Rilancio complicato

Pnrr e incentivi spingono il Meridione ma colmare gap strutturali è difficile

Nonostante le agevolazioni nel breve termine non ci sarà un’inversione di tendenza

di Marta Casadei

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Un territorio che ha ripreso a crescere grazie a un decennio (e oltre) di politiche incentivanti. Ma anche un divario che resta profondo e porta i profili migliori a emigrare. Una tendenza che difficilmente verrà invertita nel breve termine. Quella del Sud è una situazione in fieri o, nelle parole di Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, «un lento processo di evoluzione e crescita. Per invertire nel breve termine una tendenza come quella fotografata dai dati dei manager che, dal Mezzogiorno, vanno a lavorare nelle aziende al Nord, servirebbero ben altri incrementi».

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Negli ultimi anni, sotto la spinta del Pnrr e di una serie di incentivi che spaziano da Resto al Sud (che ha finanziato, dal 2018 al 2026, quasi 20mila progetti con un totale di 851 milioni di euro) all’istituzione di una Zona economica speciale (Zes) unica, il Meridione è stato protagonista di un rilancio, testimoniato da una crescita del Pil e dell’occupazione superiore a quella del Centro-Nord. Ma non basta.

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Il tema alla base, secondo Esposito, «è la struttura del tessuto imprenditoriale del Sud che a multinazionali, come per esempio l’industria dell’aerospazio, e ad eccellenze che crescono a doppia cifra, affianca settori “flebili” come turismo ed edilizia, dove la remunerazione degli occupati è bassa. Il resto è, in molti casi, autoimpiego».

Il Sud, negli ultimi anni ha mostrato anche un maggiore dinamismo nell’imprenditoria. Per esempio, le province italiane che al 31 dicembre 2025 avevano la quota maggiore di imprese con titolare under 35 sul totale delle aziende registrate, sono Vibo Valentia (11,1%), Napoli (10,3%) e Crotone (10,2%). «Si tratta di piccole imprese, spesso attive nella ristorazione, aperte anche in mancanza di alternative sul mercato del lavoro. La realtà dei fatti è che gli incentivi hanno spinto autoimpiego e settori poco remunerativi, mentre i laureati del Sud che ambiscono a posizioni manageriali continuano a trasferirsi altrove perché non trovano opportunità in linea con i loro profili e salari competitivi». Esposito si dice comunque «fiducioso: dobbiamo fare tesoro della lezione data dal Pnrr, che al Sud ha portato benefici e applicarla, per esempio, all’impiego dei fondi di coesione. Gli incentivi di per sé non bastano, serve una politica industriale continuativa».

Oltre allo stimolo dell’iniziativa imprenditoriale, cuore di Resto al Sud e della sua evoluzione Resto al Sud 2.0 (dedicato agli under 35), la spinta al Sud è passata per una serie di incentivi all’occupazione. Tra i più usati, la decontribuzione Sud, agevolazione introdotta dalla legge 178/2020 che nel 2024 ha portato a 845mila assunzioni. A partire dal 2025 la misura si è concentrata su Pmi e microimprese, mentre sui giovani si concentra il bonus Zes 2026, uno sgravio contributivo introdotto dal decreto Primo Maggio dedicato alle assunzioni di under 35 disoccupati da parte delle aziende del Sud.

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