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Vino, la crescita dei vitigni resistenti punta su Prosecco e Pinot Grigio

Gli incroci Piwi permettono di creare varietà sostenibili che necessitano di pochi trattamenti fungicidi, ma in Italia ad oggi sono autorizzate solo dieci regioni e non è possibile utilizzare queste cultivar in doc e docg

di Giorgio dell'Orefice

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Rappresentano una grande opportunità per il futuro del vino, ma l’Italia sembra essere in ritardo nel seguire questa strada. Sono i vitigni Piwi (acronimo del termine tedesco che significa “resistente ai funghi”) ovvero le varietà di vite resistenti ai parassiti, alle patologie o ancora a condizioni climatiche estreme come la siccità. Si tratta di cultivar di vite nate da una selezione di incroci che proprio grazie alle proprie caratteristiche di resistenza garantiscono ai coltivatori una forte riduzione dei trattamenti antiparassitari in vigneto. E in prospettiva una chance di coniugare sostenibilità ambientale e qualità del prodotto.

Ne è convinta la Commissione Europea che già da alcuni anni ha consentito l’impiego delle varietà resistenti anche all’interno delle denominazioni d’origine (Regolamento UE 2021/2117 del 2 dicembre 2021). Un’opportunità che è stata ad esempio colta dalla Francia, ma non dall’Italia, dove invece i vitigni resistenti sono consentiti per i vini da tavola e Igt ma non per Doc e Docg (come previsto dall’articolo 33 comma 6 del Testo Unito del Vino, legge 238/2016).

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Prescrizioni che ne stanno molto limitando la diffusione in Italia. Basti pensare che nel nostro Paese a fronte di un vigneto nazionale di 680mila ettari, la superficie coltivata con varietà Piwi non supera i 3.600 ettari, pari a circa lo 0,5% del totale. Diverso invece è lo scenario europeo. La Francia è già oltre lo 0,7 per cento. L’Aoc Champagne ha integrato dal 2022 il vitigno resistente Voltis, consentendone la coltivazione fino al 5% delle superfici e un percorso analogo ha seguito l’Aoc Bordeaux col vitigno Artaban. In Germania e Svizzera le superfici con varietà resistenti superano il 2,5% in Ungheria sono già oltre l’8 per cento.

Altro aspetto che ne limita la diffusione nel nostro Paese è il fatto che al momento le varietà resistenti sono autorizzate solo in dieci regioni su venti. A escluderle sono soprattutto le regioni del Sud dove il clima più caldo limita gli attacchi delle malattie della vite e degli agenti patogeni e quindi rende meno impellente trovare delle contromisure.

In Italia in prima fila nella ricerca, nello sviluppo e nella diffusione delle varietà resistenti da oltre dieci anni ci sono i Vivai Cooperativi Rauscedo (Vcr). Le prime varietà italiane resistenti, sono state infatti iscritte al Registro nel 2015 ed erano il risultato di un programma di ricerca avviato nel 1998 in collaborazione con l’Università di Udine. Sul tema è impegnata da tempo anche la Fondazione Mach di San Michele all’Adige che sperimenta Piwi derivati da Chardonnay per la produzione di basi spumante per il Trentodoc. Le prime varietà sviluppate sono state Fleurtai, Soreli, Sauvignon Kretos, Sauvignon Rytos, Merlot Kanthus, Cabernet Volos.

Oggi in Italia al Registro delle varietà di vite autorizzate sono iscritte 36 varietà resistenti, 14 delle quali sono commercializzate da Vcr. Come si evince dai nomi si tratta soprattutto di cultivar derivate da vitigni internazionali. «E forse da questo dipende in parte la scarsa diffusione in campo dei vitigni resistenti – spiega il docente emerito di viticoltura ed enologia dell’Università di Milano, Attilio Scienza –. In Italia la fanno da padrone i vitigni autoctoni. Per questo sono convinto che se venissero sviluppati, anche con l’aiuto delle nuove tecniche di evoluzione assistita (Tea) un Sangiovese, un Trebbiano o un Nebbiolo resistenti, la loro diffusione crescerebbe. A mio avviso dall’assenza di Piwi autoctoni deriva anche in parte dalla resistenza dei produttori del Sud. Un Sauvignon, resistente o meno, difficilmente offre il meglio di sé piantato in Sicilia».

In questa ottica i Vivai Cooperativi Rauscedo hanno avviato un programma autonomo centrato su 90 varietà di questo tipo. Tra queste grande attesa c’è per le prime cultivar pronte dal 2026 e figlie di Glera, il vitigno alla base del Prosecco, uno dei vini di maggior successo al mondo. E oltre alla Glera resistente in rampa di lancio c’è anche il comparto del Pinot Grigio, che punta all’introduzione in disciplinare di vitigni complementari Piwi.

«Le nuove varietà figlie di Glera – spiega il direttore di Vcr, Yuri Zambon – sono state selezionate nel rispetto dell’impronta sensoriale del parentale, ma con sfumature aromatiche differenziate e una diversa capacità di adattamento ai vari areali italiani. La resistenza a peronospora e oidio consente una drastica riduzione dei trattamenti fungicidi ed elevati standard di sostenibilità. Queste varietà resistenti consentiranno di affrontare gli effetti del cambiamento climatico in un’area tra le più vitate del Paese, il Nord Est. In questa ottica l’interesse crescente dei Consorzi di tutela, oltre ai tre del Prosecco quello del Pinot Grigio delle Venezie, può rappresentare una svolta per la viticoltura sostenibile italiana».

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