Mind the Economy/Justice 105

Ciò che il denaro non può comprare

“Ci sono cose che il denaro non può comprare, sebbene non molte, di questi tempi”

di Vittorio Pelligra

MICHAEL SANDEL FILOSOFO PROFESSOR HARVARD UNIVERSITY

10' di lettura

10' di lettura

“Ci sono cose che il denaro non può comprare, sebbene non molte, di questi tempi”. Scrive così Michael Sandel nell’incipit fulminante del suo What Money Can’t Buy. The Moral Limits of Markets (2012). E prosegue con un elenco non esaustivo di cose che sono in vendita anche se probabilmente non dovrebbero esserlo: celle più confortevoli in un carcere, l’accesso alle corsie di emergenza nelle ore di traffico, madri surrogate in varie nazioni del globo, il permesso di soggiorno permanente negli Stati Uniti, la possibilità di uccidere un rinoceronte in via d’estinzione, il diritto ad emettere gas inquinanti, il tempo di una persona che faccia la fila per voi, la fronte di coloro che sono disposti a farsi tatuare una pubblicità, il numero privato del medico da poter chiamare in qualunque giorno e a qualunque ora. E’ perfino possibile comprare un’assicurazione sulla vita di un malato terminale nella speranza di poterla riscuotere quanto prima alla morte di quest’ultimo.

Non sono provocazioni. Sono sintomi di un’epoca – ci dice Sandel – la nostra, in cui la logica di mercato non è più uno strumento tra gli altri ma la metrica dominante della vita sociale, “la pietra angolare delle società moderne” come scrivono Steven Levitt e Stephen Dubner con grande orgoglio nel loro Freakonomics. Il calcolo dell'incalcolabile (2010). La diagnosi di Sandel è tanto sobria quanto allarmata: siamo entrati in quella che possiamo propriamente definire “società di mercato”, un orizzonte culturale dove davvero tutto ha un prezzo. “E quindi? – ci si potrebbe legittimamente chiedere – qual è il problema?” Il problema è che – continua ancora Sandel “la nostra riluttanza a impegnarci nell’argomentazione morale e spirituale, insieme con la nostra adesione ai mercati, ha avuto un costo elevato: ha svuotato di energia morale e civile il dibattito pubblico e ha dato un contributo alle politiche manageriali e tecnocratiche che affliggono oggi molte società”.

Loading...

Per questo è necessario iniziare a chiedersi esplicitamente e sistematicamente come cambia il significato delle cose quando iniziamo a trattarle come merci. Anche le ricerche degli economisti, sul punto, iniziano ad essere concordi: il sangue, per esempio, quando viene donato volontariamente, invece che venduto, è più abbondante e di migliore qualità. I rapporti personali, anche sul posto di lavoro, hanno un valore vero solo se nascono e si sviluppano al di fuori della logica dello scambio. Le relazioni sentimentali ed intime quando avvengono dietro compenso diventano naturalmente un’altra cosa. Qualunque premio, così come un titolo di studio, se comprato, perde totalmente il suo significato originario. Si tratta di quello che Fred Hirsch chiamava “effetto di commercializzazione”. L’effetto, cioè, che si manifesta sulle caratteristiche di un’attività o di un prodotto quando questi vengono offerti esclusivamente o prevalentemente in termini commerciali anziché sulla base di uno scambio informale, un’obbligazione reciproca, altruismo o amore.

Tale effetto deriva dal fatto che i mercati non sono luoghi neutrali. Non sono solo “meccanismi di allocazione efficiente”. Esprimono e promuovono determinate norme e valori, che spesso sono in competizione con quelli di altri ambiti della vita: la gratuità, l’onore, il rispetto, la fiducia. Così, mettere in vendita beni che hanno una dimensione morale e civile rischia di deformarne la natura, e di svuotarli del loro significato originario. In un controverso studio pubblicato su Science nel 2013, Armin Falk e Nora Szech mettevano i partecipanti di fronte a una scelta reale piuttosto complicata: accettare una somma di denaro per far morire una cavia di laboratorio o rinunciare al denaro e salvargli la vita. La scelta avveniva per gruppi differenti in condizioni differenti: una decisione individuale, dove la scelta era limitata ad accettare o a rifiutare la somma offerta, o una scelta di mercato nella quale la somma veniva contrattata in un’asta bilaterale dai singoli partecipanti. In questo secondo caso i partecipanti negoziavano in un mercato simulato con un altro soggetto e dovevano accordarsi su un prezzo per vendere la vita del topo o salvarla. I risultati dell’esperimento mostrano che nel contesto individuale, la maggioranza dei soggetti rifiuta il denaro pur di non causare la morte dell’animale. Nel contesto di mercato, invece, molti più partecipanti si mostrano disposti a sacrificare la vita del topo in cambio della stessa somma o anche di una somma più inferiore.

Le persone, a quanto emerge dallo studio di Falk e Szech, sono meno inclini a evitare un danno morale quando agiscono in un contesto di scambio di mercato. In pratica, i meccanismi del mercato sembrano “diluire” la responsabilità individuale: negoziando, si negozia anche con la coscienza. Un risultato che mette in discussione l’idea classica del mercato come semplice strumento di efficienza, moralmente neutrale. Il paradosso dell’efficienza si rivela allora in tutta la sua ambiguità: incentivare economicamente un comportamento può ridurne il valore. È il fenomeno dello “spiazzamento motivazionale” (motivational crowding-out).

Sandel lo spiega ricorrendo ad un altro famoso esperimento condotto da Uri Gneezy e Aldo Rustichini. I due economisti studiano degli asili nei quali i genitori dei bambini arrivavano sistematicamente in ritardo. Gneezy e Rustichini, d’accordo con la direzione degli asili, decisero di testare l’effetto deterrente di una multa. Per verificare l’impatto della nuova politica l’applicarono a sei asili dei dieci coinvolti osservando per venti settimane le differenze nel comportamento dei genitori negli asili con la multa e in quelli senza multa. Mentre in questi ultimi il numero di ritardatari rimase inalterato, negli asili con la multa, il numero, invece di diminuire, come si aspettavano i due economisti, aumentò significativamente. Perché? Perché il comportamento che prima era regolato da una norma morale, efficace benché imperfetta, di rispetto e responsabilità, ora lo stesso comportamento veniva inquadrato in una logica di scambio commerciale: “Tu mi fai pagare il ritardo? E io lo compro”. Adesso, dopo l’introduzione della multa si poteva pagare per infrangere la regola senza neanche sentirsi in colpa e molti genitori che prima si sentivano obbligati al rispetto dell’orario da un rapporto di rispetto per le maestre e i maestri, ora potevano scegliere di acquistare quel ritardo che veniva messo in vendita dagli asili stessi.

Ma oltre che sugli aspetti pratici e le conseguenze sgradite la critica di Sandel alla logica della commercializzazione universale si fonda su due obiezioni fondamentali: quella dell’“equità” e quella della “corruzione”. La prima riguarda le diseguaglianze strutturali: in un mondo in cui pochi hanno tanto e molti hanno poco, ciò che appare come una scelta libera spesso è una costrizione travestita. Davvero possiamo dire che un disoccupato disperato che vende un rene per ricavarne di che nutrire i suoi figli sia veramente una delle parti di un libero scambio? Ci ricordiamo di Giovanni Alberti il personaggio del film di Vittorio De Sica, Il Boom, interpretato da Alberto Sordi?

Ma è la seconda obiezione, quella della corruzione a offrire lo spunto più originale nell’argomentazione di Sandel. Alcuni beni, egli sostiene, cambiano natura quando sono trattati come merci. Non basta assicurare condizioni di parità: anche in una società perfettamente giusta, alcune cose non si dovrebbero né comprare né vendere, per principio: un figlio portato in grembo per nove mesi e partorito, l’ammissione all’università, la cittadinanza. Tutte queste pratiche alterano in maniera fondamentale la natura stessa di ciò che viene venduto e acquistato. “Spesso – scrive Sandel – associamo la corruzione ai pagamenti illeciti a pubblici ufficiali. Ma, come abbiamo visto nel primo capitolo, la corruzione ha anche un significato più ampio: corrompiamo un bene, un’attività o una pratica sociale ogni qual volta lo trattiamo in base a una norma inferiore rispetto a quella che è appropriata a esso. Così, per fare un esempio estremo, procreare per vendere i propri figli per profitto è una corruzione della genitorialità, perché tratta i bambini come cose da usare piuttosto che come creature da amare. La corruzione politica può essere vista sotto la stessa luce: quando un giudice accetta una mazzetta per emettere un verdetto corrotto, agisce come se la sua autorità giudiziaria fosse uno strumento di guadagno personale piuttosto che un incarico fiduciario nell’interesse pubblico. Egli degrada e umilia il proprio ufficio trattandolo in base a una norma inferiore rispetto a quella che è appropriata a esso”.

Occorre quindi ripensare il ruolo che la logica di mercato gioca nelle nostre vite, nelle nostre società. E ripensare il ruolo dei mercati non significa negarne l’utilità, ma riflettere sui loro limiti. Non abbiamo deciso di vivere in una società in cui ogni cosa è in vendita, ci ricorda Sandel, ci siamo arrivati per inerzia, smettendo di chiederci se fosse giusto. Perché “un’economia di mercato è uno strumento utile – scrive, mentre - una società di mercato è un modo di vivere”. Il passaggio da una cosa all’altra segna un cambiamento antropologico. Quando anche le relazioni più intime, come la maternità, diventano oggetto di contratto – come nel caso delle madri surrogate indiane pagate dalle coppie occidentali – non solo cambiamo le regole dell’economia, ma cambiamo noi stessi. Che dire poi del finanziamento privato delle campagne elettorali negli Stati Uniti che ha reso il voto un bene quasi negoziabile? Ricordate Musk e le sue lotterie milionarie? E così anche la cittadinanza. Se investi cinquecento mila dollari e crei qualche posto di lavoro sei ben accetto, altrimenti ti cacciamo con le manette ai polsi in diretta TV. Chi può pagare, può appartenere., gli altri via. Possiamo ancora definirla cittadinanza?

Un dibattito serio e approfondito sui limiti morali dei mercati, è convinto Sandel, potrebbe consentirci, come società, di decidere dove i mercati sono utili al bene comune e dove invece non devono poter operare. Non si tratta di proibire, ma di discernere. Occorre domandarsi: cosa vuol dire educare, curare, proteggere? E cosa succede quando queste attività vengono trasformate in servizi a pagamento? Per esempio: pagare i bambini per leggere li spingerà a leggere di più, ma li renderà lettori migliori? Vendere i posti nei college porterà più risorse, ma cancellerà il significato del merito?

Il libro di Sandel ha suscitato molte reazioni differenti. Tra le più rilevanti troviamo certamente quella che Luigino Bruni e Robert Sugden propongono nel loro saggio “Reclaiming Virtue Ethics for Economics” (Journal of Economic Perspectives 27, pp. 141–164, 2013). Pur apprezzano il tentativo di Sandel di reintrodurre la discussione morale nell’ambito della teoria economica, i due autori evidenziano il carattere paternalistico della sua proposta ed una concezione oggettivista della morale difficile da conciliare con una società democratica e pluralista.

Secondo Bruni e Sugden, infatti, Sandel costruisce la sua critica a partire dall’idea che esistano beni morali intrinsecamente “corrotti” dalla logica di mercato. Ma nel fare questo, affermano, egli attribuisce una natura morale fissa e universale a quei beni, come se il loro significato fosse dato una volta per tutte, e non storicamente o culturalmente determinato. Sandel presume che esistano pratiche virtuose che devono essere difese dalla contaminazione del denaro, ma non offre criteri chiari e intersoggettivi per decidere quali siano queste pratiche. Il cuore della loro critica fa riferimento al fatto che l’approccio del filosofo di Harvard porta alla sostituzione della responsabilità individuale con un paternalismo civico. Invece di chiedersi come le persone possano sviluppare una coscienza morale dentro i mercati, Sandel preferisce definire dall’esterno i contesti in cui la logica di mercato deve essere bandita. Ma così facendo, osservano Bruni e Sugden, si nega la possibilità per gli individui di esercitare la propria libertà morale anche dentro le relazioni economiche. Questo è problematico per almeno due motivi.

Innanzitutto, perché costituisce un limite alla responsabilità personale. Se è lo Stato o l’esperto a decidere cosa è corrotto e cosa no, si priva il cittadino della possibilità di crescere, di formarsi moralmente, di sbagliare, di praticare la virtù. In secondo luogo, tale approccio presuppone l’esistenza di un’etica unica. Nelle società pluraliste non esiste un consenso su ciò che costituisce un bene “puro”. La madre surrogata indiana può considerare il proprio gesto come una forma di cura familiare, non di sfruttamento. Il giovane che accetta un pagamento per leggere può essere motivato dal denaro, senza che questo necessariamente svilire il suo amore per i libri. Per Bruni e Sugden occorre certamente riscattare l’etica delle virtù ma come base per una visione “non perfezionista” dell’economia. Non si tratta di escludere il mercato per proteggere i valori morali, ma di costruire istituzioni economiche che incentivino e rendano praticabili tali virtù. Non dovremmo tanto chiederci quando e come il mercato “corrompa” i beni morali, ma piuttosto come possiamo costruire mercati che favoriscano la responsabilità, la generosità, la cooperazione. Perché se è vero che il fenomeno del crowding-out motivazionale esiste ed è ben documentato è anche vero che l’incentivo monetario può in certi casi supportare e non erodere le motivazioni morali. Premiare i bambini per leggere può far scoprire loro il piacere della lettura, aprendo la strada a un amore duraturo per i libri. Analogamente, pagare il sangue non lo rende per forza meno puro, se l’incentivo è inserito in una cornice etica e relazionale adeguata. In Italia abbiamo uno degli incentivi più generosi alla donazione del sangue – una giornata libera dal lavoro – e funziona molto bene visto che le donazioni sono aumentate e la maggioranza avvengono il venerdì mattina.

La prospettiva di Bruni e Sugden è quindi meno rigida normativamente e più pragmatica di quella di Sandel: creare mercati che coltivino virtù, piuttosto che escludere il mercato ogni volta che entra in contatto con un bene sensibile. In quest’ottica la differenza fondamentale tra le posizioni di Sandel e quella di Bruni e Sugden sta tutta nella fiducia che si nutre nella maturità morale delle persone e nel valore intrinseco della libertà. Sandel teme che l’economia distrugga il tessuto morale. Bruni e Sugden sperano che istituzioni e regole economiche ben progettate possano sostenere quel tessuto, senza soffocarlo. La risposta di Sandel a queste critiche fa riferimento al fatto che ragionare insieme su quali beni dovrebbero essere regolati da logiche di mercato e quali no, non significa imporre una visione morale dall’alto, ma rivitalizzare il dibattito democratico sulla vita buona. Ed è proprio questa, forse, la lezione più urgente del suo libro: che la giustizia, la libertà e la dignità non possono essere difese con le sole formule dell’efficienza o della neutralità, ma hanno bisogno di una voce, di una narrazione, di un’etica del significato condiviso.

Indipendentemente dalla bontà di ciascuna delle due posizioni, in un’epoca in cui la discussione pubblica non riesce ad andare oltre ai temi dell’efficienza e della crescita, riconoscere che il mercato può essere anche il luogo dove si forgiano o si erodono le nostre virtù civiche rappresenta un deciso passo avanti.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti