Squarciare il velo. La giustizia relazionale di Michael Sandel
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Nelle primissime pagine di Una Teoria della Giustizia di John Rawls, leggiamo che “La giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali, così come la verità lo è dei sistemi di pensiero. Una teoria, per quanto semplice ed elegante, deve essere abbandonata o modificata se non è vera. Allo stesso modo, leggi e istituzioni, non importa quanto efficienti e ben congegnate, devono essere riformate o abolite se sono ingiuste”. È la succinta enunciazione della famosa tesi della “priorità del giusto rispetto al buono”. Una tesi che sta al centro di quella che potremmo definire la “terza ondata” del dibattito che la pubblicazione della Teoria ha suscitato negli anni successivi. La “prima ondata” faceva riferimento allo scontro tra gli utilitaristi, la corrente dominante fino ad allora, e i liberali kantiani a la Rawls, più orientati ai diritti. La seconda ondata vide tra i principali protagonisti Robert Nozick e Friedrich von Hayek e si sviluppò intorno ai temi della libertà, dell’appropriazione originaria, al ruolo del mercato e delle politiche redistributive. La “terza ondata”, infine è quella che, come abbiamo detto, mette in discussione la priorità del giusto rispetto al bene. È la critica che sviluppano Walzer, MacIntyre, Taylor e Sandel e che, per semplicità, ma nella consapevolezza delle differenze, possiamo definire “comunitarista”.
Nel suo Il Disagio della Modernità, Charles Taylor si concentra su tre forme di malessere che si sono fatte spazio e sono cresciute nella contemporaneità minando le radici delle nostre società. “Tratti della nostra cultura che gli uomini sperimentano come una perdita o un declino, anche se la nostra civiltà ‘si sviluppa’” – scrive Taylor. Il primo di questi tratti è l’individualismo, un “deplorevole assorbimento in sé medesimo dell’individuo”. La messa in discussione di una visione della vita tradizionale e di un ordine cosmico da cui è stato necessario emanciparsi per conquistare la libertà così come la modernità la intende. Tale conquista, se da una parte ha garantito fondamentali risultati sul piano civili, dall’altra ha portato alla distruzione di un ordine morale all’interno del quale le persone scoprivano il senso e il significato delle loro esistenze. “È stata ripetutamente espressa la preoccupazione – scrive ancora Taylor - che insieme con i più vasti orizzonti d’azione, sociali e cosmici, l’individuo abbia perso qualcosa d’importante.
C’è chi ha scritto della perdita di una dimensione eroica della vita. Gli uomini non hanno più il senso di uno scopo superiore, di qualcosa per cui valga la pena morire (…) Questa perdita di senso era legata a un restringimento. Gli uomini perdevano la visione più ampia perché si concentravano sulle loro vite individuali (…) Il lato oscuro dell’in-dividualismo è il suo incentrarsi sull’io, che a un tempo appiattisce e restringe le nostre vite, ne impoverisce il significato, e le allontana dall’interesse per gli altri e la società”.
Taylor, ha studiato ad Oxford sul finire degli anni ’50, sotto la supervisione Isaiah Berlin, e sempre ad Oxford è stato poi maestro di molti altri, tra cui l’americano Michael Sandel. Partendo dalla critica all’individualismo sviluppata da Taylor, Sandel la approfondisce estendendola in modo sistematico al liberalismo così come viene definito da Rawls nella sua Teoria della Giustizia. Liberalismo costruito intorno ad un’idea dell’individuo sovrano, padrone dei propri fini, artefice della propria esistenza, libero da ogni vincolo che non sia il prodotto della propria volontà. Una visione che trova nel pensiero di John Rawls, appunto, una delle sue espressioni più compiute e sofisticate. Visone che Sandel pone criticamente al centro del suo primo importante libro Liberalism and the Limits of Justice (Cambridge University Press, 1982).
Il momento forse più denso e radicale di questa critica lo troviamo nel capitolo intitolato “Individualism and the Claims of Community”, là dove vengono esplicitate le implicazioni ontologiche, morali e politiche dell’individualismo liberale a la Rawls. Sviluppando il “comunitarismo debole” di Taylor, Sandel immagina il sé come frutto di una storia unica, di appartenenze e legami che lo precedono e lo costituiscono. Laddove il liberalismo vede l’individuo come fondamento e misura della giustizia, il comunitarismo sandeliano intravede un’ingiustizia più profonda: quella di una soggettività privata del suo contesto e, dunque, della sua verità. Nella teoria della giustizia di Rawls, l’individuo che sceglie i principi fondamentali della convivenza si trova in una “posizione originaria”, celato dietro un “velo d’ignoranza” che gli impedisce di conoscere la propria identità concreta. Questo espediente metodologico – ne abbiamo discusso a lungo – ha lo scopo di garantire la necessaria imparzialità nel momento in cui si negoziano i principi di giustizia e i termini del contratto sociale.









