Wine Monitor di Nomisma

Dal Brasile alla Polonia, gli sbocchi alternativi che danno speranza al vino italiano

L’export 2024 ha tenuto meglio della Francia e della media internazionale, mentre i consumi interni calano pagando l’inflazione, con i discount che guadagnano quote di vendita

di Giorgio dell'Orefice

Il vino Made in Italy tra export e nuove sfide

3' di lettura

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È un momento complesso per il commercio mondiale di vino. Un momento dal quale il vino italiano si salva soprattutto grazie al Prosecco e agli spumanti e ma che ripropone per il futuro alcuni temi di criticità (i dazi su tutti) ma anche offre alcune interessanti opportunità con nuovi mercati emergenti. Sono alcuni dei temi emersi oggi dall’XI Forum Wine Monitor di Nomisma.

Dopo un 2023 che aveva visto ridimensionarsi sensibilmente i consumi di vino a livello mondiale (rispetto al positivo 2022) – hanno spiegato a Wine Monitor - il 2024 ha quindi confermato il trend negativo, in particolare sul fronte degli scambi internazionali. Tra i 12 principali mercati di import (che rappresentano oltre il 60% degli scambi globali), si sono registrate variazioni positive solo per Stati Uniti, Canada, Cina e Brasile.

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Commercio mondiale in crisi, ma l’Italia fa meglio della media

In tale quadro, gli acquisti di vino dall’Italia crescono più della media, grazie soprattutto agli spumanti (a loro volta trainati dal Prosecco) che, sui medesimi 12 mercati principali, registrano un +4,8% di export a valore contro una media aggregata del -5,1%, con punte del +11% negli Stati Uniti, del 10% in Australia e del 9% in Canada.

«Purtroppo i principali mercati di import - ha sottolineato il responsabile di Wine Monitor di Nomisma, Denis Pantini - hanno chiuso il 2024 in ulteriore calo e quelli che sono andati in controtendenza sottendono consumi di vino ancora in sofferenza come nel caso degli Stati Uniti o della Cina, dove il rimbalzo del 38% nelle importazioni è interamente legato al ritorno dei vini australiani dopo che erano stati messi al bando dal governo cinese nel 2021 con un superdazio del 218 per cento».

Chi invece non è riuscito a recuperare dal calo del 2023 è stato il vino francese che, nel complesso, ha perso un altro 2,4% nel valore dei vini esportati (dopo il -2,7% dell’anno precedente). «Se nel 2023 l’export di vino francese - ha aggiunto Pantini – era calato a causa della riduzione nelle vendite oltre frontiera di vini rossi, nel 2024 è stato lo Champagne a trascinare al ribasso le esportazioni transalpine, con il 10% in meno di bottiglie spedite nel mondo».

In Italia confermato il calo dei consumi

Sul fronte invece del mercato italiano ha pesato la fiammata inflazionistica. Nella grande distribuzione nel 2024 si è registrato un calo delle vendite di quasi il 2% nel canale Iper e Super, con punte più elevate nel caso dei vini rossi (-4,6%) e frizzanti (-7,4%).
I volumi venduti hanno invece tenuto nel discount, mettendo a segno anche una crescita a valori dell’1,2%, in particolare grazie agli spumanti.

I (più o meno) nuovi sbocchi

In questo scenario così complesso e incerto – hanno segnalato da Wine Monitor - minato da rigurgiti di protezionismo e minacce di dazi aggiuntivi, la ricerca di nuovi mercati di sbocco diventa sempre più prioritaria per le imprese del vino italiano.

In questi ultimi tre anni, l’export vinicolo dall’Italia è cresciuto nelle aree dell’Est Europa e dell’America Latina: Polonia (+26% rispetto al 2022), Repubblica Ceca (+47%), Romania (+22%), Messico (+3%) ed Ecuador (+56%) sono alcuni dei mercati dove i vini del Bel Paese sono sempre più apprezzati. Senza dimenticare il Brasile, un grande mercato di oltre 200 milioni di abitanti e che rientra nell’accordo di libero scambio tra Ue e Mercosur, «dove - ha aggiunto il project manager di Nomisma, Fabio Benassi - i vini rossi, in particolare toscani e piemontesi, sono quelli più apprezzati dal consumatore brasiliano, in particolare della Regione Sud-Est, con titolo di studio e reddito medio-alto, appartenenti alla generazione dei Millennials».

I giovani preferiranno i no alcol?

Tasto dolente si conferma il debole appeal del prodotto vino tra le nuove generazioni. «In Italia – ha concluso la market analyst di Nomisma Wine Monitor, Ilaria Cisbani - i giovani appartenenti alla Gen Z consumano vino solo in occasioni speciali, hanno una scarsa conoscenza del prodotto e quando lo scelgono prestano attenzione primariamente alla gradazione alcolica e alla sostenibilità. E lo stesso accade anche negli Stati Uniti e questo spiega perché i No Alcol wines, negli USA, sono già una realtà diffusa nel consumo delle giovani generazioni».

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