La giustizia contributiva e il conto morale che il merito non paga
È questo il cuore della giustizia contributiva: la capacità di rispondere al “desiderio umano fondamentale di essere necessari a coloro con i quali condividiamo una vita in comune”
7' di lettura
I punti chiave
7' di lettura
In un contesto come il nostro segnato da disuguaglianze crescenti e da un rancore politico sempre più polarizzante, il dibattito sulla meritocrazia e la sua retorica non può più essere solo una questione accademica, perché rappresenta il cuore pulsante di una frattura sociale che erode dal di dentro la stabilità e la coesione delle nostre democrazie.
Michael Sandel lo ha spiegato con lucidità e chiarezza nel suo libro La tirannia del merito (Feltrinelli, 2020): “Più pensiamo di esserci fatti da soli – scrive Sandel - più diventa difficile imparare la gratitudine e l’umiltà. E senza questi sentimenti, è difficile prendersi cura del bene comune”. La retorica del merito segna un crocevia nel quale si incontrano il mondo della scuola e dell’università, quello delle imprese e dei lavoratori, la politica e il ruolo stesso dei mercati.
Una doppia faccia
La cultura meritocratica, scrive Sandel, ha una doppia faccia. Da un lato promette equità - chiunque può farcela, a patto che si impegni - dall’altro, trasforma il successo economico in un indicatore di valore morale. Avercela fatta non indica solo che si ha di più ma anche che si vale di più. “Quanti stanno ai vertici si compiacciono di essersi meritati il proprio destino, così come sono convinti che quanti stanno in basso si sono meritati il loro” scrive ancora il filosofo di Harvard. E questa convinzione genera tracotanza nei vincenti, che vedono il loro successo come interamente auto-costruito, e umiliazione nei perdenti, che interiorizzano il proprio fallimento come una colpa.
La narrazione del “se ci provi, ce la fai” si trasforma così in un imperativo morale che ignora condizioni di partenza, privilegi ereditati, e persino il ruolo della fortuna. E’ questo che fa la politica quando insiste sul ruolo del merito e continua ripetere “se ci provi, ce la fai”. Da Obama a Giorgia Meloni, paradossalmente il messaggio è lo stesso. Ed è un messaggio che promuove un’ideologia della responsabilità individuale che ambigua e pericolosa perché giustifica moralmente la crescente disuguaglianza ed esenta la politica dal dovere di porvi rimedio.
Ed è per questo che Sandel prova a rovesciare la narrativa della mobilità sociale. Non contesta che il merito sia importante, ma denuncia il modo in cui il sistema meritocratico finisce per alimentare la “tracotanza dei vincitori” e l’umiliazione di chi resta indietro. È il volto oscuro della meritocrazia, dove il successo personale diventa misura del proprio valore morale, e il fallimento, colpa individuale. Il successo o l’insuccesso economico e il prestigio sociale diventano l’unico metro del valore morale. Poi arriva la pandemia e squarcia il velo di questa retorica: i lavoratori essenziali sono gli infermieri e le infermiere, i cassieri, i diver e gli altri addetti della logistica che ci fanno arrivare a casa il necessario. Sono loro i lavoratori più esposti e necessari. Ma il mercato non li premia perché sono tanto necessari quanto sottopagati, precari socialmente sviliti. La ragione sta nel fatto che, come sottolinea ancora Sandel “In una società di mercato, è difficile resistere alla tendenza a confondere i soldi che facciamo con il valore del nostro contributo al bene comune”.









