Nanomedicina

Un cerotto made in Italy per curare il tumore cerebrale più letale

Un film sottile biodegradabile rilascia immuno-chemioterapie contro il glioblastoma. La ricerca è coordinata da Humanitas su tecnologia dell'Istituto italiano di tecnologia

di Gianluca Dotti

 (Adobe Stock)

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Rilasciare i farmaci direttamente nella cavità chirurgica, nel cervello, grazie a una sorta di “cerotto” nanostrutturato frutto della tecnologia made in Italy: verte su questo un'innovativa linea di sviluppo dedicata al glioblastoma, il tumore cerebrale maligno più diffuso, con un'incidenza fino a 4 casi ogni 100mila adulti e una sopravvivenza media dalla diagnosi di appena 20 mesi.

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A complicare le cure ci sono l'eterogeneità intra-tumorale, per cui cellule differenti del tumore rispondono diversamente alle terapie, e il micro-ambiente immunosoppressivo, che neutralizza sia le difese naturali sia le immunoterapie.

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Per di più, la barriera emato-encefalica impedisce ai farmaci somministrati per via sistemica di raggiungere in modo efficace il tessuto cerebrale, rendendo anche la chemioterapia poco adatta.

Il risultato è che nell'80% dei casi la recidiva, locale, si origina dal margine di tessuto non rimosso in sala operatoria.

«Anche quando la resezione chirurgica è ampia e le terapie standard vengono applicate correttamente, il rischio di recidiva rimane elevatissimo. È un compromesso difficile: più si rimuove, maggiore è il rischio di danneggiare aree che governano linguaggio, movimento e memoria», spiega Marco Riva, neurochirurgo all'IRCCS Istituto Clinico Humanitas.

«Le cellule tumorali che il chirurgo è costretto a lasciare non sono un fallimento tecnico, ma un limite biologico e anatomico».

Per superare questo ostacolo terapeutico è nata la linea di sviluppo NeuroMESH, coordinata da Riva in Humanitas e ora finanziata con 2,7 milioni di euro su cinque anni dal Fondo Italiano per le Scienze Applicate (FISA) del ministero dell'Università e della Ricerca, che riunisce le competenze cliniche con quelle nanotecnologiche dell'Istituto Italiano di Tecnologia IIT.

Il progetto punta a portare un film polimerico biodegradabile sviluppato dall'IIT – chiamato μMESH – dalla sperimentazione preclinica all'applicazione clinica.

L'approccio in sé non è nuovo: negli ultimi trent'anni sono stati sperimentati metodi di somministrazione locale senza dover attraversare la barriera emato-encefalica, tra cui i wafer – dischetti rigidi impregnati di chemioterapico posizionati nella cavità al termine dell'intervento – senza però riuscire a modificare in modo sostanziale la pratica clinica. Il limite dei wafer è fisico, più che farmacologico: un dispositivo rigido non si adatta alle irregolarità del tessuto cerebrale, lasciando zone di contatto insufficiente e un rilascio disomogeneo.

μMESH parte da un'architettura diversa: un film sottile e flessibile con una microstruttura interna che si conforma sul tessuto molle e rilascia farmaci in modo controllato, per settimane.

La tecnologia ha già raggiunto un livello di maturità (Technology Readiness Level - TRL 3) vicino a quello necessario per la sperimentazione clinica. «μMESH può essere caricata con combinazioni diverse di chemioterapici e immunoterapici, rilasciandoli localmente», afferma Paolo Decuzzi, Senior Scientist dell'IIT e professore di oncologia a Stanford, a capo del gruppo che ha sviluppato la tecnologia. «L'obiettivo è colpire le cellule tumorali residue senza esporre il resto dell'organismo alla tossicità sistemica dei farmaci». I

IT produce le configurazioni ottimizzate di μMESH, che vengono testate da centri clinici terzi. Oltre a Humanitas, che dispone di una banca cellulare derivata da pazienti operati, sfruttata per il trapianto in modelli murini, partecipano al progetto Stanford Medicine, l'Università della California San Francisco (UCSF), Harvard Medical School e l'MD Anderson Cancer Center di Houston, ciascuno con i propri modelli preclinici e protocolli. «In un momento in cui le collaborazioni scientifiche internazionali sono sotto pressione politica, questo progetto dimostra come Italia e Stati Uniti possano lavorare insieme in modo efficiente», osserva Decuzzi.

Nei cinque anni del progetto, μMESH sarà validato secondo i requisiti richiesti dalle agenzie del farmaco europea (EMA), italiana (AIFA) e statunitense (FDA). «Abbiamo la possibilità di replicare nei modelli animali l'intero protocollo terapeutico, inclusa la radioterapia», precisa Riva. «La fase 1 di sperimentazione clinica sui pazienti potrebbe partire in questo arco di tempo, mentre per un'applicazione su larga scala il minimo è dieci anni». Proprio come per la pipeline sperimentale di un nuovo farmaco, «sono i pazienti del futuro, e non quelli odierni, che stiamo cercando di aiutare», conclude.

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