Pesca&ambiente

La protesta dei pescatori: «Già vincolato il 30% delle coste. Basta aree protette, la pesca muore»

Confcooperative-Fedagripesca: superare l’attuale modello fondato sui divieti e coinvolgere i pescatori nella co-gestione in una logica di sviluppo rigenerativo

di Giorgio dell'Orefice

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Le Aree Marine Protette non devono essere “isole del divieto” che rischiano di soffocare la pesca professionale ma evolvere verso modelli di co-gestione e sviluppo rigenerativo. È la posizione espressa da Confcooperative-Fedagripesca nel corso dell’audizione alla VIII Commissione (Ambiente) della Camera sulle proposte di legge relative all’istituzione dell’Area Marina Protetta del Golfo di Capo Zafferano e alla riforma della legge quadro 394/1991.

Nel Mediterraneo vincolato il 30-35% delle acque costiere

«In un Mediterraneo italiano sempre più saturo – ha spiegato a Confocooperative-Fedagripesca - la pressione spaziale ha superato la soglia critica: oltre il 30-35% delle acque costiere e della piattaforma continentale è oggi interessato da vincoli che limitano o escludono l’attività di pesca».

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Questo “mosaico di restrizioni”, inoltre, non è più composto solo da Aree Marine Protette e zone di tutela biologica, ma comprende corridoi per infrastrutture energetiche e digitali (cavi e metanodotti), servitù militari persistenti, nuove Fisheries Restricted Areas (FRA) e progetti di parchi eolici offshore.

Compromesso l’equilibrio tra tutela ambientale e sopravvivenza economica.

«È quello che definiamo – ha sottolineato l’organizzazione - accaparramento del mare in una progressiva ed eccessiva sottrazione di spazio marittimo che rischia di compromettere l’equilibrio tra tutela ambientale e sopravvivenza economica delle comunità costiere. In assenza di una pianificazione dello spazio marittimo – hanno aggiunto - che integri la pesca come attore primario, il settore rischia una progressiva espulsione per mancanza fisica di aree disponibili».

Va coinvolta la pesca professionale

In questo contesto si inserisce il dibattito sull’Area Marina Protetta del Golfo di Capo Zafferano in Sicilia – già interessata da vincoli europei come Zona Speciale di Conservazione (ZSC) e da misure regionali – che, secondo Fedagripesca, «possono rappresentare un rafforzamento della tutela di habitat di pregio come le praterie di Posidonia oceanica e il coralligeno, fondamentali per la riproduzione e la crescita dell’ittiofauna del Tirreno meridionale, ma solo a condizione che la pesca artigianale locale sia riconosciuta come soggetto attivo di co-gestione».

Tra l’altro, nel tratto costiero tra Santa Flavia, Porticello, Aspra e Bagheria sulla dorsale Nord della Sicilia opera una marineria storica composta prevalentemente da piccola pesca artigianale che utilizza attrezzi selettivi e tradizionali. «Parliamo di imprese – hanno aggiunto a Fedagripesca - radicate nel territorio, presidio economico e sociale oltre che ambientale che hanno già dimostrato disponibilità a un modello di sviluppo sostenibile».

Affidare ai pescatori un ruolo negli enti di gestione delle aree protette

Il nodo centrale resta la governance. Nelle proposte di legge in esame manca, secondo l’organizzazione, un meccanismo che garantisca alla pesca professionale una presenza stabile e decisionale negli enti di gestione delle Aree Marine Protette. Da qui la richiesta di modifiche alla legge 394/1991 per assicurare la partecipazione diretta dei pescatori negli organi di amministrazione e nelle commissioni di riserva, con pareri vincolanti sulle misure che incidono sull’attività produttiva.

In Italia attive 32 Aree Marine Protette e 11 aree a pesca regolamentata

In Italia sono attualmente istituite 32 Aree Marine Protette e 11 Aree a pesca regolamentata nel Mediterraneo nell’ambito della norme fissate dalla Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM) e dalla Fao.

Per Fedagripesca la sfida è superare una visione conflittuale: le Aree Marine Protette devono integrarsi con gli obiettivi della Politica Comune della Pesca, adottando un approccio ecosistemico che preveda obiettivi chiari di riduzione della mortalità per le specie in sofferenza, accompagnati da analisi di impatto socioeconomico e da misure di salvaguardia del reddito.

Riconoscere i pescatori come «custodi della biodiversità»

«Non chiediamo riserve che espellano l’uomo dal mare, ma aree dove il pescatore sia riconosciuto come custode della biodiversità – conclude Fedagripesca –. Senza una riforma della governance e senza il coinvolgimento strutturale delle imprese, le Aree marine protette rischiano di diventare strumenti di conflitto invece che di sviluppo sostenibile per l’ambiente e per le comunità che dal mare vivono».

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