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Vini no alcol, la burocrazia ferma gli impianti di dealcolazione italiani

Dopo il via libera per decreto a dicembre 2025 nessuna cantina è attiva a causa di un iter complesso previsto con l’Agenzia delle Dogane

di Giorgio dell'Orefice

Vino dealcolato, crescita stimata 8%: le attese dei produttori

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Spesso in Italia ci si rallegra per l’approvazione di una legge che introduce una disciplina di settore. Salvo poi accorgersi che dal varo della cornice di norme all’avvio effettivo delle attività non manca un dettaglio ma un vero e proprio percorso. È quanto stanno registrando i produttori di vino che vogliono avviare su scala industriale la produzione di vino dealcolato.

Il decreto interministeriale che doveva sancire il via libera alla produzione in Italia di vino parzialmente e totalmente dealcolato (in passato i produttori dovevano recarsi all’estero per le operazioni di dealcolazione) è giunto alla fine dello scorso dicembre. Il provvedimento non ha necessità di decreti attuativi ma prevede che gli uffici territoriali dell’Agenzia delle Dogane rilascino le relative autorizzazioni alla produzione. Il decreto ha, inoltre, fissato una soglia produttiva quella di mille ettolitri di vino dealcolato per distinguere chi, al di sopra di quella soglia, si configura come un “impianto di taglia industriale”.

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«Nel momento in cui si vuole avviare un impianto – spiegano a Federvini – a seconda se si è al di sopra o meno dei mille ettolitri di produzione, occorre aggiornare la propria licenza fiscale. Tutte le cantine che esportano hanno una licenza perché devono rientrare nel sistema Ead (Elettronic accompanying document) che è il documento che accompagna i prodotti alcolici soggetti ad accisa. Il vino in Italia ha accisa zero, ma se si esporta ad esempio in Francia ha accisa positiva e quindi se si spedisce oltralpe occorre che il prodotto sia accompagnato da Ead. Tutte le cantine che esportano sono censite da Agenzia delle Dogane e se hai licenza di deposito fiscale, hai accesso anche a Emcs che è il sistema informatico comunitario che consente di emettere l’Ead».

In sostanza tutti coloro che vogliono avviare la produzione di vino dealcolato devono aggiornare la propria licenza passando da vino ad alcol etilico. È necessario effettuare un’istruttoria all’Agenzia delle Dogane e ai suoi uffici territoriali, che deve fare un sopralluogo dopo il quale rilasciano l’aggiornamento della licenza fiscale e l’autorizzazione a dealcolare. Un’istruttoria che ha bisogno di tempo perché fa parte di una procedura nuova. «Capiamo il nervosismo degli operatori soprattutto perché in molti casi sono almeno due anni che attendono per avviare la produzione», dicono da Federvini.

«Il decreto attuativo è dello scorso dicembre – ha aggiunto il segretario generale dell’Unione italiana vini, Paolo Castelletti – e ad oggi non c’è neanche un impianto di dealcolazione autorizzato in Italia. Ce ne sono tre in rampa di lancio. Due in provincia di Treviso e uno in Puglia ma, ripeto, ad oggi neanche uno autorizzato». La pratica è complessa e sconta anche il fatto che i produttori non sono abituati a interfacciarsi con l’Agenzia delle Dogane.

«La procedura – ha proseguito Castelletti – prevede un intenso scambio di documenti tra aziende e Dogane, informazioni che riguardano tanto la cantina in genere quanto l’impianto di dealcolazione. E al termine di questa procedura occorre anche effettuare la piombatura dei serbatoi degli impianti. Al ministro abbiamo chiesto di fare in modo che le richieste documentali e le autorizzazioni siano almeno uniformi. Che ci sia quindi almeno una circolare o comunque un input da parte di Agenzia delle Dogane che detti linee guida in modo che gli uffici territoriali applichino nella maniera più uniforme possibile quanto previsto dal decreto. Occorre una regìa a livello nazionale».

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