Dealcolati

Vinitaly, spazio al vino senz’alcol (con le prospettive migliori di crescita sul mercato)

In Italia è stato liberalizzato ma ci sono dubbi normativie fiscali. Il settore vale 2,5 miliardi a livello mondiale ed è destinato a espandersi a un ritmo del 10% l’anno

di Giorgio dell'Orefice

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3' di lettura

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Un mercato che già vale a livello globale 2,5 miliardi di dollari con la prospettiva di raddoppiare nei prossimi dieci anni a un tasso di crescita annuo del 10% contro invece l’andamento piatto previsto per i vini convenzionali. Un fortissimo interesse da parte del mondo produttivo visto che a un recente sondaggio effettuato dall’Unione italiana vini ben il 60% dei produttori interpellati ha risposto di guardare con interesse alla prospettiva di produrre vini no alcohol o low alcohol ma una produzione che per il momento, in Italia, resta ferma al palo.

Si perché nonostante il provvedimento varato dal ministro Lollobrigida nello scorso dicembre che ha autorizzato la produzione di vini NoLo e che è stato accolto con grande soddisfazione da parte del mondo produttivo, poi passare davvero dalle leggi ai fatti risulta spesso molto complicato. Sono infatti ancora tante le incertezze che attanagliano il settore.

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La denuncia, in apertura del Vinitaly, viene dall’Unione italiana vini organizzazione dei produttori e dei commercianti di vino fin dal primo momento molto impegnata sulla frontiera dei vini a bassa gradazione alcolica. L’Uiv proprio a Vinitaly ha organizzato un incontro sulle prospettive e i vincoli del settore dei vini senz’alcol o a bassa gradazione.

«Al momento ci sono almeno due ordini di problemi – spiega il segretario generale dell’Unione italiana vini, Paolo Castelletti -: da un lato ci sono alcuni aspetti controversi del decreto del ministro Lollobrigida e dall’altro c’è l’intera questione dell’inquadramento fiscale sul quale si registrano “fughe in avanti” da parte del ministero dell’Economia che certo non aiutano ad avere davanti un quadro definito».

In particolare – spiegano all’Uiv - il decreto Masaf del 20 dicembre 2024 lascia sul tavolo due problemi: da un lato la previsione della separazione degli spazi all’interno delle aziende tra quelli dedicati alla produzione di vini tout court e quelli invece destinati alla produzione di vini NoLo (si veda altro articolo in pagina). E dall’altro il previsto divieto di detenere all’interno locali in cui si producono vini a bassa gradazione o del tutto senz’alcol, anidride carbonica. O meglio non si possono produrre spumanti dealcolati negli stessi locali nei quali si producono spumanti convenzionali”. ”Almeno su questo secondo punto – aggiunge Castelletti – si potrebbe far riferimento alla norma del Testo Unico del vino che disciplina gli ‘stabilimenti promiscui’ ovvero quelli nei quali si producono bevande aromatizzate a base vino e nei quali è consentito detenere anidride carbonica. Gli spazi dedicati alla produzione di vini dealcolati potrebbero essere assimilati a quelli sciogliendo così il nodo”.

Ma dove la questione si fa più ingarbugliata è sulla tematica fiscale. La modifica, già approvata, del Testo Unico sulle Accise all’articolo 33 Ter ha introdotto la disciplina fiscale dei vini dealcolati o parzialmente dealcolati. «Il problema – aggiunge ancora il segretario generale dell’Uiv – è che questo decreto legislativo entra in vigore l’1 gennaio 2026. Pertanto, anche chi ha investito sulla produzione, ha acquistato gli impianti di dealcolazione e li ha messi in funzione ed è quindi in condizione di produrre poi non sa come gestire fiscalmente la produzione visto che le relative norme entreranno in vigore tra 8 mesi. Un problema non semplice da risolvere. Tra l’altro, sulla materia accise, è anche previsto in tempi brevi un decreto interministeriale tra ministero dell’Agricoltura e ministero dell’Economia, ma dubitiamo che possa andare a modificare un assetto definito da una norma di ordine superiore (un decreto legislativo) che entrerà in vigore solo a gennaio del prossimo anno. Un bel rompicapo, non c’è che dire».

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