Internazionalizzazione

Vino, il grande mercato africano è la nuova frontiera dell’export

I volumi sono ancora bassi, anche a causa di difficoltà logistiche e culturali, ma il trend medio negli ultimi anni è stato del +11%, spinto dall’aumento generale dei consumi e del turismo

di Alberto Magnani

Vigneti in Sudafrica

5' di lettura

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Il potenziale è quello di un mercato enorme, in senso fisico, con popolazione e capacità di spesa in crescita. Il rischio, paradossalmente, lo stesso: le dimensioni di un Continente frammentato in oltre 50 economie diverse, irto di ostacoli burocratici e tecnici sulla via dell’export.

L’Africa, soprattutto subsahariana, offre uno sbocco appetibile per le vendite delle cantine vitivinicole italiane, attratte da un orizzonte tanto esteso quanto acerbo nei flussi del commercio enoico. Secondo dati elaborati per il Sole 24 Ore da Vinitaly, l’Africa vitivinicola incide su circa l’1,4% delle importazioni globali di vino, con un valore di poco meno di mezzo miliardo di dollari Usa e una crescita cumulata del 6,2% fra 2019 e 2023. L’impulso è impresso soprattutto dalla spumantistica, in salita del 10% ed equivalente a oltre il 25% delle importazioni nel Continente.

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Francia e Spagna al top fra gli esportatori

I numeri lievitano se si guarda al mercato nel suo complesso, con ricavi proiettati dal portale Statista a un picco di 10 miliardi di dollari Usa nel 2025. La spinta ai consumi, si legge in un report del portale, è un riflesso dell’evoluzione sociale in alcune economie: «La crescita economica, l’urbanizzazione e l’aumento della classe media – si legge nel testo – hanno portato a un aumento della capacità di spesa dei consumatori, che possono permettersi e apprezzare il vino». Fra i Paesi più interessanti indicati da Vinitaly compaiono Costa d’Avorio, Camerun, Ghana e lo stesso Sudafrica: primo esportatore, terzo importatore e outsider nella produzione continentale con 3,5 milioni di ettolitri venduti all’estero nel 2023 secondo una ricostruzione dello stesso Statista.

In cima alla graduatoria dei Paesi fornitori, stando a Vinitaly, compaiono Francia e Spagna, fonti di importazioni pari a rispettivamente 190 milioni di dollari e il 34% del mercato e 117 milioni di dollari e una quota del 21 per cento. Il terzo gradino del podio è occupato dal Sudafrica, culla del 20% del totale vino commercializzato in Africa, mentre la top 5 si completa con Portogallo (avvantaggiato dal suo «feudo» lusofono in Angola) e appunto l’Italia. Le importazioni dalla Penisola si sono attestate a un controvalore di 20 milioni di dollari nel 2023, con un rialzo medio dell’11% nei quattro anni precedenti. I primi nove del 2024 hanno segnare secondo l’Istat vendite nel continente per oltre 15 milioni di euro.

L’Africa «potrebbe rivelarsi un mercato emergente nel medio-lungo termine, sostenuto dalla crescita del turismo», spiega Adolfo Rebughini, direttore generale di VeronaFiere, aggiungendo che Vinitaly ha «intensificato le relazioni con gli attori del Continente»: nell’ultime edizione si sono contati 400 professionisti dal Continente, in quella del 2025 si prospettano inviti a «top buyer e distributori» di Sudafrica, Ghana, Kenya, Mozambico, Nigeria e Rwanda.

Il flusso, in questo caso degli operatori, va anche in senso contrario. Il Consorzio Vino Chianti è reduce dal suo primo tour a sud del Sahara, con due tappe nel novembre dell’anno scorso fra Angola e Nigeria: due fra le economie più frizzanti su scala continentale e potenziali approdo di un vino italiano già al terzo posto fra i consumi degli angolani. «Quello africano è un mercato in crescita e ci sono potenzialità enormi in alcuni Paesi», spiega Giovanni Busi, presidente del Consorzio.

Gli ostacoli e il potenziale del mercato

Gli ostacoli rimangono, visto il peso ancora minimo della regione sulla bilancia commerciale vinicola e i tempi lunghi per una maturazione dei rapporti. L’investimento «è di lunga gittata», precisa Piero Tonutti, ordinario di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree e direttore del Master «Vini italiani, mercati mondiali» alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Fra le incognite per chi si affaccia sul mercato permangono una tassazione pesante, regolamentazioni stringenti, una logistica tutt’altro che agevole e alcune limitazioni tecniche: basti pensare «alla questione della refrigerazione del vino bianco», dice Tonutti, in Paesi dove la catena del freddo è sviluppata a livelli inadeguati. Un altro scoglio evidente è quello legislativo, soprattutto nel Nord, in Paesi dove il consumo di alcolici è proibito o limitato in contesti talmente circoscritti da vanificare investimenti di grossa portata.

 Gli spiragli sono quelli di una crescita naturale, sia nella demografia che nelle abitudini di consumi verso un prodotto che fa breccia in centri urbani sempre più popolati e in una classe media in via di espansione. Il tutto sullo sfondo dell’African continental free trade area, l’accordo di libero scambio entrato in vigore nel 2021 e destinato alla creazione di una “Schengen africana” per abbattere il 90% delle tariffe doganali. A beneficiarne potrebbe essere anche i mercati nascenti, come quello del vino. È vero che i margini sono ancora ridotti, ma «qualche anno fa era lo stesso con il nostro vino in Cina – racconta Busi del Consorzio Vino Chianti –. La crescita dei consumi ci sarà anche in Africa».

Sud Africa leader, ma crescono Tunisia e Marocco

Per quel che riguarda la produzione continentale, il peso massimo non può che essere il Sudafrica, il settimo produttore di vino su scala globale dopo Francia, Italia, Spagna, Stati Uniti, Cile e Australia. Il resto del mercato si frammenta fra Paesi con buone tradizioni o chanche di crescita, con alcune sorprese nella fascia settentrionale: dal Marocco al Togo, dall’Angola alla Tunisia.

Il mercato africano del vino è dominato inevitabilmente da Pretoria o, meglio, Città del Capo: la culla di una tradizione vitivinicola che risale alla metà del XVII secolo e mantiene nel Western Cape il grosso delle attività. Secondo gli ultimi dati di South African Wine Industry Statistics, una pubblicazione semestrale della società di ricerca Sawis, il Paese ha registrato nel 2023 una produzione complessiva di 775 milioni di litri (in calo rispetto agli 864,7 circa del 2022) ed esportazioni per 306,5 milioni di litri contro i 386,4 milioni dell’anno precedente. Il bianco conferma il suo dominio con 508,7 milioni di litri prodotti contro i 266,8 milioni del rosso, in aggiunta a 116,7 milioni di vino distillato, 39,2 milioni di vino destinato alla produzione di brandy e 2,4 milioni per il succo d’uva. Nel complesso si parla di un’industria che incide su circa il 4% sia della produzione che dell’export complessivo di vino, con un valore di 56,5 miliardi di rand (circa 2,9 miliardi di euro) e un totale di oltre 270mila lavoratori coinvolti.

Ai margini del colosso sudafricano, le produzioni che riescono a farsi largo sono confinate su valori modesti. Ma in ascesa. Il Marocco, secondo dati della International Organisation of Vine and Wine, fermi al 2022, si muova su una produzione di circa 40 milioni di bottiglie l’anno e conta su un potenziale di 42.216 ettari di vigneti. Un’altra sorpresa arriva dal Nord Africa: la Tunisia. Secondo un rapporto di Strategy Helix Group, una società di ricerca, il «mercato del vino in Tunisia crescerà rapidamente», con un aumento delle dimensioni del mercato di 262,6 milioni di dollari e un tasso di crescita annuale composto (Cagr) vicino all’11,2% fra 2024 e 20129. L’industria di Tunisi, si legge nel report, sta «beneficiando della forte tradizione vinicola del Paese, con i vini locali che stanno guadagnando popolarità sia a livello nazionale che internazionale»

Il Togo, secondo dati del portale Statista, si proietta a volumi di produzione interni sugli 11,3 milioni di litri nel 2025, a fronte di un mercato di 111,9 milioni di dollari Usa nello stesso anno. L’Angola, quarta piazza per importazioni, sta registrando un’espansione produttiva - contenuta - fra 2025 e 2026: è ancora il portale Statista a prevedere un aumento a 277,5 milioni di litri complessivi nel 2025 e una crescita poco sopra il punto percentuale del mercato nel 2026.

Riproduzione riservata ©
  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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