Affettati

Salumi, export in forte crescita ma i consumi interni sono fermi

Le criticità del mercato legate a peste suina e alti costi della carne non frenano la corsa oltreconfine: +13% nel 2024 dopo un buon 2023. Il preconfezionato facilita la diffusione nei nuovi mercati, ma alcuni restano e ora c’è l’allarme dazi

di Emiliano Sgambato

Il fatturato del comparto salumi vale oltre 9,3 miliardi, di cui il 25% matura all’estero

4' di lettura

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In Italia l’anno scorso le vendite di salumi hanno superato i 7 miliardi di euro, valore in crescita dello 0,6% dopo il balzo di quasi il 7% nel 2023 dovuto soprattutto all’aumento dei prezzi al consumo. In termini di quantità infatti (379mila tonnellate) il bilancio è in calo dell’1%, seguito a un 2023 solo leggermente positivo (dati Circana).

Le esportazioni 2024 hanno fruttato invece 2,38 miliardi. Valgono circa il 25% del giro d’affari del settore, e continuano ad aumentare: +12,9% in quantità e +9,5% in valore nel 2024 (sopra la media dell’industria alimentare pari all’8,6%) e dopo gli incrementi del 2023 (rispettivamente +6,2% e +8,7%). Sono inoltre risultati che scontano anche il danno della chiusura ai prodotti italiani di alcuni mercati – Cina e Giappone in testa – dai tempi della scoperta dei primi casi di peste suina africana sul nostro territorio, che risalgono a inizio 2022: 20 milioni al mese calcolati sui volumi dell’export di allora da Assica, l’associazione dei produttori; quindi sono circa 800 i milioni che mancano all’appello.

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Basta mettere a confronto i due trend per capire come il futuro del settore sia oltreconfine. «Il mercato italiano rimane importante, ma va verso una inevitabile saturazione – commenta Davide Calderone, direttore di Assica –. Da tempo le variazioni dei consumi non sono molto marcate, anche se negli anni scorsi c’è stato uno spostamento verso salumi a minor valore aggiunto a causa del calo di potere d’acquisto. L’unico ambito in cui si può pensare di continuare a crescere in maniera significativa è quello internazionale. È stato un 2024 brillante da questo punto di vista, ma le potenzialità sono ben maggiori, perché spesso si dimentica che nei salumi abbiamo pochi se non nessun vero competitor a livello internazionale. Se escludiamo la Spagna e pochi altri, specializzati su alcune produzioni, siamo l’unico Paese che può vantare un’offerta di rilevo e così varia». Inoltre la quota di export è lontana ad esempio da quella raggiunta dai formaggi che sfiora il 40 per cento.

Il mercato italiano è fermo anche per cause strutturali legate a trend demografici e abitudini alimentari, ma a condizionare i consumi è stata soprattutto l’inflazione. Il costo della carne suina è schizzato verso l’alto per una concomitanza di fattori: la domanda internazionale, i costi di mangimi ed energia, le misure di contenimento della peste suina che ha causato l’abbattimento di 100mila capi solo negli ultimi due anni.

Nonostante l’aumento dei prezzi, i produttori, colpiti a loro volta dall’aumento dei costi energetici oltre che da quelli della carne, hanno lamentato un calo degli utili. Sui mercati esteri è probabilmente stato più semplice scaricare i costi sui listini o almeno lavorare sull’aumento delle quantità vendute. In questo senso è esemplare il caso dei prosciutti Dop che soffrono in Italia ma segnano buoni risultati all’estero.

La crescita dell’export viene comunque da lontano, dal paziente lavoro delle aziende per conquistare nuovi spazi di mercato e dal faticoso percorso di abbattimento delle barriere normative e burocratiche in campo sanitario, che spesso complicano la libera circolazione dei salumi. La peste suina è solo l’esempio più noto, e comunque non ha frenato il trend positivo. «Fortunatamente da agosto, con l’insediamento del nuovo commissario Giovanni Filippini, si è registrato un vero cambio di passo nella lotta alla Psa, basato su un approccio che mira ad anticipare e prevenire l’espandersi dell’infezione. Sono state messe in campo misure corrette e condivise e ci sono segnali concreti di contenimento».

A fine aprile è stata ad esempio annunciata la riduzione dei vincoli in alcune aree importanti per la produzione come quelle del Piacentino e del Parmense. «Ci vorranno probabilmente ancora alcuni anni per uscirne, ma è importante sapere che la strada intrapresa è quella giusta – prosegue il dg –. La Psa ha spaventato molti, ma per fortuna in Ue c’è un approccio scientifico che prevede restrizioni graduali in zone specifiche. È necessario continuare a lavorare perché sempre più Paesi abbiano lo stesso approccio. Con il Giappone c’è l’ipotesi di riaprire le frontiere ai prodotti di più lunga stagionatura. Un Paese trasformatore come il nostro, che, Dop a parte, importa il 40% della carne suina necessaria al suo fabbisogno, non può difendere barriere commerciali».

L’incognita sui dazi non aiuta, dato che gli Usa sono stati tra i Paesi dove l’export è cresciuto di più negli ultimi anni (+20% nel 2024) e visti i possibili effetti indiretti sugli altri mercati. «Il danno dipenderà ovviamente dal livello finale dei dazi: se non saranno troppo elevati si potrà cercare di contenere l’effetto sui prezzi finali» dice Calderone, che ricorda come alcune aziende italiane abbiano investito negli Usa soprattutto per impianti per affettare e confezionare i salumi che arrivano interi dall’Italia. Con vantaggi in termini di costi di spedizione, ma anche di qualità. Più in generale, i miglioramenti ottenuti nella conservazione del preaffettato hanno contributo all’aumento dell’export, permettendo di vendere prodotti di maggior qualità dove non è presente il servizio al banco, o di adattare i formati offerti alle diverse abitudini di consumo, in termini di quantità o di assortimento.

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