Lavoro

Licenziamento illegittimo, ecco le ragioni del “sì” e del “no” al referendum della Cgil sul Jobs Act

A illustrare l’impatto sul mercato del lavoro del primo quesito della consultazione referendaria sono due professori giuslavoristi: Arturo Maresca (La Sapienza di Roma) e Franco Focareta (Università di Bologna)

Giorgio Pogliotti

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Si avvicina la scadenza dell’8 e 9 giugno per la consultazione referendaria. Il primo referendum promosso dalla Cgil propone l’abrogazione delle norme del Jobs Act che hanno introdotto il contratto a tutele crescenti che, nei casi di licenziamento illegittimo, impediscono la reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore assunto dopo il 7 marzo 2015. Vediamo quali sono le ragioni del “sì” e del “no” al referendum abrogativo, esposte rispettivamente dai professori Franco Focareta (Diritto del lavoro all’Università di Bologna) e Arturo Maresca (Diritto del lavoro all’Università La Sapienza di Roma).

Perché “sì” all’abrogazione delle norme del Jobs act?

«Il Jobs act – spiega il professor Focareta - ha introdotto nel 2015 una ingiustificabile differenziazione nel mondo del lavoro nella tutela per i licenziamenti illegittimi. Per i lavoratori assunti dopo marzo del 2015 diventava praticamente impossibile ottenere la reintegra nel posto di lavoro di fronte al licenziamento illegittimo, anche la tutela risarcitoria era assolutamente risibile rispetto a quella prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. È intervenuto il legislatore e più volte la Corte Costituzionale per eliminare le parti più inaccettabili del Jobs Act, riducendone l’impatto negativo in termini di tutela, ma ciononostante persistono ingiustificate gravi differenze in termini di tutela tra lavoratori che possono accedere all’articolo 18 dello Statuto con la reintegra e anche con indennità risarcitoria che è di un minimo di dodici mensilità, in alternativa alla reintegra. Differenze che verrebbero eliminate col referendum che ricondurrebbe tutti i lavoratori alla tutela prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ridisegnata dopo la legge Fornero, dagli interventi della Corte costituzionale e della giurisprudenza ordinaria».

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Perché “no” all’abrogazione delle norme del Jobs act?

«Occorre tenere conto della norma attualmente vigente – spiega il professor Maresca - che è molto diversa dalla norma originaria del Jobs act. La norma attuale prevede un congruo risarcimento del danno in materie quando il licenziamento è ingiustificato, che va fino a 36 mensilità. E dopo gli interventi dell’estate scorsa della Corte Costituzionale, che prevede la reintegra anche nell’ipotesi del licenziamento disciplinare, anche nell’ipotesi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Quindi abbiamo una tutela rilevante. Addirittura in alcuni casi il contratto a tutele crescenti è più favorevole dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Abrogando le tutele crescenti, si innesta un’ulteriore diversificazione perché noi avremmo i lavoratori disciplinati all’articolo 18 dello Statuto, quelli con le tutele crescenti fino alla data del referendum ove fosse ammesso e poi quelli assunti successivamente nel caso di affermazione del sì al referendum. Peraltro quello che conta oggi sono le tutele crescenti perché l’art il 18 dello Statuto è ormai una norma residuale e riguarda il 20% dei lavoratori».


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