Lo studio

Vino, ecco come le cantine possono superare il ciclo negativo. La svolta già nel 2026?

Ricerca dell’Università di Bordeaux e Università di Verona con l’analisi del «caso Masi». La ripresa dopo il ciclo negativo seguirà nuovi modelli: fascia premium e brand, sostenibilità ed enoturismo tra i fattori su cui investire

di Emiliano Sgambato

Il Masi Wine Bar di Monaco di Baviera

5' di lettura

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Marchi più forti che sappiano investire sui nuovi trend di consumo e consolidamento di nuovi modelli di business, come quelli legati ad esempio all’enoturismo, cresciuto enormemente negli ultimi anni. Sono tra le chiavi che permettono di individuare le aziende vitinicole che saranno capaci di affronatre le sfide dei cambiamenti in atto, nel medio e lungo periodo più importanti dei dazi di Trump. E con una stabilizzazione dei prezzi e il recupero del potere d’acquisto delle famiglie il cambio di direzione del ciclo economico potrebbe avvenire già nel 2026.

Sono tra le conclusioni dello studio “Resilienza e preparazione al prossimo ciclo di consumo globale di vino. Masi: Un caso studio originale”, a cura di Jean-Marie Cardebat - tra gli altri incarichi professore di economia all’Università di Bordeaux e direttore della Cattedra Wines & Spirits di Parigi - e Davide Gaeta, professore e docente di economia dell’impresa vitivinicola e dei mercati agroalimentari e competitività all’Università degli Studi di Verona.

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La ricerca: i cicli di consumo e gli investimenti anticiclici

Secondo la ricerca, «se pur il clima economico è al momento sfavorevole al consumo di vino, essendo per per sua natura questa tendenza ciclica, come dimostra l’esperienza passata, con l’inflazione sotto controllo possiamo aspettarci un periodo più favorevole in futuro». Tuttavia «il futuro ciclo di consumo vedrà uno spostamento verso vini e consumatori diversi da quelli del ciclo appena concluso. Dobbiamo quindi prestare particolare attenzione ai segnali deboli che potrebbero guidare questo consumo futuro». Inoltre, «il consumo mondiale di vino in volume negli ultimi sessant’anni circa sottolinea una tendenza fondamentale verso la “premiumisation” del consumo». Le strategie devono dunque «essere orientate a offrire ai consumatori una proposta di alto valore. Ed è il marchio che trasmette il valore. La premialità va quindi a vantaggio dei marchi forti che, per loro stessa natura, offrono ai clienti una proposta di alto valore».

Un’ulteriore lezione è di natura «prettamente strategica» e riguarda «la tempistica e la natura delle decisioni da prendere a livello di settori vitivinicoli nazionali e di aziende vinicole». L’errore strategico classico - secondo i ricercatori - è quello di prendere decisioni procicliche (che accentuano il calo dei consumi), mentre bisognerebbe prendere decisioni anticicliche (che cercano di invertire la tendenza del ciclo). In parole povere, in una fase di flessione ciclica come quella vissuta dal settore vitivinicolo, occorre prepararsi al prossimo ciclo di crescita dei consumi (strategia anticiclica). È quindi indispensabile investire in ciò che potrebbe costituire la base del nuovo ciclo di crescita».

Il cambio dei modelli di riferimento

Non a caso tutti gli osservatori concordano sul fatto che i giovani non hanno lo stesso rapporto con il vino o con l’alcol e anche la sua distribuzione sta cambiando. Così come diminuisce il consumo tradizionale durante i pasti. In questo contesto è inutile continuare a proporre gli stessi modelli di prodotto e consumo. E infatti la crisi non colpisce tutti allo stesso modo.

«Un esempio è il Prosecco - si legge nell’abstract - che sta superando il mercato con un ampio margine. In media, i vini bianchi e frizzanti stanno resistendo meglio dei rossi. Tuttavia, i rossi rimangono i vini più popolari nei mercati emergenti, che potrebbero diventare i principali mercati del futuro».

Le vendite dirette «stanno diventando un canale di distribuzione strategico» e «i vini premium, in media, stanno guadagnando quote di mercato in tutti i mercati maturi», continua l’analisi della ricerca. Inoltre, «le cause cicliche della crisi si stanno affievolendo, in particolare l’inflazione, fattore chiave del calo dei consumi».

Il successo dell’enoturismo è dovuto alla crescita globale del turismo ma anche al «desiderio di un’esperienza di consumo arricchita. Il momento della degustazione, la discussione con il produttore, che incarna il suo vino, conferisce un ulteriore valore emotivo e affettivo al vino».

Già nel 2026 l’annno di svolta?

«L’andamento ciclico dell’economia ha sempre influenzato il consumo globale di vino e il quadro attuale non fa eccezione. Mantenendo il fenomeno inflattivo sotto controllo, il 2026 potrebbe segnare l’anno di svolta con l’avvio, nel 2027, di una fase di ripresa per una nuova crescita sostenuta per il settore vitivinicolo - dice il professor Cardebat -. Ripresa che non sarà una semplice ripetizione del passato: il prossimo ciclo vedrà protagonisti nuovi trend e consumatori. La premiumisation resta una tendenza chiave, è indispensabile investire in anticipo su ciò che potrebbe costituire la base del nuovo ciclo di crescita, rafforzando i marchi e valorizzando esperienze di consumo come l’enoturismo».

«La nostra ricerca ha individuato alcuni fattori chiave di resilienza - aggiunge Gaeta - come un modello organizzativo strutturato ed una governance solida, che consenta di crescere e di continuare a innovarsi; una gestione trasparente delle informazioni; e strategie mirate di acquisizione e diversificazione del portafoglio prodotti. Altro elemento cruciale è la capacità di adattarsi alle evoluzioni della domanda attraverso un approccio flessibile, sia nell’approvvigionamento delle uve, che nell’ampiezza della gamma prodotti. E poi ci sono l’attenzione all’identità aziendale, il marketing strategico e l’innovazione orientata alla sostenibilità».

Masi, un caso di resilienza

«Abbiamo dunque ricercato tutti questi fattori analizzando un caso di brand leader di mercato quale Masi, e rilevato come l’azienda abbia saputo muoversi in un contesto sfidante. Masi - continua Gaeta - ha saputo combinare tradizione e innovazione, valorizzare il proprio radicamento territoriale, adottare un sistema di monitoraggio avanzato per garantire una gestione efficiente della produzione e della distribuzione, ed implementare una strategia di crescita lungimirante».

«Abbiamo apprezzato molto la ricerca e siamo orgogliosi di averne fatto parte - commenta Federico Girotto, ad Masi Agricola Spa e presidente e ad di Canevel Spumanti Spa -. Questa può rappresentare un contributo agli operatori del settore vitivinicolo per comprendere e acquisire consapevolezza circa i reali problemi del medesimo e dei suoi mercati di riferimento, chiudendo lo spazio a omissioni, al pessimismo e soprattutto all’illusione che tutto possa tornare a essere come prima. In Masi cerchiamo di incrementare la resilienza in diversi modi, ma soprattutto rafforzando i processi strategici di identificazione, analisi e mitigazione dei rischi, non distogliendo mai l’attenzione dalla nostra stella polare: il brand. Negli anni il gruppo Masi ha attivato diverse leve strategiche che ci hanno permesso di rispondere in anticipo all’evoluzione dei cicli economici, trasformando le sfide in opportunità. In uno sguardo complessivo, in questi dieci anni dalla quotazione, abbiamo lavorato sulla sostenibilità sull’omnicanalità comunicativa e distributiva, e sul rafforzamento della Masi Wine Experience, che quest’anno darà avvio a Monteleone21, il nostro visitor center in Valpolicella che risponde alla nuova domanda del settore enoturistico. Infine, abbiamo investito nell’innovazione di prodotto, come con Fresco di Masi, la linea di vini biologici che esprime la nostra visione di autenticità, attualità e attenzione al consumatore, e nell’ampliamento del portafoglio. Ne è un esempio il recente sbarco in Oltrepò Pavese con l’acquisizione della tenuta Casa Re e il lancio dello spumante Metodo Classico Moxxé del Re, dove contiamo di replicare quanto realizzato in Valdobbiadene con Canevel Spumanti, un brand che ha continuato a crescere, anche in termini di export».

Dazi, Boscaini: un danno anche per gli Usa

«Non dimentichiamoci che per ogni dollaro di vino che noi incassiamo, agli Usa restano 4,3 dollari tra tasse e altri costi -, ha detto a margine della presentaizone dello studio Sandro Boscaini, presidente Masi Agricola, sul fronte del possibile impatto dei dazi americani sul settore vitivinicolo - . La prospettiva dei dazi imposti dagli Stati Uniti è motivo di seria preoccupazione per il settore del vino italiano. Il mercato statunitense è molto qualitativo, è il primo mercato a valore per il vino di qualità e secondo solo alla Germania per i volumi, dove il nostro vino gode di ottima reputazione e ottimo posizionamento. Se fossero confermati già i dazi al 25%, avremmo un forte impatto sulle esportazioni e sulla competitività di tutti i nostri prodotti che ne risentirebbe notevolmente. Del resto complessivamente il vino italiano andrebbe a perdere in quel mercato all’incirca 1 miliardo di euro. La minaccia di applicare dazi al 200% sul vino italiano, è priva di logica. Ma soprattutto è un danno reciproco».

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