Mind the Economy/Justice 104

Squarciare il velo. La giustizia relazionale di Michael Sandel

di Vittorio Pelligra

 Michael Sandel

9' di lettura

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Nelle primissime pagine di Una Teoria della Giustizia di John Rawls, leggiamo che “La giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali, così come la verità lo è dei sistemi di pensiero. Una teoria, per quanto semplice ed elegante, deve essere abbandonata o modificata se non è vera. Allo stesso modo, leggi e istituzioni, non importa quanto efficienti e ben congegnate, devono essere riformate o abolite se sono ingiuste”. È la succinta enunciazione della famosa tesi della “priorità del giusto rispetto al buono”. Una tesi che sta al centro di quella che potremmo definire la “terza ondata” del dibattito che la pubblicazione della Teoria ha suscitato negli anni successivi. La “prima ondata” faceva riferimento allo scontro tra gli utilitaristi, la corrente dominante fino ad allora, e i liberali kantiani a la Rawls, più orientati ai diritti. La seconda ondata vide tra i principali protagonisti Robert Nozick e Friedrich von Hayek e si sviluppò intorno ai temi della libertà, dell’appropriazione originaria, al ruolo del mercato e delle politiche redistributive. La “terza ondata”, infine è quella che, come abbiamo detto, mette in discussione la priorità del giusto rispetto al bene. È la critica che sviluppano Walzer, MacIntyre, Taylor e Sandel e che, per semplicità, ma nella consapevolezza delle differenze, possiamo definire “comunitarista”.

Nel suo Il Disagio della Modernità, Charles Taylor si concentra su tre forme di malessere che si sono fatte spazio e sono cresciute nella contemporaneità minando le radici delle nostre società. “Tratti della nostra cultura che gli uomini sperimentano come una perdita o un declino, anche se la nostra civiltà ‘si sviluppa’” – scrive Taylor. Il primo di questi tratti è l’individualismo, un “deplorevole assorbimento in sé medesimo dell’individuo”. La messa in discussione di una visione della vita tradizionale e di un ordine cosmico da cui è stato necessario emanciparsi per conquistare la libertà così come la modernità la intende. Tale conquista, se da una parte ha garantito fondamentali risultati sul piano civili, dall’altra ha portato alla distruzione di un ordine morale all’interno del quale le persone scoprivano il senso e il significato delle loro esistenze. “È stata ripetutamente espressa la preoccupazione – scrive ancora Taylor - che insieme con i più vasti orizzonti d’azione, sociali e cosmici, l’individuo abbia perso qualcosa d’importante.

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C’è chi ha scritto della perdita di una dimensione eroica della vita. Gli uomini non hanno più il senso di uno scopo superiore, di qualcosa per cui valga la pena morire (…) Questa perdita di senso era legata a un restringimento. Gli uomini perdevano la visione più ampia perché si concentravano sulle loro vite individuali (…) Il lato oscuro dell’in-dividualismo è il suo incentrarsi sull’io, che a un tempo appiattisce e restringe le nostre vite, ne impoverisce il significato, e le allontana dall’interesse per gli altri e la società”.

Taylor, ha studiato ad Oxford sul finire degli anni ’50, sotto la supervisione Isaiah Berlin, e sempre ad Oxford è stato poi maestro di molti altri, tra cui l’americano Michael Sandel. Partendo dalla critica all’individualismo sviluppata da Taylor, Sandel la approfondisce estendendola in modo sistematico al liberalismo così come viene definito da Rawls nella sua Teoria della Giustizia. Liberalismo costruito intorno ad un’idea dell’individuo sovrano, padrone dei propri fini, artefice della propria esistenza, libero da ogni vincolo che non sia il prodotto della propria volontà. Una visione che trova nel pensiero di John Rawls, appunto, una delle sue espressioni più compiute e sofisticate. Visone che Sandel pone criticamente al centro del suo primo importante libro Liberalism and the Limits of Justice (Cambridge University Press, 1982).

Il momento forse più denso e radicale di questa critica lo troviamo nel capitolo intitolato “Individualism and the Claims of Community”, là dove vengono esplicitate le implicazioni ontologiche, morali e politiche dell’individualismo liberale a la Rawls. Sviluppando il “comunitarismo debole” di Taylor, Sandel immagina il sé come frutto di una storia unica, di appartenenze e legami che lo precedono e lo costituiscono. Laddove il liberalismo vede l’individuo come fondamento e misura della giustizia, il comunitarismo sandeliano intravede un’ingiustizia più profonda: quella di una soggettività privata del suo contesto e, dunque, della sua verità. Nella teoria della giustizia di Rawls, l’individuo che sceglie i principi fondamentali della convivenza si trova in una “posizione originaria”, celato dietro un “velo d’ignoranza” che gli impedisce di conoscere la propria identità concreta. Questo espediente metodologico – ne abbiamo discusso a lungo – ha lo scopo di garantire la necessaria imparzialità nel momento in cui si negoziano i principi di giustizia e i termini del contratto sociale.

Ma non si tratta di un’assunzione neutrale, ci dice Sandel. Essa, infatti, si porta dietro un’implicita concezione del sé: quella di un soggetto che esiste in modo logico e morale “prima” di qualsiasi fine, relazione o appartenenza. Nel modello rawlsiano, i principi della giustizia sono il frutto di una scelta razionale effettuata da individui in condizioni di perfetta uguaglianza, mutuo disinteresse e ignoranza rispetto alla propria identità. Il contratto sociale ipotetico così costruito dovrebbe garantire l’imparzialità assoluta. Tuttavia, Sandel insinua un dubbio radicale: se i soggetti dietro il velo non sanno nulla di sé, se sono identicamente razionali e simmetricamente situati, che tipo di deliberazione può avere luogo? Dove c’è totale uniformità, può esserci ancora scelta?

Dovremmo tener conto, suggerisce Sandel, che dietro il velo di ignoranza “Se qualcuno, dopo aver riflettuto, preferisce una concezione della giustizia ad un’altra, allora lo dovranno fare anche tutti gli altri”. L’accordo unanime non è il frutto di una negoziazione, ma di una necessità logica. Il contratto, quindi, non è il prodotto di una pluralità di agenti deliberanti, ma la conclusione inevitabile di un “algoritmo morale”. Ciò che si presenta come scelta collettiva è, in verità, un riconoscimento passivo. “Quello che avviene nella posizione originaria – conclude Sandel - non è tanto un contratto o un accordo, ma piuttosto una sorta di scoperta”. Nella concezione rawlsiana dell’individuo “Il sé è concepito come anteriore ai fini che sceglie (…) e come i valori e i fini di una persona sono sempre attributi e mai costituenti dell’io, così il senso della comunità è solo un attributo e mai un costituente di una società ben ordinata”. In questa frase si condensa l’intera sua critica alla visione rawlsiana: se davvero nulla ci definisce prima della scelta, allora nulla può essere veramente nostro. Ma un’identità senza ancoraggi, come una barca senza ormeggio, è preda delle correnti e delle illusioni.

E infatti, continua il filosofo “Un sé così completamente indipendente esclude la possibilità di una vita pubblica in cui, bene o male, siano in gioco l’identità e gli interessi dei partecipanti. Ed esclude la possibilità che scopi e fini comuni possano ispirare autocomprensioni più o meno ampie e quindi definire una comunità in senso costitutivo, una comunità che descrive il soggetto e non solo gli oggetti delle aspirazioni condivise. Più in generale, la concezione di Rawls esclude la possibilità di quelle che potremmo chiamare forme “inter-soggettive” o “intra-soggettive” di autocomprensione, modi di concepire il soggetto che non presuppongono che i suoi confini siano dati in anticipo”. Come possiamo dunque immaginare un individuo sradicato da ogni legame? Come può la libertà essere autentica se presuppone un soggetto che non ha radici, memoria, linguaggio? La risposta, per Sandel, è che non si può, non è possibile. L’individualismo liberale, infatti, sembra fondarsi su quel paradosso in virtù del quale si pretende di affermare l’autonomia dell’individuo ma, al contempo, lo si priva di tutto ciò che rende questa stessa autonomia possibile.

Nel tentativo di uscire da questo paradosso Sandel enuncia e sviluppa un’intuizione semplice e profonda: noi non siamo solo ciò che scegliamo. Alcuni fini, alcuni ruoli, alcune comunità non sono oggetti del nostro arbitrio, ma orizzonti nei quali la nostra identità si forma e trova senso. Vincoli e opportunità. Confini che isolano, proteggono e definiscono, al tempo stesso. Essere figli, cittadini, membri di una cultura o di una tradizione religiosa non sono “preferenze” che possiamo abbandonare senza conseguenze. Sono, piuttosto, condizioni strutturali del nostro essere. In questo senso, dunque, la posizione di Sandel non esprime una negazione della libertà individuale, quanto una sua reinterpretazione. La comunità non è tanto un vincolo esterno che ostacola l’autonomia, ma il terreno fertile che la rende possibile. Un gabbiano che si libra in cielo non trova nell’aria e nell’attrito che essa crea solo un ostacolo.

È quella stessa aria, infatti, la condizione necessaria alla portanza che gli consente il volo. Così per l’individuo che, nella relazione con l’altro, nel riconoscimento reciproco, nel senso di appartenenza, apprende a scegliere in modo significativo. In questo senso, l’individualismo liberale fallisce non solo perché è metafisicamente irrealistico, ma anche perché è moralmente povero: esclude le fonti profonde del legame etico e civico. “Insieme possiamo conoscere un bene condiviso che non siamo in grado di conoscere da soli”. L’amicizia, la giustizia, la solidarietà – scrive Sandel – sono beni che esistono solo nella reciprocità; beni che potremmo definire “relazionali”. Per questo, pensare la giustizia prescindendo dalla comunità significa ridurla a una tecnica distributiva, quando invece essa è, in senso proprio, un’arte del vivere insieme.

Le implicazioni politiche di questa visione sono profonde. Una teoria della giustizia che si fonda sull’autosufficienza del sé non può che generare istituzioni fredde, impersonali, distanti, incapaci di promuovere partecipazione, coesione e senso civico. Al contrario, una democrazia viva ha bisogno di cittadini che si sentano parte di una storia comune, portatori di doveri oltre che di diritti. Perché la libertà non è solo assenza di interferenze, ma partecipazione alla costruzione del bene comune. Così la giustizia non può essere neutrale rispetto alle concezioni della vita buona, perché è proprio nel confronto tra queste concezioni che la politica trova la sua anima.

Così come da un punto di vista logico la critica a Rawls si sviluppa nel passaggio da un sé disincarnato, astratto, isolato e privo di storia, fino ad arrivare ad un sé narrativo e relazionale, allo stesso modo, significativamente, anche la struttura di Liberalism and the Limits of Justice è caratterizzata dal mutare del tono, dalla argomentazione di stile analitico dei primi capitoli fino alla conclusione evocativa, personale, quasi una meditazione filosofica sulla natura umana, che troviamo nel capitolo finale.

È un passaggio dall’astrazione alla carne, dal calcolo morale alla narrazione vissuta. È, in fondo, un ritorno al cuore dimenticato della politica: quella rete invisibile di relazioni e significati che ci rende ciò che siamo e ci permette di dire “noi”. Il superamento dell’individuo rawlsiano sta, per Sandel, in un “sé narrativo”, capace di evoluzione e cambiamento ma non di una reinvenzione arbitraria. Perché questo sé, ogni sé, ha un suo “carattere”, possiede “una continuità che si scopre nel tempo”, una trama che si intreccia con quella degli altri, un racconto che si dipana con coerenza, anche nei suoi mutamenti più repentini. “La conoscenza di sé – scrive il filosofo di Harvard - è più simile alla conoscenza di una storia che all’apprensione di un dato”. Conoscersi, quindi, non vuol dire analizzarsi dall’esterno come se fossimo oggetti distaccati sotto lo sguardo di un generico altro. Significa, piuttosto, scrivere e scoprire, contemporaneamente, la trama della propria esistenza, raccontarci la nostra storia e farcela raccontare da coloro che ci stanno accanto e ci conoscono; dagli amici, specchio e luogo di verità.

L’amicizia, infatti, scrive Sandel, è un luogo privilegiato per la conoscenza di sé, perché implica una vulnerabilità reciproca: è la disponibilità a essere visti dall’altro in una luce che può anche sorprenderci, a volte metterci a disagio. “Discutere con gli amici significa ammettere la possibilità che il mio amico mi conosca meglio di quanto io conosca me stesso”. Ecco perché l’identità è una faccenda di relazioni, qualcosa che accade tra le persone, qualcosa che non si possiede ma si scopre. L’amico, secondo Sandel, è colui che può ricordarmi chi sono quando io stesso posso averlo dimenticato. È colui che può custodire con te quelle parti della tua storia che fanno troppo male per essere vissute nella solitudine o che sono così belle e luminose che vanno necessariamente condivise affinché possano dare gioia vera. Questa visione dell’amicizia non ci fa ricadere nell’intimismo perché, aristotelicamente, è per sua natura politica. Essa prefigura la possibilità di una comunità morale in cui i soggetti non sono atomi in competizione, ma custodi l’uno dell’altro. La giustizia, in questa prospettiva, non nasce dalla distanza e dal cieco equilibrio, ma dalla confidenza. Non dalla rimozione delle differenze, ma dalla loro condivisione.

Qui la proposta del filosofo si fa più esplicita: la giustizia deve riconoscere che siamo esseri situati, che le nostre vite sono intessute in narrazioni, affiliazioni e memorie. La comunità non è un vincolo alla libertà, ma la condizione della sua esistenza. “La giustizia, dunque, non è una virtù da scegliere a prescindere dal bene, ma un bene stesso - costitutivo del sé” – scrive, negando definitivamente il conflitto tra giustizia bene e la priorità della prima sul secondo. La giustizia non è il contenitore neutrale che permette la convivenza tra fini incompatibili, ma uno dei fini che ci definisce, uno dei beni attraverso i quali diventiamo ciò che siamo.

Il fallimento del liberalismo non sta, dunque, solo nella sua antropologia disincarnata, ma soprattutto nel suo smarrimento politico. “Là dove i liberali hanno timore di posare il piede, si affolleranno i fondamentalisti”. Scrive, in qualche modo profeticamente in Giustizia. Il nostro bene comune (2009). Nel tentativo di mettere il sé “fuori dalla portata della politica”, il liberalismo dimentica che è proprio la politica a rivelare, talvolta, ciò che da soli non sapremmo di noi stessi. Ciò che ci dobbiamo l’un l’altro non può sempre essere ridotto a un accordo o ricondotto a una scelta. A volte è semplicemente ciò che siamo.

L’idea di giustizia che emerge dalla critica al liberalismo rawlsiano è, dunque, un’idea della giustizia che è, al tempo stesso, più umana e più esigente. Non è la fredda neutralità della ragione formale, ma l’avvolgente responsabilità di chi vive in una comunità di significato. Proprio oggi che l’individuo sembra l’unica misura di valore e la neutralità la sola virtù pubblica, è quanto mai necessario ribadire che non possiamo davvero conoscere il bene da soli, e che la giustizia non può abitare in un cuore che ha dimenticato di appartenere originariamente ad un “noi”.

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