Diritti

Sonny Olumati: un percorso a ostacoli ottenere la cittadinanza anche per lo straniero nato in Italia

Per il romano di origini nigeriane, ballerino, coreografo, scrittore e attivista dei diritti umani «ci sono tanti figli e figlie d’Italia che ancora chiamiamo stranieri»

di Nicoletta Cottone

Cittadinanza, Sonny Olumati: ci sono tanti figli d’Italia che continuiamo a chiamare stranieri

5' di lettura

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«Ci sono tanti figli e figlie d’Italia che ancora chiamiamo stranieri». A dirlo è Sonny Olumati, romano di origini nigeriane, che ancora non ha la cittadinanza italiana. Questo nonostante sia un ballerino e coreografo di talento, scrittore e attivista dei diritti umani, conosciuto al grande pubblico anche per aver partecipato a tanti programmi televisivi, come per esempio “L’isola dei Famosi” nel 2024. Ha anche lavorato con star internazionali del calibro di Rihanna. Presidente con Riccardo Magi e Deepika Salhan del comitato per il referendum sulla cittadinanza, che prevede il dimezzamento da dieci a cinque degli anni di residenza legale in Italia richiesti ai cittadini extra Ue per poter avanzare la domanda di cittadinanza italiana. Per lui, 39 anni fra pochi giorni, gli ostacoli per ottenere dalla cittadinanza durano da anni.

Sonny Olumati da bambino in braccio alle suore del collegio che lo ha ospitato da piccolo

Sonny nasce al policlinico Gemelli e vive in collegio dalle suore

«La mia storia è comune a più di due milioni e mezzo di persone in Italia, che nascono in Italia, crescono in Italia, ma hanno genitori provenienti da 200 e passa paesi del mondo». Sonny nasce a Roma, al Policlinico Gemelli, cresce a Roma Sud e poi si trasferisce a Roma Nord. Lavora, partecipa a competizioni internazionali con i colori dell’Italia. «Quando avevo quattro mesi e mezzo i miei genitori hanno divorziato e io ho passato quattro anni, quindi fino a quasi i miei cinque anni in uno di quei posti che a quei tempi si chiamavano collegio. Oggi si chiamerebbe casa famiglia, gestita da personale ecclesiastico. Quindi c’erano le suore, a cui voglio un bene dell’anima, ed eravamo 71 bambini». Poi Sonny, caso quasi unico all’epoca, viene dato in affidamento di prova a una signora divorziata: «Oggi si chiamebbe un affidamento beta», dice. Poi è tornato con la mamma verso i sette anni.

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La permanenza in collegio da documentare

La mamma fa per lui una prima richiesta di cittadinanza quando lui aveva 14 anni, ma il tempo che c’è voluto alla mamma per acquisire la cittadinanza ha superato il compimento dei 18 anni di Sonny. A questo punto si deve presentare la richiesta da adulto. Da solo. «La mia permanenza in collegio è una delle prime cose che mi è stata chiesta nel momento in cui, a diciott’anni, ho fatto la richiesta di cittadinanza. Dai 18 ai 19 anni per la legge vigente noi abbiamo una finestra temporale di dodici mesi per racimolare tutti i documentie e presentarli negli uffici appositi». Sonny lo ha fatto nei tempi. «Ma quando andai a richiedere quale fosse lo stato della mia pratica, mi comunicarono alcune mancanze, in primis la residenza non continuativa. Quindi sono dovuto andare dalle suore, farmi fare una certificazione, per poi scoprire che bastava l’autocertificazione. Mi sono stati chiesti anche dei documenti dei miei genitori, di mio padre, di mia madre e documenti tipo la fedina penale, che deve essere richiesta direttamente nel paese di nascita dei miei genitori. Nel mio caso per la mia fedina penale l’ambasciata mi ha risposto: “Ma chi è questa persona? Chi è questo Sampson Olumati. Non ha mai vissuto in Nigeria».

Una serie di ostacoli da rimuovere

Tutti impedimenti che hanno comportato ritardi: «Questo ha fatto saltare i tempi a oltre i 19 anni. Poi per esempio, prima del 2016, ho avuto anche la pratica che è stata persa per un po’ di anni. Nel 2021 ho saputo che nel 2016 era stato emesso il decreto a mio nome, ma non mi era mai stato notificato. Quindi abbiamo avuto tantissimi ostacoli che il mio avvocato ora sta cercando di risolvere». Eppure Sonny è romano di Roma, lavora. ed è sostenitore dei diritti dei giovani di seconda generazione.

Sonny Olumati con la mamma

Il problema dei viaggi scolastici

«Il problema che ci viene portato più spesso alla luce - spiega Sonny - è quello dei viaggi scolastici, visto che la nostra comunità è costituita da quasi due milioni e mezzo di ragazze e ragazzi, per la maggior parte in età scolare. Ci viene molto spesso richiesto aiuto perché per fare scambi culturali o semplicemente la gita scolastica ci sono sempre problemi. Se la gita è stata magari decisa all’ultimo momento, se mancano tre mesi per andare a visitare un paese europeo, tre mesi non bastano se hai un permesso di soggiorno, soprattutto se in quel momento è in fase di rinnovo. La seconda istanza è quella del reddito, perché superati i 18 anni le persone si trovano spesso con dei buchi di reddito per la disoccupazione giovanile. E chi è come noi agli ultimi posti di questa società ne risente molto. La terza cosa è la continuità di residenza, perchè la maggior parte delle persone ha buchi di residenza perché magari si è spostata in un appartamento diverso con i propri genitori oppure per un periodo i genitori, dovendo cambiare lavoro, non hanno potuto rinnovare il proprio permesso di soggiorno, quindi la residenza legale in quel momento non è dimostrabile, visto che la residenza legale deve essere dimostrata per dieci anni».

Per Sonny gli stranieri stanno salvando la scuola

Sonny ricorda che negli ultimi dieci anni, secondo l’Istat, in Italia si sono chiuse 1.162 istituti scolastici. «L’unico dato positivo sono le 132mila unità aggiunte nell’ultimo anno nel 2023-2024, di bambine e bambini nati da famiglie straniere che si sono aggiunte alla scuola, altrimenti avrebbero chiuso molti più istituti. Questa è la situazione delle persone di seconda generazione. Continuiamo ad avere meno diritti degli altri, nonostante stiamo salvando la scuola italiana».
 

Nel resto d’Europa bastano cinque anni per la cittadinanza

Il referendum sulla cittadinanza, se vince il sì, è «un passo avanti. Un piccolo passo, che possa mettere in luce il fatto la legge 91 del ’92 debba essere cambiata. È una legge un vetusta, anche se ricordo che la legge precedente è del 1912 ed è un decreto legge che si rifà a una legge del 1800. Eppure nel 1912 la continuità di residenza richiesta a uno straniero era di cinque anni. Come è oggi nel resto d’Europa, di cinque anni». Se passa il sì al referendum forse «torniamo ad avere dei tempi un pochino più umani e permettiamo soprattutto di regolarizzare chi vive, lavora, va a scuola e ama già questo paese. Chi è già qui presente». Da anni c’è il tentativo di riformare la legge per consentire a tanti bambini e bambine non italiani, ma come abbiamo visto molto spesso nati in Italia, che frequentano le scuole, di ottenere la cittadinanza e di avere gli stessi diritti dei loro compagni di classe. Nei viaggi, per esempio. Ora la parola, oltre che al referendum, è al legislatore per consentire a chi nasce in Italia ed è nel nostro Paese per studiare o per lavorare di avere dei percorsi più chiari e delle regole certe. Per ora ottenerela cittadinanza è un percorso a ostacoli.

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