Salari e servizi per scegliere di restare
di Luca Bianchi
2' di lettura
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Avere a cuore le sorti dell’Italia significa superare la prospettiva del «chi ci guadagna e chi ci perde». Il Nord beneficia delle competenze provenienti da Sud, eppure subisce un crescente brain drain verso l’estero. Tra il 2002 e il 2024 circa 270mila under35 laureati meridionali si sono trasferiti al Centro-Nord, e 100mila hanno lasciato il Centro-Nord per l’estero, con una forte crescita negli ultimi anni.
Chiedilo al Sole
La mobilità interna costa al Mezzogiorno circa 6,8 miliardi l’anno di investimento pubblico in istruzione, ma il conto non risparmia nessuno: le migrazioni estere pesano per oltre 3 miliardi l’anno sul Centro-Nord, segno che neppure l’area più attrattiva del Paese trattiene i suoi profili migliori nella competizione internazionale.
Servono soluzioni nuove, in grado di cambiare prospettive e opportunità per i giovani, anche stranieri, che vorrebbero costruire un progetto di vita nel nostro Paese. Partiamo dal lavoro. Il segnale incoraggiante è che il Mezzogiorno mostra vitalità su export, investimenti e startup, ma il nodo da sciogliere resta il differenziale retributivo di oltre 400 euro rispetto ai laureati europei, a cui si aggiunge un pari differenziale Nord/Sud. Ma non si decide di migrare solo per i bassi salari, è altrettanto decisivo avere un asilo nido, una sanità che funziona, una scuola di qualità, trasporti e reti che non isolino, spazi di cultura e cittadinanza vivaci. In assenza di servizi restare diventa un costo e partire una scelta quasi obbligata.
Le politiche in campo sono numerose - decontribuzioni, bonus Zes unica, Resto al Sud 2.0 - ma agiscono soprattutto sul costo del lavoro e sulle imprese. Svimez propone di spostare il baricentro sugli incentivi alla «restanza» e all’attrattività. Un Graduate Staying Premium europeo, ossia una detassazione parziale dei redditi dei neolaureati assunti nei primi cinque anni. Uno strumento che andrebbe inserito nella nuova strategia europea del right to stay, insieme al potenziamento dei servizi e delle infrastrutture. Inquadrare la sfida su scala europea consente di attingere a risorse e strumenti comuni, trasformando un divario percepito come destino in un fattore di attrazione per investimenti e crescita. Se la finestra della programmazione Ue 2028-2034 verrà usata in questo senso, la domanda non sarà più soltanto «quanti ancora partiranno», ma «quanti possono scegliere di restare o di tornare».
*Direttore generale della Svimez







