Solo chi ha voce ha diritti. Jürgen Habermas e la giustizia come dialogo
5' di lettura
5' di lettura
Cosa significa “giustizia” in una società pluralista, dominata dalla tecnologica e ormai del tutto globalizzata? E quale fondamento può avere la legittimità delle istituzioni pubbliche, se non possiamo più appellarci a valori morali assoluti o a codici religiosi condivisi? Sono solo alcuni degli interrogativi che stanno alla base della ricerca di Jürgen Habermas ed in particolare della sua opera più importante Teoria dell’agire comunicativo (Il Mulino, 1981). Ne emerge una vera e propria proposta di rifondazione delle idee di razionalità e di giustizia per renderle compatibili con i sistemi democratici moderni e allontanarci il più possibile dall’unica alternativa percorribile: un regime illiberale e armato.
Il punto da cui muove il discorso di Habermas è la diagnosi della rottura, con la modernità, del legame profondo tra ragione e morale. La razionalità si è sempre più ridotta a mezzo per il calcolo dell’efficienza, per “controllare” il mondo anziché per comprenderlo. Come bene sottolinea Thomas McCarthy, traduttore dell’opera dall’originale tedesco all’inglese, nella sua introduzione “Il progresso tecnico non è stato affatto una benedizione senza riserve; e la razionalizzazione dell’amministrazione ha fin troppo spesso significato la fine della libertà e dell’autodeterminazione. Non è necessario continuare a elencare tali fenomeni; è diffusa la sensazione di aver esaurito le nostre risorse culturali, sociali e politiche. Ma è necessario sottoporre questi fenomeni a un’analisi attenta, se vogliamo evitare un abbandono affrettato delle conquiste della modernità. Ciò che si richiede, si potrebbe dire, è un sospetto illuminato dell’illuminismo, una critica ragionata del razionalismo occidentale, un attento calcolo dei profitti e delle perdite che il “progresso” comporta.
Oggi, ancora una volta, la ragione può essere difesa solo attraverso una critica della ragione”. Un sospetto illuminato dell’illuminismo e una critica ragionata del razionalismo occidentale è proprio l’atteggiamento che anima Habermas, il cui primo passo, infatti, riguarda proprio lo scrutinio del concetto di ragione attraverso gli strumenti della ragione stessa. “Cerco di sostenere la tesi – scrive il filosofo in apertura della Teoria - che la problematica della razionalità non viene portata in sociologia dall’esterno. Ogni sociologia che pretenda di essere una teoria della società incontra il problema di impiegare un concetto di razionalità - che ha sempre un contenuto normativo - a tre livelli: Non può evitare né la questione metateorica relativa alle implicazioni di razionalità dei suoi concetti guida dell’azione, né la questione metodologica relativa alle implicazioni di razionalità dell’accesso al suo dominio oggettuale attraverso la comprensione del significato; né, infine, può evitare la questione empirico-teorica relativa al senso, se esiste, in cui la modernizzazione delle società può essere descritta come razionalizzazione”. Ne emerge un radicale cambio di prospettiva che prende le mosse dalla critica della “razionalità strumentale”, che ha come fine il successo dell’azione individuale, l’utilità, e infatti domina il mondo economico e quello della tecnica e sfocia nella proposta di una “razionalità comunicativa”, fondata sul linguaggio e sulla dimensione intersoggettiva, sulla pratica della comprensione e del riconoscimento reciproco. Una modalità e un criterio d’azione tipici del mondo delle norme e della logica democratica.
“Se assumiamo che la specie umana – scrive ancora Habermas - si mantiene attraverso le attività socialmente coordinate dei suoi membri e che questa coordinazione si stabilisce attraverso la comunicazione (…) allora la riproduzione della specie richiede anche di soddisfare le condizioni di una razionalità inerente all’azione comunicativa”. La razionalità comunicativa indica, quindi, quella specialissima capacità che contraddistingue la nostra specie, di ragionare insieme, attraverso il linguaggio, per raggiungere quella che Habermas definisce Verständigung, cioé un accordo sul significato. Raggiungere un’intesa non significa solo mettersi d’accordo, ma, ad un livello ancora più profondo, significa capirsi, concordare su un significato, appunto. In questa prospettiva il nostro agire non appare fondato solo su un’attività mentale individuale, ma su un processo dialogico attraverso cui le persone si comprendono, si giustificano, si convincono a vicenda in modo non coercitivo. L’agire comunicativo, dunque, descrive il tentativo attraverso cui gli attori sociali provano a coordinare i loro comportamenti attraverso il consenso razionale, ottenuto mediante argomentazione.
È un processo strategico, perché in ogni caso il coordinamento con altri necessita di congetture circa il loro agire sulla base del quale poi calibrare il nostro, ma nel contesto dell’agire comunicativo questa interazione strategica è sempre un gioco a somma positiva dove non c’è manipolazione o sopraffazione. L’assenza di manipolazione e di sopraffazione scaturisce come conseguenza di tre “pretese di validità” che ogni enunciato linguistico solleva implicitamente. Per Habermas il dialogo è razionale se di ogni enunciato che va a comporlo possiamo dire che è “vero”, che cioè corrispondente ai fatti, che è “giusto”, cioè moralmente giustificabile e che, infine è “sincero”, viene affermato, cioè, con onestà. Solo se queste pretese possono essere giustificate nel dialogo, il consenso che eventualmente ne scaturirà potrà essere ritenuto legittimo.









