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Vini rosati, ecco perché l’Italia ha molto da imparare dalla Francia (tanto per cambiare)

Produzione in crescita ma parcellizzata e senza strategia, ma ora qualcosa sta cambiando

di Cristiana Lauro

“Color petalo di rosa in Francia e buccia di cipolla in Italia: sui rosé abbiamo tanto da imparare”

2' di lettura

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Il consumo dei vini rosati è in forte crescita, tuttavia in Italia in maniera meno eclatante rispetto al resto del mondo. La ragione potrebbe essere riconducibile in primo luogo a un problema di classificazione e zonazione precisa. Ma diamo un’occhiata alla faccenda attraverso l’elemento più rilevante che, ancora una volta, posiziona la Francia più avanti rispetto a noi.

Infatti i francesi sono partiti centrando il discorso dei rosati sulla Côte de Provence, zona in cui mi sfuggono le opere entusiasmanti se parliamo di vini bianchi e rossi (con l’eccezione di Bandol). Di fatto, parte da lì l’alzata d’ingegno di creare un trend che ha conquistato prima di tutto il mercato interno e poi per diretta conseguenza quello internazionale, con una media di prezzo decisamente elevata. 

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In Italia, invece, non appena si è intuito che la tendenza dei rosati si presentava come successo commerciale, la maggior parte delle aziende vitivinicole ha iniziato a produrre rosati creando una chiara confusione commerciale. Il risultato è che la torta dei consumi si è di certo molto allargata, ma la parcellizzazione della produzione ha reso il mercato interno saturo: non per niente i risultati migliori vengono dall’export.

Se aggiungiamo che siamo un Paese di origini contadine dove nessun produttore savio in passato avrebbe mai sacrificato un rosso per produrre un qualsiasi rosato, le conclusioni si traggono da sole e senza star lì troppo a ragionare.

La qualità media dei vini rosati prodotti in Italia è notevolmente cresciuta; manchiamo tuttavia di tradizione, se si vanno a escludere poche aree come la sponda veronese e bresciana del Lago di Garda, l’Abruzzo coi suoi Cerasuolo e il Salento (che da sempre produce dei rosati dall’attraente colore del Campari).

Ma la tendenza è partita dalla Francia con lo slancio conseguente nel produrre rosati dal colore tenue che da noi chiamiamo “buccia di cipolla”, mentre loro “petalo di rosa”. Poi siamo ancora qui a chiederci perché i francesi siano più bravi di noi sul marketing. Facciamoci qualche domanda e diamoci delle risposte a riguardo.

 Se si analizzano i dati, il mercato produttivo è guidato dalla Francia, seguita da noi e (udite, udite!) dagli Usa che sono il terzo paese produttore di vini rosati al mondo, giacché la moda del rosa in Nord America è scoppiata in maniera forte e loro stessi hanno iniziato a produrne (e anche di buoni a dire il vero).

 Mi risulta che si stia creando una sorta di “rosé connection” tra la Valtènesi (provincia di Brescia e zona occidentale del Lago di Garda), la Côte de Provence e Long Island, in modo da elevare le zone di produzione di rosati di qualità. Da un punto di vista commerciale, tutto questo potrebbe aiutare il riposizionamento e la qualificazione del rosato italiano nel mondo.

Per concludere: vorrei chiarire, ad uso e consumo dei meno preparati sull’argomento, che il vino rosato non si ottiene mescolando il bianco con il rosso, ma è stato un “trucco” assai diffuso nella ristorazione italiana del passato. Forse è anche per questo retaggio culturale che di rosato da noi si parla tanto ma il percepito non è poi così alto.

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