Su e giù per i vulcani italiani in compagnia di reminiscenze letterarie
A Capraia coi delfini fino a Punta dello Zenobito
E’ ancora piacevole arrivare in nave a Capraia nei primi giorni di ottobre, anche perché durante il tragitto è possibile avvistare i mammiferi marini che popolano il Santuario internazionale Pelagos. Quest’isola, la terza più grande dell’Arcipelago Toscano, sfoggia una forma ellittica davvero sinuosa da Punta della Teglia a Punta dello Zenobito e si è formata in seguito all’azione di due vulcani di epoca diversa. Proprio Punta dello Zenobito e Cala Rossa forniscono le prove geologiche della natura lavica di Capraia, che ricevette questo nome dai coloni greci approdati qui da Focea, città sulla costa dell’Asia Minore, l’attuale Yenifoça non lontano dalla turca Smirne, anche se il primo a chiamarla ufficialmente così fu Plinio Il Vecchio. In passato era interamente ricoperta da una fitta lecceta: tanto è vero che gli etruschi venivano qui a rifornirsi di legno utile per le miniere dell’Elba. Entrò successivamente a far parte dei domini della Repubblica di Pisa, venne presa spesso d’assalto dalle navi dei corsari ottomani, costringendo la Repubblica di Genova nuova proprietaria a scomodare l’ammiraglio Andrea Doria. Le torri erette, persino sulla Punta dello Zenobio dove aveva eruttato il vulcano, servirono a difenderla. Soprattutto il Forte di San Giorgio rappresenta il cuore dell’isola, in cui pulsa l’esistenza dei suoi trecento abitanti. Chi è appassionato di piante, può incamminarsi lungo il Percorso Botanico che si dipana lungo l’antica Strada Romana partendo dalla chiesa di Santa Maria Assunta verso il villaggio Le Sughere oppure iniziando il tragitto dalla chiesa di San Nicola in direzione del porto, costeggiando il Palmento di San Leonardo: A Capraia, infatti, sono state monitorate 650 specie vegetali di cui il 35% endemiche. Invece si può praticare il birdwatching allo Stagnone. E si può soggiornare nell’hotel assai sciantoso ricavato all’interno del Forte san Giorgio.

