Mind the Economy/Justice 106

La giustizia contributiva e il conto morale che il merito non paga

È questo il cuore della giustizia contributiva: la capacità di rispondere al “desiderio umano fondamentale di essere necessari a coloro con i quali condividiamo una vita in comune”

di Vittorio Pelligra*

Michael J. Sandel. (Ansa)

7' di lettura

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In un contesto come il nostro segnato da disuguaglianze crescenti e da un rancore politico sempre più polarizzante, il dibattito sulla meritocrazia e la sua retorica non può più essere solo una questione accademica, perché rappresenta il cuore pulsante di una frattura sociale che erode dal di dentro la stabilità e la coesione delle nostre democrazie.

Michael Sandel lo ha spiegato con lucidità e chiarezza nel suo libro La tirannia del merito (Feltrinelli, 2020): “Più pensiamo di esserci fatti da soli – scrive Sandel - più diventa difficile imparare la gratitudine e l’umiltà. E senza questi sentimenti, è difficile prendersi cura del bene comune”. La retorica del merito segna un crocevia nel quale si incontrano il mondo della scuola e dell’università, quello delle imprese e dei lavoratori, la politica e il ruolo stesso dei mercati.

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Una doppia faccia

La cultura meritocratica, scrive Sandel, ha una doppia faccia. Da un lato promette equità - chiunque può farcela, a patto che si impegni - dall’altro, trasforma il successo economico in un indicatore di valore morale. Avercela fatta non indica solo che si ha di più ma anche che si vale di più. “Quanti stanno ai vertici si compiacciono di essersi meritati il proprio destino, così come sono convinti che quanti stanno in basso si sono meritati il loro” scrive ancora il filosofo di Harvard. E questa convinzione genera tracotanza nei vincenti, che vedono il loro successo come interamente auto-costruito, e umiliazione nei perdenti, che interiorizzano il proprio fallimento come una colpa.

La narrazione del “se ci provi, ce la fai” si trasforma così in un imperativo morale che ignora condizioni di partenza, privilegi ereditati, e persino il ruolo della fortuna. E’ questo che fa la politica quando insiste sul ruolo del merito e continua ripetere “se ci provi, ce la fai”. Da Obama a Giorgia Meloni, paradossalmente il messaggio è lo stesso. Ed è un messaggio che promuove un’ideologia della responsabilità individuale che ambigua e pericolosa perché giustifica moralmente la crescente disuguaglianza ed esenta la politica dal dovere di porvi rimedio.

Ed è per questo che Sandel prova a rovesciare la narrativa della mobilità sociale. Non contesta che il merito sia importante, ma denuncia il modo in cui il sistema meritocratico finisce per alimentare la “tracotanza dei vincitori” e l’umiliazione di chi resta indietro. È il volto oscuro della meritocrazia, dove il successo personale diventa misura del proprio valore morale, e il fallimento, colpa individuale. Il successo o l’insuccesso economico e il prestigio sociale diventano l’unico metro del valore morale. Poi arriva la pandemia e squarcia il velo di questa retorica: i lavoratori essenziali sono gli infermieri e le infermiere, i cassieri, i diver e gli altri addetti della logistica che ci fanno arrivare a casa il necessario. Sono loro i lavoratori più esposti e necessari. Ma il mercato non li premia perché sono tanto necessari quanto sottopagati, precari socialmente sviliti. La ragione sta nel fatto che, come sottolinea ancora Sandel “In una società di mercato, è difficile resistere alla tendenza a confondere i soldi che facciamo con il valore del nostro contributo al bene comune”.

Dalla giustizia distributiva a quella contributiva

Entra qui in gioco l’idea di dover spostare l’attenzione dalla giustizia distributiva – “quale parte ci spetta?” – alla giustizia contributiva – “quanto possiamo contribuire?”. Questo spostamento implica il riconoscimento del fatto che il lavoro non è solo fonte di reddito, ma anche di senso, dignità e riconoscimento sociale. E che una società giusta dovrebbe valutare e premiare i contributi che effettivamente fanno funzionare la vita collettiva, non solo quelli che generano profitto.

Il lavoro, scrive Sandel, non è semplicemente una merce da scambiare sul mercato. È una “forma di appartenenza” e un’espressione del nostro legame con gli altri. La giustizia contributiva impone quindi una riconsiderazione radicale delle gerarchie di valore: chi conta davvero? Chi crea davvero valore? Chi tiene insieme la società? Il lavoro diventa allora “un’attività socialmente integrante, un modo per onorare la nostra obbligazione a contribuire al bene comune”. Il passaggio verso una società più giusta prevede certamente la redistribuzione del reddito e di opportunità da chi ha di più verso chi ha di meno, ma questo non basta se non ci sarà il pieno riconoscimento della dignità del contributo che ognuno può offrire alla vita comune.

La prima formulazione di questa idea di “giustizia contributiva” la troviamo nella lettera pastorale che la conferenza episcopale nordamericana intitolata “Economic Justice for All”. Scrivono i vescovi americani “La giustizia sociale implica che le persone hanno l’obbligo di essere parte attiva e produttiva della vita della società e la società ha il dovere di permettere loro di partecipare in questo modo. Questa forma di giustizia può anche essere definita ‘contributiva’, perché sottolinea il dovere di tutti coloro che sono in grado di contribuire a creare i beni, i servizi e gli altri valori non materiali o spirituali necessari per il benessere dell’intera comunità”. E per questo, continuano i vescovi, le istituzioni economiche e sociali devono essere organizzate in modo che le persone “possano contribuire alla società in modi che rispettino la loro libertà e la dignità del loro lavoro. Il lavoro dovrebbe permettere alla persona che lavora di diventare ‘più essere umano’, più capace di agire in modo intelligente, libero e in modi che portino alla realizzazione di sé”.

Poi al numero 73 della lettera leggiamo “Le condizioni economiche che lasciano un gran numero di persone capaci disoccupate, sottoccupate, o impiegate in condizioni disumanizzanti non soddisfano le richieste convergenti di queste tre forme di giustizia di base. Un lavoro adeguatamente retribuito per tutti coloro che lo cercano è il mezzo principale per raggiungere la giustizia di base nella nostra società. La discriminazione nelle opportunità di lavoro o nei livelli di reddito sulla base di razza, sesso o altri standard arbitrari non può mai essere giustificata (…) Quando gli effetti della discriminazione passata persistono, la società ha l’obbligo di adottare misure positive per superare l’eredità dell’ingiustizia”.

La retorica meritocratica

È proprio qui che interviene la retorica meritocratica. A farci credere che “l’eredita dell’ingiustizia” non solo non debba essere superata ma anzi che vada giustificata, legittimata e perfino indicata come modello intorno al quale costruire auspicabilmente l’ordine sociale. “La concentrazione di privilegi che esiste oggi – continuano i vescovi - deriva molto più dalle relazioni istituzionali che distribuiscono potere e ricchezza in modo iniquo che da differenze di talento o dalla mancanza di desiderio di lavorare. Questi modelli istituzionali devono essere esaminati e rivisti se vogliamo soddisfare le richieste di giustizia di base (…) Il massimo dell’ingiustizia è che una persona o un gruppo siano trattati attivamente o abbandonati passivamente come se non facessero parte del genere umano. Trattare le persone in questo modo significa dire che semplicemente non contano come esseri umani (…) Questa esclusione può verificarsi nella sfera politica: limitazione della libertà di parola, concentrazione del potere nelle mani di pochi, o repressione vera e propria da parte dello Stato. Può anche assumere forme economiche altrettanto dannose (…) I poveri, i disabili e i disoccupati troppo spesso vengono semplicemente lasciati indietro”. Non per merito o demerito ma per una scelta consapevole di persone libere. “Questi modelli di esclusione – concludono i vescovi - sono creati da esseri umani liberi. In questo senso possono essere definite propriamente come forme di un vero e proprio peccato sociale”.

Un cambio di paradigma

Un cambio di paradigma che ci porta a interrogarci non più su “quanto vali sul mercato” ma su “quanto contribuisci alla comunità”. In questo senso il cuore della proposta di Sandel non è la nostalgia per un passato più egualitario, ma la visione di una democrazia fondata sul rispetto reciproco. La giustizia contributiva non si limita a chiedere la redistribuzione della ricchezza, ma anche quella della stima sociale. Ciò comporta la necessità di interrogarsi su quali lavori meritano onore e compenso, su come costruire un’economia che valorizzi davvero chi contribuisce al bene comune.

Come? Ad esempio, potenziando il salario minimo, riducendo la precarietà e destrutturazione temporale, legando le politiche fiscali non solo alla capacità contributiva, ma anche al valore sociale delle attività economiche. La tassazione, quindi, diventa essa stessa uno strumento di giustizia. “Pagare le tasse – scrive Sandel - è un segno che riconosco di dover qualcosa alla comunità che mi ha permesso di avere successo”. In altre parole, il contributo fiscale diventa parte di un patto morale tra cittadini. È la narrazione opposta a quella secondo cui chi ha successo deve “difendersi” dallo Stato.

Anche qua la retorica meritocratica getta la sua ombra corrosiva. “Io mi sono fatto da solo”, il mito del self-made man, di quello che non deve niente a nessuno ma deve tutto al suo talento, al suo impegno e alla sua determinazione. E siccome il self-made man non deve niente a nessuno, perché pagare le tasse? Che ragione c’è? Quando un Presidente del Consiglio afferma che l’evasione fiscale è una forma di “legittima difesa”, come fece Berlusconi, o ci viene detto che la riscossione delle tasse dovute è come chiedere il “pizzo di stato”, come ha recentemente fatto Giorgia Meloni, il cerchio si chiude. Il governo non solo non opera per la riduzione delle disuguaglianze, ma le legittima con una narrazione meritocratica, falsa e ambigua che porta, tra le altre cose, alla sistematica erosione del senso generale di fedeltà fiscale.

Una pedagogia civile

Uscire da questa trappola retorica richiede una pedagogia civile. Altro che meritocrazia, qui occorrerebbe insegnare a tutti che nessuno si fa da solo. Che ogni talento è frutto anche della fortuna e della società che lo coltiva. Che il valore di una persona non si misura dal titolo di studio o dallo stipendio, ma da quanto il suo lavoro contribuisce al benessere della comunità nella quale vive e opera. E invece nella prospettiva prevalente i cittadini sono visti innanzitutto come consumatori. La visione alternativa, che Sandel chiama “concezione civica” del bene comune, attribuisce invece al lavoro non solo la possibilità di ottenere reddito, ma di esprimere la nostra appartenenza attiva ad una comunità di persone delle quali, grazie al nostro contributo al benessere collettivo, possiamo conquistare la stima ed il rispetto.

È questo il cuore della giustizia contributiva: la capacità di rispondere al “desiderio umano fondamentale di essere necessari a coloro con i quali condividiamo una vita in comune”. Per Sandel, dunque, ripartire dalla giustizia contributiva significa restituire dignità a chi lavora, valorizzare la dimensione civica del produrre, superare la logica del consumo illimitato. Significa, in ultima analisi, curare una democrazia ferita dal disprezzo e dall’indifferenza.

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