatti per le nuove concessioni, ha ricordato il presidente dell’Op del Pesce Claudio Pedroni, anche se la competenza spetta alle Regioni. «Abbiamo potenzialità uniche – ha detto Pedroni – ma lo sviluppo va programmato». Allevamenti e pesca tradizionale chiedono anche maggiore trasparenza nell’indicazione d’origine sui consumi fuori casa per sostenere la produzione nazionale. Quella degli allevamenti è leggermente cresciuta negli ultimi anni nonostante le difficoltà citate, mentre il settore della pesca continua a registrare cali produttivi, con una flotta ridotta del 25% negli ultimi 20 anni a 11 mila imbarcazioni, difficoltà strutturali e costi in continuo aumento.

Aumenta l’import di branzini

Il presidente dell’Api, associazione che rappresenta oltre il 90% delle imprese dell’acquacoltura, Matteo Leonardi, ha ricordato che l’espansione del comparto è molto più veloce in Europa e nel mondo che in Italia: «Rischiamo di perdere un’opportunità», mentre aumenta l’import di branzini e orate dalla Turchia «a prezzi non giustificati e il salmone, inferiore alla trota come prodotto, si trova dappertutto. Servono promozione, investimenti nell’adeguamento degli impianti per la crisi climatica, sul miglioramento della shelf life del prodotto nella grande distribuzione e un quadro normativo chiaro. Sulle concessioni manca una norma certa su attribuzioni e durata e questo frena sia le nuove domande che lo sviluppo di quelle esistenti. Vanno chiarite le competenze e accorciato l’iter per il rilascio, che in alcuni casi ha richiesto tre anni». Anche per la direttrice di Federpesca, Francesca Biondo, per invertire la tendenza è necessario intervenire su più fronti. «La collaborazione tra pesca tradizionale e acquacoltura – ha spiegato – può essere la chiave per ridurre la dipendenza dall’estero, promuovendo così la sostenibilità in tutti i suoi aspetti. Bisogna informare i consumatori sul contesto economico in cui un prodotto è pescato e non solo su come è stato pescato».

Crisi ed effetti della guerra

Intanto, nei giorni scorsi Coldiretti Pesca, Agci Pesca e Acquacoltura, Confcooperative, Legacoop e Federpesca hanno scritto due lettere al ministero del Lavoro per richiamare l’attenzione del Governo sulla grave crisi del settore pesca “tradizionale”. Nella prima le associazioni sollecitano l’adozione del decreto sulle indennità per il fermo pesca 2025, con tempi certi per la presentazione delle domande e le erogazioni. Nella seconda lettera si chiede l’estensione della cassa integrazione al settore della pesca e l’attivazione di strumenti immediati di tutela sociale, con una misura straordinaria di sostegno al reddito attraverso il Fondo di integrazione salariale legata alla crisi energetica e all’aumento del costo del carburante, «per fronteggiare la drastica riduzione delle giornate lavorative causata dall’attuale contesto economico».

Giovedì 16 aprile il Masaf ha fatto sapere che «l’attivazione del meccanismo di crisi per la pesca e l’acquacoltura da parte della Unione europea è un risultato straordinario raggiunto grazie all’Italia. Nell’ultimo Agrifish, avevamo richiamato l’attenzione dell’Unione europea sull’impatto insostenibile dell’aumento dei costi energetici causato dalle tensioni internazionali».
«Ci siamo fatti capofila nel sollecitare una risposta per sostenere un settore vitale già vessato da politiche ideologiche che ne avevano ridotto drasticamente la capacità operativa. Oggi - dichiara il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida - abbiamo una risposta importante, che va nella direzione auspicata dall’Italia, quella di garantire continuità operativa alle imprese, salvaguardare l’occupazione e difendere la sovranità alimentare europea. È fondamentale che l’Europa continui su questa strada, abbandonando approcci ideologici e rafforzando strumenti straordinari di intervento capaci di rispondere alle crisi reali che colpiscono lavoratori e imprese. L’Italia rappresenta un punto di riferimento politico chiaro nell’Unione europea e questa ne è la dimostrazione», conclude Lollobrigida.

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